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Il paradosso del fair play finanziario

Ha salvato molti club dal fallimento, ma anche tracciato un solco quasi invalicabile tra piccole e grandi. Come si può “usare” per crescere? Come andrebbe cambiato? Dove sbagliano le italiane? Indagine

22 Aprile 2019 alle 12:07

Il paradosso del fair play finanziario

Illustrazione di Andrea Ucini

Il problema è che nel frattempo i ricchi sono diventati ancora più ricchi, nonostante la break even rule, e cioè la regola alla base del sistema di norme che hanno preso il nome di Financial Fair Play. In soldoni, è il caso di dire, non si può spendere più di quanto si incassa. Un freno, nelle intenzioni, allo strapotere dei presidenti mecenati, alla Berlusconi o alla Moratti, per restare dalle nostre parti, quelli che non esitavano ogni anno, o meglio ogni sessione di mercato, a iniettare capitali freschi nelle casse della società per fare incetta dei giocatori più forti del mondo. Già esistono, questo il ragionamento dell’Uefa, club che per tradizione, storia vincente, bacino d’utenza, valore del marchio, sono e saranno sempre più ricchi degli altri, e quindi favoriti sul campo rispetto agli avversari, meglio limitare le loro possibilità di approvvigionamento finanziario al di fuori della gestione caratteristica. In modo da provare a garantire un maggiore equilibrio competitivo generale. Insomma, i soldi impiegati nei grandi club dai mecenati del pallone venivano da quel momento considerati una sorta di doping finanziario, da combattere allo stesso modo del doping farmacologico.

 

Da quando c’è il Ffp, soltanto due squadre, partendo da dietro, sono entrate nell’élite: Manchester City e Psg

Purtroppo però, negli ultimi anni, il modello di business pallonaro delle società più importanti si è sviluppato, grazie alla scoperta e allo sfruttamento dei nuovi mercati asiatici, medio-orientali e nord-americani, in misura così dirompente da rendere superflue le ricapitalizzazioni. Dal 2010 a oggi, il fatturato dei club che disputano i campionati di prima divisione in tutta Europa è aumentato del 57,4 per cento, mentre il fatturato dei quattro giganti del pallone (Real Madrid, Manchester United, Barcellona e Bayern Monaco) è aumentato dell’81,2, pur partendo da una base già molto più alta.

 Illustrazione di Andrea Ucini (foto LaPresse)


   

Insomma, i poveri sono sopravvissuti, e stanno un po’ meglio grazie alle nuove regole che in effetti dovevano in qualche modo favorirli, ma il loro distacco dai ricchi si è accresciuto. Non solo: chi prova a ridurre le distanze, che nel frattempo si sono dilatate, magari a causa dei suoi stessi errori di management e di gestione (diciamo non proprio a caso Inter e Milan) rispetto a chi invece ha lavorato con intelligenza e lungimiranza (diciamo non proprio a caso Juventus) non ci riesce, anche perché è limitato dalle conseguenze della violazione di quelle stesse norme da parte di proprietà e gruppi dirigenti che pure ora non ci sono più. E’ un po’ il paradosso dei parametri di Maastricht: senza, si rischia di andare a fondo, ma, se sei in difficoltà, rispettandoli non torni mai del tutto a galla, non riesci a imboccare davvero la strada di un nuovo sviluppo.

 

Investimenti in strutture, attività sociali e settori giovanili sono scomputati dal calcolo, ma le società spendono sul mercato

Per la verità, i criteri di applicazione delle regole Uefa sono un po’ meno stupidi dei parametri di Maastricht. Il rapporto con i ricavi tiene conto soltanto dei costi “rilevanti”, dai quali cioè sono esclusi: tutti i costi attribuibili alla edificazione di strutture destinate alle attività del club; tutti i costi di materiali e servizi utilizzati o consumati per le attività dei settori giovanili Under 21; tutti i costi del personale relativi a calciatori Under 18 e a dipendenti interamente dedicati al settore giovanile; tutti i costi di materiali e servizi utilizzati o consumati nello svolgimento di attività sociali; tutti i costi del personale relativi a dipendenti impiegati nelle stesse attività sociali; donazioni a enti il cui scopo è il progresso dello sviluppo sociale. In sintesi, gli investimenti in strutture, attività sociali e quelli per i settori giovanili sono scomputati dal calcolo per il rispetto della break even rule. Già questo servirebbe a cominciare, giusto per restare alle cose di casa nostra, a ridurre le distanze dalla Juventus da parte di Inter e Milan, ma pure di Roma e Napoli, persino di squadre come Fiorentina, Lazio e Torino. Ma si sa che i club italiani, se hanno disponibilità finanziaria, preferiscono utilizzarla per comprare subito sul mercato e per gli stipendi ai giocatori. Gli investimenti, questi sconosciuti. Ma è chiaro che per risalire ad altezza Juventus, in tempi brevi, ci vuole anche altro.

