Volare sui pedali. A Milano riapre il Vigorelli, il "Tempio" della velocità

Una nuova pista, tribune restaurate e rese agilibili. E' tornato il velodromo più famoso al mondo, che fino agli anni Settanta ha visto correre i campioni della bicicletta, ha ospitato mondiali e record dell'ora. E suonare Beatles e Led Zeppelin. Coppi, Maspes e i telai di Masi, storia della "Scala del ciclismo".

2 Giugno 2016 alle 15:42

Volare sui pedali. A Milano riapre il Vigorelli, il "Tempio" della velocità

Foto tratta dalla pagina Facebook del Vigorelli

Quando Milano girava in bicicletta c'erano le giornate al Vigo. Ci si andava, ci si capitava, lì in un modo o nell'altro si finiva. Perché c'erano le “riunioni”, e la mitica “Sei giorni”, le gare in pista dove i ciclisti si sfidavano in gare di velocità; perché fuori c'erano concertini e osteriole, damigiane di bianco da bere in compagnia. Il Vigo è il velodromo Vigorelli, anzi il Velodromo per antonomasia, quello elegante "quanto un transatlantico", almeno per lo scrittore e giornalista Mario Fossati, quello che è stato, per tutti, "la Scala del ciclismo". Quello che oggi ha riaperto i battenti, e ha rivisto sulla sua pista correre i ciclisti, anche se per i grandi campioni forse si dovrà aspettare qualche anno, perché se la pista è tornata ai fasti di un tempo e la tribuna centrale invasa dalla gente, per i locali e gli altri spalti ci vorrà ancora tempo.

 


La foto postata dal comune di Milano nella sua pagina Facebook


 

In ogni caso la riapertura è qualcosa che ridona a Milano il suo “Tempio”, come lo chiamava Gianni Brera. Perché sino agli anni Sessanta non c’era ciclista di livello che riuscisse a resistere al fascino di quella pista di 397,57 metri in listelli di pino di Svezia. Tutti i migliori atleti arrivavano lì per correre, per vedere l’effetto che fa arrampicarsi sulle curve paraboliche che si inerpicano a 42 gradi verso gli spalti. Su quelle tribune ci stavano in dodicimila, ma quando al Vigo c’erano i Mondiali o ci arrivava il Giro, oppure c’erano i campioni, ci entravano in ventimila.

 

Anche le grandi band del rock non rimanevano insensibili al “Tempio”: i Beatles ci arrivarono il 24 giugno del 1965 per la loro unica data in Italia. L’impianto era colmo di ragazzi, John Lennon commentò: “Capisco perché gli italiani amano il ciclismo: pensare di vedere i corridori sfrecciare qui è puro incanto”. Gli italiani di una certa età, invece, ancora non avevano capito perché i ragazzi di tutto il mondo amassero i Beatles: quell’unica data milanese dei Fab Four sconvolse la città, e segnò il suo ingresso nell’età del rock. Sei anni più tardi sul palco, nel prato in mezzo all’anello, si presentarono i Led Zeppelin. Del concerto però nessuno si ricorda. Durò cinque minuti, poi polizia e fan iniziarono a picchiarsi: il palco fu distrutto, gli strumenti del gruppo pure.

 


I Beatles al Vigorelli il 24 giugno 1965


 

Quando arrivarono le macchine, i milanesi si dimenticarono delle biciclette, e poi anche del Vigo. Le corse diminuirono e con loro gli spettatori, e con questi la manutenzione. Chiuse nel 1975. Venne riaperto nel 1984, ma se ne accorsero in pochi, almeno sino al gennaio del 1985, quando una forte nevicata danneggiò il tetto degli spalti e il parquet della pista. Cancelli chiusi di nuovo: i lavori sarebbero costati troppo al comune. Il prato al centro ospitò calcio, hockey, football americano. Qualcosa provò a fare Giorgio Squinzi nella seconda metà degli anni Novanta. La pista venne sistemata, la tribuna centrale resa agibile. Qualche gara venne organizzata nel disinteresse generale.

 

Quando a Milano tornarono le biciclette ai milanesi tornò in mente il Vigo. La gente tornò lì a vedere cosa fosse successo alla "Scala del ciclismo" e la trovò trasandata, messa male. E così nacque il Comitato Vigorelli, persone normali unite da un unico obiettivo: recuperare il Vigo, perché Milano senza la sua pista era una Milano che aveva meno senso, perché una Milano che tornava ad affollarsi di bici non poteva non avere il suo “Tempio”. La giunta Pisapia nel 2013 provò a rimettere in sesto l’impianto. L’idea era quello di trasformarlo in altro, un impianto multifunzionale con una pista omologata per le corse in pista. Il progetto era buono, l’idea un po’ meno. Protestò il Comitato, fermò tutto il ministro dei Beni Culturali Massimo Bray. Cambiare i connotati al velodromo eliminando lo storico ovale per installarne una smontabile utilizzabile quando necessaria era stravolgerne la storia, “deturpare un patrimonio pubblico”, disse all’epoca il ministro. Il Comitato Vigorelli allora si adoperò per trovare fondi, per preservarne i 397,56 metri dell’anello in pino svedese.

 

 

E ora Milano ha di nuovo il suo Vigo. Quello del record dell’ora di Fausto Coppi il 7 novembre 1942: 45,798 chilometri senza preparazione, con una bicicletta racattata all’ultimo. Un’impresa in tempo di guerra che rimase imbattuta per quasi quattordici anni. A battere l’Airone ci riuscì sempre su quella pista Jacques Anquetil il 29 giugno del 1956. A novembre lo migliorò Ercole Baldini, ancora dilettante. Poi Roger Rivière due volte, l’ultima il 12 settembre 1958, ultimo record segnato nell’anello milanese.

 


Fausto Coppi al Vigorelli durante il record dell'ora del 1942


 

Coppi al Vigorelli correva appena ne aveva l’occasione, ma furono Antonio Maspes in pista e Faliero Masi fuori a renderlo mitico. Il primo era sprinter, il secondo costruttore. Il primo correva con le bici che realizzava il secondo. Il primo è icona, il secondo pure. Il primo al Vigo vinse due ori mondiali, il secondo fece pedalare tutti i più grandi corridori della velocità.

 

Maspes nel velodromo entrò per la prima volta a 14 anni. Nel 1947 truccò il certificato di nascita per poterci correre (era minorenne). Nel 1955 vince il suo primo Mondiale. Il favorito allora era Jan Derksen. L’olandese era potente, “gambe al fulmicotone, un cannone umano”, scriveva Bruno Raschi, era esperto e soprattutto vincente. Maspes ancora era poco più che una promessa. Stupì l’avversario e il pubblico con un surplace (lo stare fermi in equilibrio sulla bicicletta senza mettere piede a terra) di trentadue minuti. Quando vide il suo sguardo svuotato di energia, scattò. Vinse. Il belga Jeff Scherens, che aveva collezionato 7 titoli, insorse per dire che il surplace era antisportivo. La replica di Maspes fu immediata: “E' contro il surplace chi non lo sa fare”. I suoi surplace divennero leggenda. Uno a Zurigo con Sante Gaiardoni, il grande rivale della carriera, superò l’ora. Un’ora di immobilità tra gli “ohhh” del pubblico, “uno spettacolo di eccelsa meraviglia, un inno alla grazia e all’insensatezza tipica delle eccezionalità”, scrisse Antoin Blondin. Antonio Maspes rese immortale in Vigo che, dopo la sua morte gli rese omaggio intitolandogli l’impianto.

 


Foto tratta dall'archivio storico online del velodromo


 

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi