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L'Italia dello sport è "peggio del Gabon"? Indagine sul credito sportivo

Viaggio nella banca da cui dipendono le sorti di quasi tutte le attività sportive in Italia, dagli impianti di serie A ai campetti degli oratori. Investe molto ma potrebbe fare di più. Cosa? Ce lo spiega il presidente Andrea Abodi

25 Marzo 2019 alle 16:06

L'Italia dello sport è "peggio del Gabon"? Indagine sul credito sportivo

Foto Imagoeconomica

All’ultimo stadio. Peggio del Gabon. Lo dice nientemeno che il presidente della Fifa, Gianni Infantino, uno svizzero che tiene molto alle sue origini italiane. C’è chi l’ha preso per uno sgarbo: come si permette di trattarci da paese del terzo mondo… Eppure, è la verità, per quanto amaro possa essere sentirselo dire in modo così crudo. Andrea Abodi, da un anno presidente dell’Istituto per il Credito Sportivo, non si nasconde dietro al suo ruolo istituzionale: “Quella di Infantino è, per quanto forse un po’ forte, una rappresentazione della realtà. Il Gabon vale il Camerun, o altre nazioni simili, in grado di organizzare eventi come la Coppa d’Africa: tutte capaci di operare e strutturarsi con una velocità e un’efficienza che qui non riusciamo a esprimere. Siamo effettivamente al di sotto del livello qualitativo di tanti paesi che hanno indicatori economici molto meno importanti dei nostri. Prendiamoci questo schiaffo e facciamo in modo che sia salutare, che ci spinga ad accelerare le attività che abbiamo avviato”.

 

Stadi di calcio, ma non solo. Dal Credito Sportivo dipendono in larga misura le sorti delle attività sportive in Italia, più in generale il livello di salute e benessere del paese. E’ una banca pubblica, partecipata per l’80,4 per cento dal ministero dell’Economia e delle Finanze, per il 6,7 per cento da Sport e Salute, nuova denominazione della ex Coni Servizi, per il 2,2 da Cassa Depositi e Prestiti e con quote minori da Bnl, Dexia, Assicurazioni Generali, Monte Paschi, Intesa Sanpaolo, Unicredit e Banco di Sardegna. Viene da un lungo periodo di commissariamento che ne ha in parte condizionato l’operatività, per quanto abbia prodotto un ultimo bilancio con oltre 100 milioni di utili.

 


Illustrazione di Elisa Talentino


   

Istituita nel dicembre 1957, la banca celebra proprio in questo weekend i 60 anni esatti dall’erogazione del primo mutuo: 24 marzo 1959, destinato alla sistemazione e all’ampliamento del campo sportivo di Agri, provincia di Salerno. Lunedì verrà celebrata la ricorrenza presentando il Piano Banca 2019 e le linee guida di un piano industriale per i prossimi dieci anni. “L’idea forte – racconta Abodi – è cambiare la natura dell’Istituto, in modo da diventare molto più che una semplice banca che eroga finanziamenti. Finora siamo stati monoprodotto: 33 mila interventi in questi 60 anni, tutti finanziati. Naturalmente continueremo su questa strada, ma ci impegneremo anche sul versante degli investimenti, entrando nell’equity di alcuni progetti. Il che presuppone una conoscenza più specifica delle opere e della loro gestione, con un know how che ci aiuterà a valutare meglio le stesse opportunità di finanziamento. Stiamo elaborando una strategia che preveda, oltre a quelli finanziari, nuovi prodotti da sviluppare in pool con altri operatori: leasing, factoring e operazioni in ambito assicurativo. Cioè, cercheremo di offrire molti più servizi ai clienti che in questa lunga fase storica abbiamo incontrato con una sola opportunità, appunto quella del finanziamento”.

 

“Sono quasi 150 milioni all’anno i finanziamenti a tasso zero concessi ai comuni: sport in generale e piste ciclabili”

“La vicenda dello stadio della Roma dimostra che sovrastrutturare di per sé non migliora la qualità di un piano finanziario”

L’Ics, in questi tempi grigi, è una banca in salute. Fin troppo. Il suo Cet1, indice di solidità, è superiore a 100, quando la media italiana è 12-13. Un patrimonio sovradimensionato che testimonia un’operatività finora piuttosto limitata. “Ma l’azienda è sana e in grande fermento operativo, con un potenziale che vogliamo esprimere al meglio”, assicura il presidente. “I crediti deteriorati sono in significativa riduzione. Non li stiamo dismettendo a basso rendimento: stiamo gestendo direttamente i vecchi debitori trovando nuove soluzioni. Al contempo, selezioniamo meglio la clientela, aiutandola a sbagliare il meno possibile, e questo incide. Il rapporto fra crediti deteriorati lordi e impieghi verso la clientela scende anche perché aumentano i finanziamenti. Complessivamente ne abbiamo attivi per circa 2 miliardi e il 2018, con poco meno di 300 milioni erogati, è stato l’anno migliore nella storia della banca”.

 

Il 72 per cento degli impieghi è destinato a infrastrutture pubbliche, di Comuni e Federazioni sportive. Il 28 per cento a infrastrutture private, senza differenze fra grandi stadi e impianti di base ad alto tasso di socialità, scolastici, oratori, campi e palestre, di diverse dimensioni e per varie discipline sportive in tutto il paese. “Sono quasi 150 milioni all’anno i finanziamenti a tasso zero concessi ai comuni: sport in generale e piste ciclabili in particolare, considerate a cavallo fra sport e mobilità sostenibile”. Questi interventi attingono a due fondi, statali, amministrati dalla banca in gestione separata, uno di garanzia e l’altro destinato all’abbattimento degli interessi e alimentato dalla quota di dividendi di pertinenza del Mef, che secondo quanto indicato dalla Finanziaria 2018 vengono interamente reinvestiti ad hoc. “Per ora questi fondi sono impiegati soltanto per lo sport, stiamo lavorando per averli a disposizione anche in ambito culturale”. Sì, perché lo statuto del Credito Sportivo, articolo 2, comma 1, recita: “L’Istituto opera nel settore del credito per lo sport e per le attività culturali”. Ma per 60 anni la cultura è stata praticamente ignorata. “Solo qualche incontro fugace e incidentale. E’ mancata una strategia ed è mancata la sollecitazione del sistema culturale nei confronti della banca. Senza strumenti di scopo siamo esattamente come le banche generaliste. Ora ci stiamo impegnando con il governo per la costituzione dei fondi, in modo da poter intervenire nei vari settori del sistema culturale: cinema, musica, teatro, musei, siti archeologici, biblioteche. Stiamo sollecitando il ministro Bonisoli affinché il Mibac avverta l’urgenza di una banca dedicata: gli atti politici necessari per operare in modo efficace non sono ancora arrivati, ma sono fiducioso che sia questione di settimane. E all’interno del nostro perimetro d’azione potrebbero essere comprese le infrastrutture scolastiche e universitarie che, per quanto competano al ministero dell’Istruzione, noi riteniamo siano i primi fattori culturali della vita di un paese. Oggi possiamo finanziare soltanto le palestre: non i laboratori didattici o la messa in sicurezza e l’efficientamento energetico degli edifici”.

 

Visti i mezzi a disposizione – “Abbiamo una provvista finanziaria adeguata, ora alimentata anche da nuove fonti: Bce, Cassa Depositi e Prestiti e, da pochi mesi, la Banca per lo sviluppo del Consiglio d’Europa, per i progetti ad alta socialità” – è davvero un gran peccato che l’Istituto per il credito sportivo non possa ancora contribuire a un piano per la manutenzione delle scuole. In attesa, ci si deve accontentare di quanto fa per le palestre e gli altri impianti sportivi scolastici e universitari. “Centinaia di erogazioni in tutta Italia, ma per un salto di qualità mancano due presupposti fondamentali: 1) una banca dati delle infrastrutture esistenti che ci permetta di capire dove è più urgente intervenire; 2) una collaborazione molto maggiore fra tutte le parti interessate che consenta una programmazione degli interventi e una combinazione delle risorse finanziarie: da quelle comunitarie a quelle del governo, a quelle regionali, alle nostre. C’è bisogno di una regia che faccia dialogare e interagire gli strumenti e le misure finanziarie”.

