il foglio sportivo

Il carisma dei Maldini. Storia di una stirpe che ha segnato la storia del Milan

Carlo Pellegatti e Umberto Zapelloni

Paolo è diventato più forte del padre, è stato uno dei migliori difensori del mondo nell’epoca del Milan berlusconiano. 412 partite Cesarone, 902 Paolino, una famiglia vincente nei 120 anni rossoneri

In occasione dei 120 anni del Milan, pubblichiamo uno stralcio del libro “Sempre Milan 1899-2019”, di Carlo Pellegatti e Umberto Zapelloni (Skira, 400 pagine, 55 euro)

 


 

Il carisma è un po’ come l’amalgama, non si compra al calcio mercato. Ce l’hai dentro e lo trasmetti a chi ti sta attorno. Secondo i dizionari è “la capacità di esercitare, grazie a doti intellettuali o fascino personale, un forte ascendente sugli altri e di assumere la funzione di guida, di capo”. Secondo la storia del Milan è sintetizzabile in una famiglia: Maldini. Cesare e Paolo, due generazioni di difensori, di capitani, di bandiere. Ci sono due fotografie, scattate a 40 di distanza una dall’altra, che rendono bene l’idea. Cesare Maldini che alza la Coppa dei Campioni il 22 maggio 1963 a Wembley e Paolo Maldini che alza la Champions il 28 maggio 2003 all’Old Trafford. Si passa dal bianco nero al colore, dalla vecchia Coppa Campioni alla Champions, ma vedere padre e figlio con la fascia da capitano al braccio, con quelle coppe alzate verso il cielo, con lo stesso sorriso, con la stessa gioia, con lo stesso orgoglio di aver portato il Milan in cima all’Europa, trasmette un’emozione particolare.

  

Cesare e Paolo sono la storia del Milan: 412 partite Cesarone, 902 Paolino. Se poi aprite l’albo d’oro di famiglia rischiate di essere travolti dai trofei. Cesare ha conquistato 4 scudetti e la prima Coppa dei Campioni della storia rossonera, Paolo di trofei ne ha messi in fila addirittura 26 con 7 scudetti, 5 Champions, 2 Intercontinentali, 1 mondiale per club, 5 Super coppe europee, 5 Super coppe italiane, 1 Coppa Italia. Sono numeri che non hanno paragoni nella storia del calcio mondiale. Numeri e albo d’oro però non bastano a raccontare la saga dei Maldini che, con Paolo direttore tecnico, non è ancora finita. Dietro ai numeri e alle coppe messe in bacheca c’è la storia di due uomini educati, corretti, saggi, che in campo hanno portato la loro classe, il loro modo particolare di interpretare il ruolo. Non solo quello di difensori, ma quello di capitani. Cesare è stato giocatore per 12 stagioni, Paolo addirittura per 31, comprendendo quelle da bambino, prima dell’esordio ufficiale il 20 gennaio 1985, in mezzo alla neve di Udine. Paolo ha cominciato e finito con la maglia rossonera, Cesare era arrivato a Milano da Trieste nel 1954 e ha finito a Torino, tornando in rossonero da allenatore e direttore tecnico tra un trionfo e l’altro sulla panchina dell’Under 21 e della Nazionale maggiore. “Ho ancora la maglia del mio debutto in rossonero – ha raccontato Cesare – Era il 19 settembre 1954, quando giocammo contro la Triestina, la squadra dalla quale provenivo, e vincemmo. Entrare a San Siro, percorrere il tunnel con la maglia rossonera sulla pelle era un’emozione pura che non è mai passata né diminuita negli anni. Sempre unica e incredibilmente elettrizzante perché San Siro offre ogni volta brividi incredibili”. Anche in panchina ha regalato al Milan una giornata da ricordare: 11 maggio 2001. Un derby di campionato (in casa dell’Inter per il calendario) finito con un tondissimo 6-0 con doppiette di Comandini, Shevchenko e gol di Giunti e Serginho e con Paolino ovviamente in campo.

 

La storia di Cesare è legata a quella del Paron Rocco che aveva incontrato nella sua seconda stagione alla Triestina. Il Milan lo acquistò per 58 milioni, una cifra certamente importante per l’epoca e soprattutto per un difensore. Un investimento che andrebbe studiato nelle scuole di business se calcoliamo che oltre alle 12 stagioni di Cesare, diede il via poi alla storia infinita di Paolo… Cesare era un difensore che sapeva giocare la palla, qualcuno dice che ogni tanto si innamorava anche troppo delle sue giocate da provocare quelle che sono state definite “maldinate”… qualcosa che Paolo non ha ereditato. “Maldinate” a parte, Cesare, partito terzino e diventato poi difensore centrale e sul finire della carriera libero, ha vissuto in prima persona l’evoluzione del calcio tra gli anni Cinquanta e i Sessanta. Un difensore elegante come se ne vedevano pochi in quei tempi, tanto da esser votato nella miglior squadra ai Mondiali in Cile, nonostante la nostra nazionale non avesse riscosso molto successo. L’eleganza e il carisma li ha trasmessi tutti al figlio Paolo, venuto al mondo quando aveva già smesso di giocare. E Paolo è diventato ancora più forte del padre, trasformandosi in uno dei migliori difensori del mondo nell’epoca d’oro del Milan berlusconiano. Anche lui ha modernizzato il ruolo del terzino, diventato poi esterno di difesa. Sulla fascia sinistra, con il numero 3 che dopo di lui è stato ritirato, ha corso per 25 stagioni (quelle in cui ha giocato almeno una partita ufficiale), con una carriera infinita, figlia del suo talento e della serietà con cui si è dedicato al calcio.

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