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L'è un gran Stramilano

Oggi attesi oltre 60 mila atleti nel capoluogo lombardo. Il recordman europeo di maratona su tapis roulant, Vito Stradella, sarà tra di loro: “Mi piace perché c'è tanta gente che ti stimola, ti incita, ti aumenta la prestazione”

24 Marzo 2019 alle 06:00

L'è un gran Stramilano

Foto LaPresse

C'è chi ha ricominciato a correre per continuare a godersela a tavola e dintorni; e magari non lo faceva più dall’ora di ginnastica delle medie. Ma c'è anche chi lo ha sempre fatto e, dai e dai, ora è ossessionato dalla prestazione: li vedi ruotare il polso per controllare i tempi e adeguarli a fantomatiche tabelle, impegnati che sembrano in missione, con il grande stimolo e l'ambizione della maratona aperta a tutti. Come sarà domenica 24 marzo, quando sono attesi oltre 60 mila atleti per la Stramilano, e l'amatore potrà calcare lo stesso asfalto dei professionisti. Vito Sardella, sottufficiale della Guardia Costiera, di Stramilano ne ha fatte un po' e ancora oggi, dopo migliaia di chilometri e decine di maratone con tempi e allenamenti da professionista, continua a definirsi un amatore. Vito ha stabilito nel 2016, alla tenera età di 43 anni, il record europeo di maratona su tapis roulant, e vanta la sua miglior prestazione di 2h16’10” alla New York City Marathon nel 2003, a soli cinque minuti dal vincitore.

 

Born to run.

Abitavo in una contrada di Monopoli, dove sono nato, Cozzana, avevo cinque o sei anni, e un ragazzo passava dalle varie case gridando i nomi dei bambini che c'erano, un specie di appello per portarci a correre. In campagna si dava una mano a casa, c'era sempre da fare, così quando passava quel ragazzo era un richiamo: per me correre era giocare. Non c'era aggregazione in campagna, le case erano sparse, e quello era il momento più bello per una ventina di bambini. Non c'erano regole, si correva, poi uno sprintava, e gli altri andavano a raggiungerlo. Con la gioia dei cani. Nessun agonismo.

 


 

Un'immagine di Vito Sardella (al centro) da bambino 


  

Poi arriva il divertimento di vincere.

All'epoca tra le contrade di Monopoli, erano ben 99, si organizzavano feste e gare. Per le corse di atletica leggera tracciavano delle linee per terra, quando andava bene. La primissima fu di 1500 metri, e arrivai ultimo. Non c'erano categorie, si partiva tutti insieme, e io ero il più piccolo. I miei genitori mi aspettarono al traguardo con un bottiglietta di Lemonsoda. Io piangevo. Potevo vincere – dissi. Ma era la rivincita che volevo. Volevo sapere dove potevo arrivare. E cominciai a vincere davvero.

 

La prima maratona.

Ero già nella Guardia Costiera e facevo solo gare dai 1500 a 5000 metri. Un collega di La Spezia voleva portare un gruppo a Venezia, per il Campionato Interforze di Maratona. Lo mandai a quel paese. Vent'anni fa la maratona era un mostro sacro. La facevi solo se ne eri degno, era il grande traguardo del podista, dopo un percorso di crescita su distanze minori. Dovevi meritarla, insomma. Lui si chiama Antonio Lamberti, e gli sarò per sempre riconoscente: insistette e 15 giorni prima della gara iniziai la preparazione. Anche se mi aveva già iscritto senza il mio consenso. Ricordo la prima colazione all'Arsenale della Marina Militare, con le piccole marmellate, quelle degli alberghi, gelatinose. Durante la gara mi fermai quattro volte, per inevitabili problemi fisiologici, pioveva, poco prima del traguardo vedevo nero, buio, ebbi un crollo psicologico, uno sconforto assoluto. Al traguardo mi liberai di quella maledetta marmellata alla pesca sullo sfondo blu del tappeto, ma sentii subito anche un'altra liberazione: compresi che quella era la mia gara. Giunsi 35esimo su circa 7000 persone. Tempo 2h31'30".

 

Il tuo legame con la Stramilano.

Si chiama Michele Mesto. Carissimo amico; direi fraterno, se non fosse che potrebbe essere mio padre. Michele era, ed è ancora l'anima organizzativa della Stramilano. Il rapporto speciale che ho con lui, che è stato anche al mio matrimonio, è diventato il rapporto speciale con la Stramilano. La Stramilano è bella. Quello che ci gira intorno mi ha colpito. Mi ha cresciuto. Quando nel 2002 vinsi il campionato italiano Interforze potevo permettermi di contattare le più importanti maratone, e Michele fu orgoglioso di avere un atleta pugliese. Volevo fare la Stramilano perché tanta gente ti stimola, ti incita, ti aumenta la prestazione, e a differenza della maratona che a un certo punto della gara ti richiede una concentrazione assoluta, senza distrazioni, sui 21 chilometri puoi spingere senza temere di saltare, e l'entusiasmo delle persone intorno fa da benzina.

 

Quante ne hai fatte?

Ne ho fatte sei, sette, non ricordo più, con il mio best time di 65'. I primi corrono in 61'. Oggi con quel tempo sarei tra i primi cinque. Lo stesso vale per il mio miglior tempo a NewYork: oggi sarei stato a un soffio dalla medaglia. Nessun rammarico, figuriamoci. Solo per dire che all'epoca si correva più forte. C'era più qualità. I tempi oggi si sono alzati. Però c'è più massa, e va bene, la motivazione al movimento sano. Diminuiscono però i grandi sacrifici quelli che portano ai grandi risultati. Quelli sono per pochi.

 

Come sei arrivato al grande risultato sul tapis roulant?

Guardando dei reportage televisivi ho scoperto che il record italiano era accessibile; poi durante la prestazione mi dicevano che stavo correndo nei tempi del record europeo, che durava da 14 anni, allora mi dico: quasi quasi ci provo. Una sfida. Uno stimolo. Sono andato a limarlo di due minuti. Ma non ha il valore di una medaglia. È una cosa diversa dal correre su strada. La cosa preponderante è la capacità psicologica.

 


 

Vito Sardella


 

E dici poco?

Devi avere allenato la testa al fatto che sotto i piedi hai un tappeto. Le sollecitazioni sono diverse. Si balla, si rimbalza, come se avessi una molla sotto; lui va indietro e tu avanti, e questi due vettori si scontrano, e scaldano, che se corressi a piedi scalzi si brucerebbero. Cambia la percezione della corsa. Non devi mai girarti, neanche un minimo, sempre dritto, non hai nemmeno il tempo di prendere l'asciugamano per il sudore, le minime oscillazioni ti fanno perdere l'equilibrio, e con lui i secondi fondamentali. La soglia di attenzione è al massimo. Sei simile a una macchina. Ti imponi di esserlo. Il percorso è ristretto, e l'equilibrio è tutto.

 

Avevi anche tu le cuffiette incastonate, e guardavi oltre il vetro sulla strada?

No, niente cuffiette. La musica c'era, ma ho chiesto di abbassarla. Dicevo giusto qualche parola, e ricevevo solo informazioni sull'andamento. Cercavo soprattutto un po' di silenzio. Correvo in un centro sportivo, ma in uno spazio aperto; anche perché la sudorazione è tanta, e incide sulla performance. Sul tappeto non generi vento, il sudore non c'è la fa a raffreddare i tessuti, e rischi il collasso; per cui hai un ventilatore di fianco, come termoregolatore. Davanti avevo la mia famiglia, i miei bambini, e alcuni amici, che si avvicendavano; e poi il mio cardiologo, e molti curiosi. Quando però il mio piccolo si è messo a piangere, il lamento mi generava stress e l'ho fatto allontanare.

 

In strada c'è un paesaggio che scorre e che fa correre anche il tempo, insieme ai chilometri.

È così, e tu lo vuoi sentire il contatto con l'ambiente sulla strada; sai che c'è qualcosa che ti viene incontro, devi percepire queste sensazione dall'esterno. Ma non è che ti puoi permettere la contemplazione, quella è prevista solo per chi sta dietro; a chi sta avanti non succede. Ogni tanto mi concedo di specchiarmi nel riflesso delle vetrate, per vedere il gesto atletico, controllare la postura, ogni movimento anormale fatto in gara è un dispendio di energia, l'assetto deve essere lineare comunque, anche in strada.

 

Distrazione o concentrazione estrema?

Entrambe. Combaciano. Io non voglio sentire nulla, ho bisogno di soffrire in silenzio. La sofferenza che subentra quando sento il limite fisico, quando lo incontro, e devo convincermi che quello sia solo il punto di partenza. È una guerra mentale. Pensi e non pensi. Se pensi troppo a qualcosa di specifico, stai trovando delle compensazioni; devi cercare di non pensare, o al massimo a qualcosa di positivo, ma è molto difficile, quando stai lottando con i tuoi limiti. Se ti fissi sul fastidio di un piccolo dolore, o alla strada che manca, stai facendo una gara in salita.

 

Una forma di meditazione.

Sì, gli somiglia. Anche se come dicevo, a un certo punto della gara sei costretto a sentirlo, il tuo corpo.

 

Vai in palestra?

Certo, spesso. A fare ricostruzione muscolare. È anche un momento in serenità con se stessi. Anche se intorno la maggior parte delle persone tra un esercizio e l'altro si aggrappa al cellulare per vedere se ha ricevuto qualche messaggio o qualche telefonata. Sempre pronti a rispondere a qualcosa. Anche per questo mancano i campioni. Non sì è pronti al silenzio. E tantomeno a soffrire.

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