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L’eleganza del Ginko. Il Milan dice addio a Giovanni Battista Monti

E' stato per oltre trent'anni il “medico sociale” dei rossoneri. Ha vissuto gli anni gloriosi di Rivera e quelli sfavillanti di Berlusconi, ma non risparmiandosi neppure quelli grigi e semitombali della serie B

12 Gennaio 2019 alle 19:45

L’eleganza del Ginko. Il Milan dice addio a Giovanni Battista Monti

Giovanni Battista Monti con Ruud Gullit ed Andrea Pazzagli (foto tratta dal profilo Twitter del Ac Milan)

A sfogliare le annate dell’Almanacco del calcio italiano, per trentadue anni, dal 1966 al 1998, alla pagina dell’AC Milan, a fianco della dicitura “medico sociale” nella scheda dell’organigramma societario compariva sempre il nome di Giovanni Battista Monti.

 

Milanese di Novate come Vincenzo Torriani e Giovanni Testori, il dottor Monti si è preso cura delle ginocchia di Roberto Rosato, delle pubalgie di Dustin Antonelli, del misterioso sangue malato del giovane Franco Baresi, delle cosce ipertrofiche di Ruud Gullit e delle caviglie di cristallo di Marco Van Basten. Si è seduto in panchina al fianco di Nereo Rocco e Nils Liedholm, ha assecondato la rivoluzione di Sacchi e la normalizzazione di Capello; ha vissuto gli anni gloriosi di Rivera Golden Boy e Pallone d’oro e quelli sfavillanti di ricchi premi e cotillons di Berlusconi, ma non risparmiandosi neppure quelli grigi e semitombali del Milan in serie B, “la prima volta pagando, la seconda gratis”, per ricordare una velenosissima, ma irresistibile battuta di Peppino Prisco.

 

Ieri sera, quando si è spento nell’anno del suo prossimo ottantesimo compleanno, Giovanni Battista Monti, per tutti Ginko, ha portato con sé un gran pezzo di storia rossonera. Quella ufficiale, fatta di risultati e fotografie, di interviste e di referti medici, ma soprattutto quella personale, vissuta tra Milanello, San Siro e le centinaia di trasferte in giro per l’Italia e per il mondo, a contatto quotidiano e strettissimo con giocatori e allenatori, massaggiatori e magazzinieri. Un medico sociale di una squadra di calcio, in quegli anni ancora non ancora sopraffatti dall’avvento dei laboratori specializzati in data analysis, era soprattutto un “privato confessore”. E l’antica ed elegante discrezione del dottor Monti è stata leggendaria. Solamente un grande Gigi Garanzini, in nome di un immenso Nereo Rocco, è riuscito ad aprire quello sterminato archivio della memoria rossonera e a fargli raccontare gli aneddoti che si possono leggere in un capitolo (“Il juke box di Ginko Monti”) de La leggenda del Paròn, e che farebbero la fortuna del repertorio di un cabarettista.

 


 Foto tratta dal sito: magliarossonera.it


 

E cominciamo allora proprio da qui, dalle pagine in cui Garanzini accenna al soprannome del dottore. Era la fine della stagione calcistica 1965-66 e il ventisettenne Monti era da pochi mesi al Milan quando, racconta la leggenda, una notte nelle cucine di Milanello sorprese Luigi Balzarini, all’epoca terzo portiere della squadra, dopo Ghezzi e Barluzzi, che s’ingozzava di panini. Il sorprendente esito dell’indagine, probabilmente del tutto involontaria, valse al giovane dottore il battesimo di Ginko soltanto perché Balzarini, di soprannome, faceva Diabolik, personaggio dei fumetti creato nel 1962 dalla matita di Angela Giussani e popolarissimo alla metà degli anni Sessanta. Che poi il marito di Angela fosse Gino Sansoni, fondatore nel 1963 e primo direttore della rivista “Forza Milan!” aggiunge un tocco di ulteriore leggenda rossonera al fatto che il dottor Monti, alto, fisico asciutto, dal profilo elegante e virile, assomigliasse davvero all’ispettore Ginko, sempre sulle tracce dell’inafferrabile Diabolik.

