Il “Francesco Totti Show” che ci aspetta da qui alle Olimpiadi

Totti olimpionico è l’ultimo avatar di un aspirante semidio romano non più giovane e dunque già pronto per quella musealizzazione assoluta che a Roma si chiama politica.

9 Giugno 2016 alle 10:40

Il “Francesco Totti Show” che ci aspetta da qui alle Olimpiadi

Francesco Totti (foto LaPresse)

Totti olimpionico è l’ultimo avatar di un aspirante semidio romano non più giovane e dunque già pronto per quella musealizzazione assoluta che a Roma si chiama politica. Non so se sia consapevole, il Capitano, dopo il suo endorsement per la candidatura dell’Urbe ai Giochi del 2024, d’aver suonato un rintocco che sa molto di cursus honorum nascente. Ma immagino di sì, avendo lui smentito ogni progetto al riguardo: “La politica non c’entra niente e non mi piace essere strumentalizzato dalla stessa. Non faccio parte di nessuno schieramento politico e sono unicamente dalla parte dello sport”. Non che sia poi la prima volta, perché da qualche anno ormai Totti viene corteggiato e blandito, sognato e temuto da piccoli e grandi impresari politici in cerca di candidati o feticci utili al caso. Il fatto è che stavolta sembra tutto diverso: il ragazzo di Porta Metronia va verso i 40 anni, è più che altro una risorsa della Repubblica pallonara romanista (prossimo direttore tecnico dal 2018?), e allora perché non anche della politica?
Per ora fermiamoci qui, accoccoliamoci nell’oleografia della Capitale da qui a otto anni, quando il Capitano andrà per i 48: “L’ho detto e lo ripeto, da romano e romanista io sarò sempre orgogliosamente a favore delle Olimpiadi a Roma”. Chissà.

 

Ma nel frattempo possiamo goderci il presente di un “Francesco Totti Show” che non viene dal nulla, perché si è sedimentato negli anni e ha preso una forma mediatica simile al marchio, al brand, al Doc o al Dop. Totti è un magnete di ricchezza internazionale nel quale fra i primi ha creduto uno dei pionieri nell’arte demiurgica: Maurizio Costanzo. E’ lui che, indovinata la qualità della materia prima, ha saputo scolpire in una dimensione creaturale, o anche solo cesellare e promuovere figure come Fiorello e Sgarbi, Vladimir Luxuria e appunto il Capitano. Nel caso di quest’ultimo, dalle comparsate al “Maurizio Costanzo Show” alla confezione dei celebri libretti di barzellette, passando per i cammei su “Scherzi a parte” – ne ricordo uno in particolare, nel quale Totti veniva un po’ spogliato da una finta sgallettata anonima e intanto, rapito più da se stesso che da lei, se ne usciva con un leggendario: “Te piacio?” – si è via via modellato un Totti parallelo al mitologico fenomeno calcistico: una credibilissima maschera al servizio delle migliori cause (oltre alla sua, naturalmente), culminata nel binomio pubblicità/beneficenza che da sempre è l’emblema di una popolarità incoronata a vita. Il Totti che recita nello spot di “10 e Lotto”, “Io c’ho i numeri” e il Totti al servizio dell’Unicef o di altre realtà bisognose alle quali ha devoluto i proventi dei suoi 5 libri e dei diritti televisivi per il suo matrimonio con Ilary Blasi (memorabile diretta Sky).

 

E per tornare alla cosa pubblica: abbiamo, sì, conosciuto il Totti veltroniano – “Grazie a Walter per l’amicizia che mi hai dato, che hai dato a Roma e ai romani”, disse in videomessaggio alle kermesse di saluto del sindaco uscente nel 2008 – ma nella memoria è rimasto sopra tutto il Veltroni tottiano: “Ha dedicato tutta la sua vita alla Roma e ha scritto una delle pagine più belle del calcio italiano”. Uno schema replicabile all’infinito: Totti qui e Totti là, con questo e quello, per questa e quest’altra necessità, sorretto da una mega macchina comunicativa che con il volto jemenfoutiste del così detto “Pupone” ha forgiato uno scudo umano dalla fungibilità universale, salvo infine scoprire che non è lui al servizio del mondo ma è il mondo al suo servizio. Non è la Curva Sud, non è l’AS Roma, non è la Capitale del generone de sinistra (tendenza Sabrina Ferilli) a poter insignorirsi d’aver incatenato Totti alla propria bandiera, semmai è vero il contrario: è lui, stringi stringi, a fare il surf sulla vita vera e su quella percepita tramite mass media. Capolavoro.

 

Al punto che oggi basta una sua parola, una sua allusione, un suo palleggio estemporaneo con le poche e persuasive parole che pur sa maneggiare, per creare un caso sportivo (l’affaire Spalletti) o un’allucinazione politica (il presunto sostegno a Giachetti). Di questo passo, noi che l’abbiamo issato sull’altare totemico di una generazione tifosa e di una cittadinanza esausta, estremi solidali della medesima dismisura fatta di collera e pigrizia, finiremo per concedergli virtù oracolari. E’ il privilegio nativo di gente come Gianni Agnelli, il cui sopracciglio faceva e disfaceva formazioni e ministri, automobili e cravatte, generando attese e illusioni o disillusioni. E lui, Totti, marmorizzato sul Campidoglio, volentieri si presterà alla parodia della sua divinizzazione ridendo di noi, fra noi, con noi, adoranti e contenti.

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