 

Nemmeno fra Credito sportivo e Coni servizi c’è stata negli ultimi anni una partnership adeguata. Per questo Abodi vede con favore la riforma che sta portando alla trasformazione della vecchia società in Sport e salute. “Una grande opportunità. Con Coni servizi abbiamo collaborato poco, molto meno di quanto avremmo dovuto e potuto. Con Sport e salute dobbiamo stringere un rapporto operativo costante, e non solo perché la società partecipa al nostro capitale. Il primo auspicio è che possa essere rapidamente completato il censimento delle infrastrutture sportive italiane, 150.000 impianti, con quanto ne consegue in termini di ottimizzazione della gestione, programmazione della manutenzione e completamento dell’offerta con la realizzazione di nuovi impianti laddove manchino”.

 

Il tutto sarebbe reso più facile da un sostanziale sviluppo del partenariato pubblico-privato: “Le infrastrutture che di mattina vengono utilizzate per le scuole, nelle ore libere dovrebbero essere messe a disposizione della comunità. L’ottimizzazione dell’uso produrrebbe fra l’altro piccole economie reimpiegabili per la manutenzione ricorrente”. Nel frattempo, la banca sta intervenendo anche a sostegno degli oratori: “Con un prodotto finanziario a forte incentivazione – prevede fondo di garanzia e abbattimento interessi per un plafond fino a 500 mila euro – studiato apposta per parrocchie, enti e istituti scolastici religiosi. Vogliamo aiutare un sistema così socialmente rilevante a ripristinare e ammodernare la sua offerta sportiva diretta”.

 

Abodi spiega sorridendo di non conoscere a sufficienza la situazione del Gabon per poter dire se a livello di impiantistica sportiva di base siamo più avanti o più indietro. Ma di certo l’emergenza stadi, intesi come grandi impianti, ce l’ha ben presente. “Oggi in Italia da quando si concepisce un’idea all’inaugurazione dello stadio passano non meno di 5 anni. Un’enormità. Questo non vuole dire cercare scorciatoie o ammettere deroghe. Una legislazione che abbrevia questi tempi già c’è e deve essere utilizzata al meglio. Lo si può fare purché i dossier aperti non si basino su suggestioni architettoniche da rendering e plastici, ma da analisi del contesto e piani di fattibilità che consentano una valutazione più corretta della finanziabilità delle opere. La banca si sta organizzando con una piattaforma tecnica che consenta di razionalizzare e velocizzare questi processi amministrativi, con l’idea di fare da ponte fra club e amministrazioni locali e sottolineare l’importanza che il progetto nasca non perché esteticamente gradevole o per suggestioni di varia natura. Per ora è stato escluso che l’edilizia residenziale potesse entrare fra i fattori compensativi, insieme a quelli di carattere commerciale e industriale già consentiti. All’estero non è così, uno dei tanti svantaggi competitivi per i nostri club, ma in una fase in cui il mercato immobiliare segna il passo, non può essere questa la chiave per fare scattare la finanziabilità dell’opera. I presupposti del concetto di sostenibilità sono di carattere sociale e ambientale. Soprattutto in un paese che vuole limitare il consumo del territorio. La vicenda dello stadio della Roma dimostra che sovrastrutturare di per sé non migliora la qualità di un piano finanziario. La legge 2013, modificata nel 2017, è perfezionabile, ma non può essere un alibi per non fare. Prima di chiederne un ulteriore tagliando, bisognerebbe procedere con gli avanzamenti dei progetti, attraverso l’interpretazione corretta dell’iter previsto”.

 

Oggi i dossier stadio aperti, per club di serie A, B o C, sono addirittura 23, per 2 miliardi di investimento complessivi: Brescia, Cremona, Milano, Verona, Vicenza, Cittadella, Padova, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Empoli, Livorno, Siena, Pisa, Cagliari, Perugia, Terni, Pescara, Roma, Lecce, Cosenza, Reggio Calabria. In molti casi prevedono abbattimento e ricostruzione, talvolta delocalizzazione, come nel caso di Firenze, in altri profonda rigenerazione dell’esistente. “Magari ne porteremo a termine 8 o 10, non tutti e 23, però sicuramente stiamo aprendo una stagione nuova”. Sufficiente a rendere realistica la candidatura agli Europei 2028? “I tempi ci sarebbero. Ma bisogna essere pronti per l’aggiudicazione, cioè per il 2022. Il che significa, vista la diffidenza comprensibile nei confronti del nostro Paese, avere almeno sette, otto progetti finiti con una data dimostrabile di cantierizzazione. Cioè, va rovesciata l’impostazione adottata finora in Italia: bisogna candidarsi se ci sono i presupposti, non per creare i presupposti”.

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