Domenico Berardi (foto LaPresse)

La vendetta di Berardi, che riporta sulla Terra l'Inter di Spalletti

Leo Lombardi

L'attaccante del Sassuolo punisce i nerazzurri. Dai 4 gol alla Juve alla polvere. Storia di uno dei talenti del nostro calcio, che si era perso e che ora sta ritrovando la strada per dimostrare di essere un leader

È bello, di questi tempi, poter aggrapparsi ad alcune certezze che testardamente resistono. Una di queste è l'Inter. Non fai in tempo a indicarla come alternativa più credibile alla Juventus e lei, imperterrita, stecca al debutto. Non è stata tanto la sconfitta di Reggio Emilia con il Sassuolo a impressionare quanto, piuttosto, la dimostrazione di impotenza. Confusioni, distrazioni, scollamenti: l'esatto contrario di quanto ci si attenda da una squadra di Luciano Spalletti. Il tutto a fronte di un'avversaria che schierava gente che un anno fa giocava in serie C (Magnani) o che vivacchiava in Bundesliga (Boateng) oppure pressoché sconosciuta fino a domenica sera, come Bourabia o Boga.

  

Un'allegra banda che Roberto De Zerbi ha in fretta trasformato in squadra vera, riconsegnandole un leader che sembrava perduto. Nello specifico: Domenico Berardi, uno etichettato in fretta come fenomeno ai tempi della promozione in serie A e uno che, a vent'anni da compiere, segnava il destino di Massimiliano Allegri al Milan (vedi alla voce: licenziamento) realizzando tutte le reti di un 4-3 stampato nella memoria. La sua era una di quelle storie che è bello raccontare. Da bambino giocava in attacco ed era andato a sostenere provini con Modena e Spal. Bocciature sonore, che avevano cancellato ogni velleità. Fino a quando un osservatore del Sassuolo non lo vede giocare una partita di calcetto con gli amici, in cui mette in mostra ciò che altri non possiedono. E a sedici anni comincia un'altra vita, in ritardo rispetto alle abituali tabelle di marcia ma con la capacità di recuperare tutto in fretta.

 

La fortuna di Berardi è quella di incontrare sulla sua strada Eusebio Di Francesco, che gli concede completa fiducia. Una fiducia che l'attaccante ripaga con i gol della promozione nel 2013 e con quelli della salvezza successiva. Nel frattempo si è palesata la Juventus, che con il Sassuolo ha un rapporto privilegiato. Acquista l'attaccante, lo rimanda in Emilia in prestito ma non lo porterà mai a Torino. “Tutti spingevano per la Juventus, ma la vedevo come un'imposizione: ho preferito dire sì al Sassuolo”, che lo riacquista nel 2015. Una vicenda che dà la misura del carattere del giocatore, poco incline ai compromessi, totalmente allergico alle interviste e fuori dai giri della fighettaggine pallonara: “Preferisco andare alle sagre del mio paese, mangiando castagne con gli amici”.

 

Un atteggiamento che gli aliena logicamente le simpatie di un ambiente permaloso come quello del calcio, pronto a criticare gli idoli che cadono nella polvere. Come avviene per Berardi, che invece di maturare definitivamente in un ambiente a lui caro, finisce per perdersi, tra infortuni balordi, espulsioni sciocche e allenatori che gli tolgono progressivamente fiducia. Non va più in doppia cifra sottoporta, esce dalla formazione titolare, da decisivo che era scivola nell'anonimato, con relativo massacro della critica. E così, all'ultimo mercato, all'Inter è andato Matteo Politano e non più lui, grande tifoso nerazzurro, come si ipotizzava in passato. Un bene per il Sassuolo, visto che in estate De Zerbi ha lavorato su Berardi fino a fargli recuperare i lampi del talento di un tempo, come si è visto alla prima di campionato, al di là del rigore decisivo. Un bene per il Sassuolo e un bene per l'Italia, perché l'attaccante è stato tra i primi convocati di Roberto Mancini, uno testardo nel riconoscere la classe dietro un carattere complicato (vedi Mario Balotelli). Berardi ha debuttato a giugno contro la Francia, dopo aver mancato l'appuntamento con Antonio Conte e dopo essere stato ignorato da Gian Piero Ventura. Ha appena compiuto ventiquattro anni, il tempo è dalla sua parte.

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