 

Da quando è stato varato il Financial Fair Play, soltanto due squadre, partendo da dietro, sono riuscite a fare irruzione nella élite, economica e competitiva, del calcio europeo: Manchester City e Paris St. Germain. E l’hanno fatto bordeggiando sull’orlo del rispetto delle regole, secondo buona parte degli osservatori aggirandole, secondo altri violandole apertamente, ma impunemente. Entrambi i club, con le nuove proprietà arabe, fondi sovrani rispettivamente degli Emirati e del Qatar, hanno messo in piedi operazioni di sponsorizzazione da parte di marchi legati ai fondi proprietari (inizialmente Etihad e Qatar Tourism Authority), che in realtà celavano forme di finanziamento indebito da parte dei propri azionisti.

 

Kevin De Bruyne (a destra) del City e Serge Aurier del Psg durante i quarti di finale di Champions 2016


 

Perché l’Uefa le ha consentite? Per un motivo di forma e uno di sostanza, se non si vuole pensare a qualcosa di meno limpido (per dire: la Fifa, ai tempi di Blatter e Platini, con una curiosa doppia attribuzione senza precedenti, affidò contemporaneamente i Mondiali 2018 e 2022 a Russia e, guarda caso, Qatar; oppure, il figlio di Platini è stato coinvolto nel comitato organizzatore dei Mondiali qatarioti): la questione di forma è che la congruità di un contratto di sponsorizzazione è considerata alla luce del criterio del fair value, ma come si fa a stabilire a priori se un valore è corretto oppure no? Di certo i 400 milioni per dieci anni di Etihad al City potevano essere considerati uno sproposito al momento della stipula, ma oggi non più; la questione di sostanza è invece che i capitali arabi, a prescindere da come sono arrivati, sono stati manna dal cielo per il calcio mondiale in un momento di crisi generale, hanno dato ossigeno a molte società in difficoltà che riuscirono e riescono tuttora a vendere a Psg e Manchester City calciatori a loro volta magari sopravvalutati.

 

In meno di dieci anni, grazie a petro e gas dollari, Manchester City e Paris St. Germain, club senza una storia importante, sono riusciti a entrare nell’aristocrazia europea slalomeggiando fra i paletti del Financial Fair Play e riuscendo a evitare, evidentemente anche grazie a qualche aiutino, le buche delle sanzioni più pesanti o comunque dell’accompagnamento coatto che sta limitando le possibilità di ricrescita di club come gli italiani Inter e Roma (limitazioni al mercato, controlli sui budget, riduzione delle rose). Ancora più complicata la situazione, in proiezione futura, di quelle società, come il Milan, che alle decisioni dell’Uefa si sono opposte, ricorrendo (sia pure con parziale successo) al Tribunale di Losanna, ma non riuscendo ad accordarsi su un percorso di risanamento condiviso. Da qui, il recente nuovo deferimento che renderà ancora più complicato il processo di risistemazione dei conti rossoneri.

 

Il serpente continua a mordersi la coda. Un esempio: per consolidarsi è fondamentale avere un proprio stadio, ma un investimento di tale portata è difficilmente sostenibile (soprattutto per una proprietà solida, ma con prospettive a breve termine com’è il Fondo Elliott) senza avere ricavi certi, quelli che in parte potrebbero essere garantiti da una continuativa partecipazione alla Champions, solo che per arrivare in Champions devi rinforzare la squadra spendendo molto sul mercato e in stipendi ai giocatori, cosa impossibile da fare senza violare le attuali regole del Ffp.

 

Fortunatamente, il Comma 22 del pallone non è iscritto nella pietra: è modificabile e in parte è già modificato. Da quest’anno sono in vigore nuove norme in grado di limitare l’arroganza dei ricchi subdolamente in regola: i club che chiudono una finestra di mercato con uno sbilancio superiore ai 100 milioni sono chiamati a dimostrare a priori di poter comunque raggiungere il pareggio di bilancio, vengono costantemente monitorati e l’eventuale sanzione scatta immediatamente dalla stagione successiva; il rapporto fra margine operativo lordo e debito netto può essere al massimo di 1 a 7; le operazioni fra club correlati vengono valutate in modo da impedire sovrapprezzi fittizi; i finti prestiti sono diventati inammissibili.

 

Ma ancora non basta. Ci vorrebbe un po’ più di flessibilità per chi vuole risalire e, soprattutto, qualche nuovo limite per evitare che i club over the top cannibalizzino la concorrenza. Sono allo studio forme di luxury tax, idee di salary cap, ulteriori riduzioni delle rose extralarge e divieti più severi ai prestiti dei giocatori. Poi, certo, tutto ciò non basterebbe comunque senza capacità imprenditoriali e conoscenze calcistiche. Nel 2002 i ricavi di Barcellona e Roma erano allo stesso livello (139 milioni a 137), oggi il Barcellona fattura 2.76 volte la Roma (690 milioni a 250). La Juventus ha una potenza economica di almeno quattro volte superiore all’Ajax, ma è costretta a riconoscerne la superiorità sul campo. Questo è il calcio, la sua bellezza, la sua forza. Con o senza Comma 22.

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