 

Monti divenne Ginko anche per Nereo Rocco, sebbene, come racconta Garanzini, al primo incontro il Paròn chiedesse a Cesare Maldini, indicando la statura del dottore, “Chi xè quel mona de longo?”. Era il 1966 e Rocco era allenatore del Torino che, casualmente, aveva incontrato la comitiva rossonera durante la trasferta di una tournée sudamericana, a Guayaquil, in Ecuador. Un paio di anni dopo, Monti farà coppia fissa sulla panchina del Milan, col Paròn, ritornato a Milano per rivincere la Coppa dei Campioni e l’Intercontinentale. Di quel fortunato connubio, “el Dotòr” – come lo chiamava Nereo con accento triestino – ricorda soprattutto le battaglie senza esclusioni di colpi di Manchester, semifinale di ritorno di Coppa dei Campioni, e la finale di Intercontinentale contro l’Estudiantes. All’Old Trafford, Monti soccorre il portiere Cudicini – l’altro longo, secondo l’onomastica del Paròn – colpito da un bullone in testa; a Buenos Aires, nella mattanza scatenata dagli argentini dell’Estudiantes – il difensore Raùl Madero maneggiava un ago con cui pungeva ogni avversario che gli capitava a tiro – Monti rimedia un calcio nel sedere mentre stava chinato ad assistere Rivera caduto a terra dopo uno scontro; poco dopo, con un asciugamano riduce la frattura al setto nasale dell’attaccante rossonero Nestor Combìn, franco-argentino, contro il quale si era scatenata una vera e propria caccia all’uomo, fino al colpo al volto sferratogli dal portiere-pugilatore Alberto José Poletti. Rocco si avvicina al giocatore rimesso in piedi dal dottore e non fa in tempo a digli “ciò, indio, torna dentro a zogar” che Combìn stramazza svenuto.

 

Ma degno di una novella del Boccaccio è il racconto che il dottor Monti faceva del Paròn a casa di Orfeo Pianelli, il presidente del Torino. Quando Rocco, l’indomani della vittoria della prima Coppa dei Campioni nel 1963, passa ai granata, per la parola data mesi prima quando a Milanello era stato messo in discussione dal direttore tecnico Gipo Viani, nella villa del presidente viene organizzato uno sfarzoso pranzo di gala. A un certo momento della cena, al rustico Nereo forse le ostriche fanno un certo effetto ed è costretto a chiedere del bagno. Ma a questo punto lasciamo la parola al Paròn, per interposta testimonianza di Monti e scrittura di Garanzini:

 

I me compagna de sopra, in quel padronal, un lusso che no te digo, tre speci, rubineti d’oro. Me sento dove che te imagini, guardo davanti e ghe xe un quadro, te capissi Ginko, un quadro, un de quei del col lungo… Un Modigliani, dissi io credendo di aiutarlo. Mi guardò con sospetto: Ciò, Ginko, te ga cagà anca ti de Pianelli?”.

 

Ginko Monti, con la premura di un figlio, si prenderà cura di Nereo fino all’ultimo. Rocco, che è stato direttore tecnico del Milan fino all’anno precedente, il 6 dicembre 1978 viene invitato da Rivera ad assistere alla trasferta di Coppa Uefa contro il Manchester City. Rocco parte con la squadra ma a Manchester prende una brutta influenza. Ginko Monti lo visita in albergo e lo invita a starsene a letto al caldo. Per tutta risposta il Paròn gli dice: “Son vegnu de Trieste per star in leto e farme tocar de ti, mona de un dotòr!”. E va allo stadio dove, a una temperatura a -6, assiste un tristissimo 0-3. Non passano tre mesi e il 20 febbraio 1979, Rocco muore a Trieste. Quarant’anni dopo Ginko Monti ha deciso che era giunto il momento di andare a farsi chiamare ancora “mona de un dotòr”.

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