Sinisa Mihajlovic (foto LaPresse)

Il Torino e Mihajlovic sono fatti per stare assieme

Leo Lombardi
Troppo simili per ignorarsi a lungo. Il risultato è davanti a tutti. L'allenatore ha trovato una società che lo ha assecondato, invece di infilargli il bastone tra le ruote. Le prospettive sono potenzialmente esplosive, come si è visto contro la Roma.

I tifosi di calcio sono gente strana. Quelli del Torino sono ancora più strani. Perché sono rimasti fedeli a se stessi e, al tempo medesimo, a ciò che era il tifo. A volte “contro”, ma quasi sempre “pro”. Come se l'avversario fosse un incidente di percorso (Juventus esclusa) sul cammino del sostegno alla propria squadra. Quindi gente che chiede ai giocatori innanzitutto dedizione alla causa e, quando possibile, vincere anche. Forse per questo – o, meglio, proprio per questo – ai granata serviva un allenatore come Sinisa Mihajlovic. Uno che lavora, uno che bada al sodo, uno che parla diretto, uno che vive per una causa, come è quella del Torino. Serviva per tagliare definitivamente il cordone ombelicale dall'epoca di Giampiero Ventura e per buttarsi a capofitto in una nuova epoca. E serviva allo stesso Mihajlovic per ritrovare se stesso, dopo essere stato uno dei tanti sacrificati sull'altare della confusione Milan, caduto come cadevano gli imperatori al declinare dell'impero romano (in questo caso, berlusconiano).

 

Perché il Torino e il serbo erano come destinati a incontrarsi un giorno, troppo simili per ignorarsi a lungo. Il risultato è davanti a tutti. Mihajlovic ha trovato una società che lo ha assecondato, invece di infilargli il bastone tra le ruote. Le prospettive sono potenzialmente esplosive, come si è visto contro la Roma. Il Torino ha dato vita a una prova di forza come i tifosi sognavano da tempo e, attenzione, con gli uomini che i tifosi attendevano da tempo. Ovvero, gente di una certa età ma che non ha scelto la maglia granata per raccogliere gli ultimi spiccioli di carriera (vedi Valdifiori e Rossettini) e, al tempo stesso, stimolata dalla prospettiva di far ricredere qualcuno sul proprio conto (Hart con Pep Guardiola, per esempio). E poi il cavallo di battaglia della storia granata: i giovani. Perché, anche negli anni più bui, il Torino aveva sempre avuto nei ragazzi cresciuti al Filadelfia un serbatoio cui attingere. Un serbatoio poi prosciugatosi tra gestioni societarie infelici e uno stadio azzerato dalle ruspe. Ora il Filadelfia è (quasi) rinato e, al tempo stesso, i giovani cominciano a riaffacciarsi in prima squadra. Gente presa in giro, come Belotti devastante contro la Roma, oppure finalmente costruita in casa, come Barreca, terzino tornato alla base dopo i prestiti di Cittadella e Cagliari. Gente che aveva bisogno di uno come Mihajlovic per il definitivo salto di qualità, dal momento che il serbo è il primo a non curarsi delle gerarchie. Lo aveva fatto la passata stagione al Milan, portando Donnarumma agli onori del mondo, si ripete nell'attuale. Perché quello che interessa al serbo è ”vedere undici tori in campo”, e con lui interessa ai tifosi.Un furore che può essere utile soltanto a patto che si mantenga la lucidità.

 


Goran Pandev tra due avversari (foto LaPresse)


 

Quella che, per esempio, è mancata a Goran Pandev contro il Pescara. Il Genoa stava vincendo quando, nel giro di tre minuti, si è ritrovato in nove uomini per via di due espulsioni. Furore agonistico, per i due cartellini gialli a Edenilson. Furore mentale, quello di Pandev, che subisce un fallo, non viene ascoltato dall'arbitro e non trova di meglio che protestare, e a lungo. Un atto intollerabile da noi, più di certe entrate, e che Irrati punisce con il rosso diretto. Un atto, soprattutto, che non ti aspetti da uno che gioca a pallone da sedici anni e che dovrebbe essere un minimo esperto di questo mondo. Pandev non lo è stato, il Genoa ha pagato la doppia inferiorità numerica incassando la rete del pareggio a cinque minuti dalla fine e rischiando addirittura quella della sconfitta nel recupero. Il macedone non faceva parte delle prime scelte del tecnico Juric, si era ritrovato a giocarsi un'opportunità grazie agli infortuni degli altri attaccanti. Non ne aveva avute molte negli ultimi di carriera, questa l'ha sprecata nel peggiore dei modi possibili. Sbagliando con la testa e non con i piedi.

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