La rivincita di Cleveland, città “blue collar” tra King LeBron e Trump

La vittoria dei Cavaliers al campionato di basket Nba. Si sono aggiudicati il titolo e hanno messo in orbita una quantità di argomenti dei quali gli appassionati di pallacanestro discuteranno a lungo.
La rivincita di Cleveland, città “blue collar” tra King LeBron e Trump

Cleveland vince ad Oakland. Al centro con la coppa LeBron James (foto LaPresse)

Concludendo un’epopea sbalorditiva e coronando la rimonta nelle Finals 2016, i Cleveland Cavaliers, la monarchia di King LeBron James, si sono aggiudicati il titolo Nba e con questo trionfo hanno messo in orbita una quantità di argomenti dei quali gli appassionati di pallacanestro discuteranno a lungo. Perché si direbbe che ormai all’impianto stesso di un campionato “pro” del XXI secolo sia connesso il principio di una drammaturgia che vada oltre l’evento agonistico, travalichi i valori dei talenti sportivi e includa molto altro, riguardo all’ambiente sociale e alla temperatura emozionale collettiva, fino a diventare “storia” oltre che “gara”, acquistando un’eccezionalità destinata ogni volta a un posto speciale nella memoria (vogliamo dire dell’ultimo Superbowl, vinto da un team, i Denver Broncos, guidati da un quarterback, Peyton Manning, quarantenne, zoppo e al cospetto dell’ultima partita della carriera, nemmeno fosse stato lo sbarco a Omaha Beach…?).


 

Quest’anno il romanzo delle Finals aveva molti plot intrecciati assieme: il principale era l’agognato lieto fine della novella del figliol prodigo LeBron, il ragazzino senza padre della vicina Akron, che per vincere aveva dovuto fare “la scelta”, lasciando Cleveland e tradendo lo sforzo collettivo che cercava di portare al traguardo una comunità che da mezzo secolo non vedeva premiate le sue franchigie di basket, baseball e football. Nel 2010, dopo sette stagioni infruttuose a Cleveland, LeBron se ne andò a Miami, dove ha vinto e rivinto. Poi, con un colpo di scena, è tornato a casa due anni fa e ha cominciato a coltivare il sogno che è divenuto realtà nella notte di domenica quando, con un finale che il mondo ha seguito col fiato sospeso, i suoi Cavaliers (a cui prima di ogni partita ordinava paternamente “Seguite la mia guida”), hanno bruciato al fotofinish i favoritissimi Golden State Warriors, chiudendo la serie sul 4-3.

 

Lacrime, pianti, abbracci, commozione, LeBron in ginocchio travolto dall’emozione, appagato dalla missione compiuta: la sua Cleveland, spesso canzonata per la scarsità di attrattive e per il carattere dai riflessi teutonici, con una popolazione eminentemente blue collar malmenata dalla crisi economica, finalmente trova il motivo per inorgoglirsi e rialzare la testa. Dopo “la scelta”, “il gesto”, ovvero il risarcimento di LeBron alla sua gente, l’atto finale di un sublime ricongiungimento affettivo. Il tutto, con la magniloquenza emotiva tipica di questo atleta, dalla personalità complessa e per molti versi inesplorata, che si rappresenta amplificando le prestazioni sportive, rendendole epiche, incarnando davvero un modello di “cavaliere”, in azione per conto del suo popolo, oltre che per la sua predestinazione alla celebrità.

 



Tutti gli Highlights della finale di Nba - Cleveland Cavaliers contro Golden State Warriors

 

E stavolta il successo è stato davvero smagliante, consumato ai danni di un avversario che incarnava l’antitesi dell’“umiliarsi per vincere”: i Warriors, che sono bellezza e bravura, vanità e contemporaneità del gioco, sono la lievità di Steph Curry e delle sue pupille celesti, sono lo yoga di coach Steve Kerr, sono la statuaria perfezione di Klay Thompson – sono il basket di domani. Battuti dal condottiero con una visione, come la scintillante San Francisco nell’occasione ha pagato pegno alla grigia metropoli dell’Ohio. “Svuotate il salvadanaio per venire alla festa di mercoledì”, ha detto LeBron annunciando il party che travolgerà Cleveland per festeggiare un titolo tanto desiderato.

 

E il mondo ammirerà la sua città, familiarizzando con uno skyline di cui si sentirà parlare tanto nelle prossime settimane: alla Quicken Loans Arena, campo di casa dei Cavaliers dal nome emblematico (“lo stadio dei prestiti veloci”), il 18 luglio scenderà in campo un altro candidato a caccia di una corona: Donald Trump, che esporrà il petto alla convenzione repubblicana che sancirà, o con un ormai impossibile colpo di teatro boicotterà, la sua nomination alla Casa Bianca. Ecco la narratività dello showtime, i suoi ritmi, le sue scenografie: LeBron e Donald sullo stesso parquet. Perché ogni cosa, per illuminarsi, deve seguire una trama, una logica e una risoluzione. Lo comanda la regola  del successo nell’America d’oggi. Per quanto l’Nba somigli assai più a un mondo perfetto di quanto sappia farlo il paese che l’ha inventata.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi