Caro Milan, sei un’ombra cinese. Ti guardo e non me ne frega nulla

Il nostro amore era sopravvissuto alle umiliazioni, agli sfottò, alle sconfitte, alle retrocessioni per le ignobili scommesse, alle cafonate indifendibili, a dirigenti voraci, a presidenti bancarottieri scappati con il malloppo. Persino alla gloria. Ma ora che inizia la serie A, cresce il nostro disincanto.

20 Agosto 2016 alle 06:18

Caro Milan, sei un’ombra cinese. Ti guardo e non me ne frega nulla

Il Milan esulta (foto LaPresse)

La sessantaduesima stagione del nostro amore comincia oggi, anzi domani e sarà quella del disincanto. Ancora non è rifiuto, non ti ripudio, non ti tradisco per altri, tanto tempo passato insieme non si cancella di colpo. Poi lo so, sta anche a me fare sforzi per capire perché stia andando così ma non c’è psicoterapeuta alla bisogna ed è dura, non riesco a evitare di vederti in modo diverso: sei un’ombra cinese che danza dietro il paravento e non ho alcuna trepidazione per le tue mosse. Compri Caio? Non me ne frega niente. Ti tieni i brasati in attesa di avere soldi per fare acquisti probabilmente a gennaio? Non me ne frega niente. Se ne va dopo trenta anni l’inossidabile Galliani, notizia che dovrebbe darmi un minimo di sollievo? In realtà continua a non fregarmene nulla.

 

E’ questa abulia melanconica il primo segno del disincanto. Il nostro amore era sopravvissuto alle umiliazioni, agli sfottò, alle sconfitte, alle retrocessioni per le ignobili scommesse o per pochezza sportiva altrettanto ignobile, alle cafonate indifendibili, a dirigenti voraci, a presidenti bancarottieri scappati con il malloppo. Ed è sopravvissuto anche alla gloria e non c è momento più insidioso di quello in cui si conquista la gloria, lì è facile perdersi. Innamorarsi di una stella è frequente, quasi scontato, più raro coglierla ai suoi primi passi da debuttante sul grande palcoscenico, seguirla fermamente intenzionato a starle accanto anche sul viale del tramonto. Per anni ho visto e amato tutto, le curve floride e le smagliature, il sorriso e le bucce d’arancia, la chiappa flaccida e le matite che cadono dall’incavo del seno erano fragranti come i peti di Nora Joyce sotto le lenzuola. Mi piaceva opulenta e cadente. Ma ora che sei un’ombra dietro le schermo, immagino il peggio e vedo solo sconcezze in te e attorno a te: bolliti che cambiano maglia come vestiti di stagione, non propriamente bolliti ma sulla buona strada pagati cifre demenziali, stelle fasulle e sopravvalutate, senza la forza d’animo dei grandissimi, che battono ogni record di mercato, procuratori famelici che fanno del calcio la produzione di soldi a mezzo di soldi (degli altri). Uomini simbolo, bandiere che se ne vanno, da Napoli, dalle due sponde di Torino, o sgambettano per andarsene da Milano, altra sponda. Se non è questo l’inizio della fine.

 

I cinesi, ineliminabili e inaggirabili, non fanno nulla per sedurre e nemmeno lo vogliono. Sono insieme all’islam la sola altra cultura e comunità non integrabile dall’occidente. Confidano sulla demografia, sulla legge dei grandi numeri, sullo stato e su una crescita che ancora non conosce recessione per avanzare mascherando le vere intenzioni. Non fanno solo business, costruiscono anche potere, egemonia, ideologia. Non è mercato, è flusso i cui obiettivi di volta in volta cambiano, oscuri e realisti guardano all’Europa e all’Italia come alle prime mosse del go, il gioco più difficile e il più armonioso del mondo. Ero favorevole a che un presidente ormai stanco vendesse, a chiunque persino a uno scalcagnato mister Bee. Ma ora è agosto e ho freddo agli occhi, non credo nemmeno di essere il solo, se è vero che gli abbonamenti, abituale metro dell’interesse popolare, non decollano.

 

Lo so, i soldi contano anzi pesano ed è finita l’età dell’oro ma la corsa all’utile finanziario stempera la passione. E’ una tendenza plebea, appunto da cameriere riconvertito in procuratore. I grandi che si disputano i principali campionati e i principali tornei continentali non sembrano scalabili: Madrid, Barcellona, Monaco, sono ancora retti da un appassionato protetto dalla monarchia, da una comunità stretta attorno a quello che è davvero “mas” che un club e dall’orgoglio di essere ricchi, sani e bavaresi. I club inglesi più sbarazzini finiti nelle mani dei fondi americani hanno avuto almeno cura di conservare visibile il grande nome, la grande bandiera.

 

Che in Italia la Juventus sia la sola a tenere il passo e a non doversi vendere a est, non è per nulla consolatorio, anzi suscita invidia. Potevamo essere anche noi invecchiare nella casa sul lago dorato. Così non sarà.

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