Un treno che si chiama Marcel Kittel. Dumoulin in rosa, buste e borracce al Giro

Lo sprinter tedesco si impone nella volata della seconda tappa della corsa rosa che si concludeva a Nijmegen. Battuti il francese Démare e l'italiano Modolo. Berlato si gode 180 chiometri di fuga, mentre l'olandese mantiene il simbolo del primato per un secondo. Le anziane continuano ad animare il Giro. Come? Lo spiega Maurizio Milani

7 Maggio 2016 alle 17:39

Un treno che si chiama Marcel Kittel. Dumoulin in rosa, buste e borracce al Giro

Marcel Kittel

Seconda tappa, Arnhem-Nijmegen, 190 chilometri – Il finale è accelerazione, prima, potenza, poi, tripudio, infine. E’ un treno che si spezza, quello della Etixx-Quick Step, e un altro che si invola: è Marcel Kittel, che vince a Nijmegen, che stacca di metri e metri il secondo, il francese Arnaud Démare, si perde il terzo, Sacha Modolo. Per il gigante tedesco è il terzo successo in carriera al Giro d’Italia, nessuno in territorio italiano. Due volte aveva esultato in Irlanda due anni fa, poi niente più corsa rosa, ritiro al rientro in Italia nel 2014, un virus l’anno scorso.  

 



 

Doveva essere volata e volata è stata. D’altra parte non c’era possibilità di errore. Perché in centonovanta chilometri di Olanda senza vento e senza alture, dove il dislivello si conta in centimetri, dove la salita è poco più che un incidente di percorso, un errore orografico, pensare di scappare e raggiungere il traguardo per beffare i velocisti è sciocca utopia. Ma a Giacomo Berlato, Omar Fraile e Maarten Tjallingii del buon senso se ne fregano, al pronti via se ne vanno in avanguardia e ci restano per 170 chilometri lo spagnolo e l’olandese, per oltre 180 l’italiano della Nippo-Vini Fantini. Davanti si giocano i traguardi volanti, il primo Gran premio della montagna, si guardano attorno, prendono gli applausi del pubblico – tantissimo, bordi strada pieni per tutta la giornata –, animano un po’ una frazione interessante come un film cecoslovacco sul senso della vita degli anni Sessanta.

 

All'arrivo: 1. Kittel 2. Demare 3. Modolo 4. Hofland 5. Ruffoni 6. Porsev 7. Ewan 8. Sbaragli 9. Amador 10. Nizzolo

In classifica generale: 1. Dumoulin; 2. Roglic ST; 3. Kittel +1"; 4. Amador +6"; 5. Ludvigsson +8"; 6. Moser +12"; 7. Jungels +13"; 8. Brandle +14"; 9. Dillier + 16"; 10. Kluge +16";

 


Abecedario fisso -- L'altro Giro d'Italia di Maurizio Milani

 

B come BUSTA – Tantissime donne anziane al passaggio dei corridori danno loro delle buste arancioni. Sono quelle che hanno appena ricevuto dal presidente Boeri. Il contenuto è stato tolto ovviamente e nella busta è stato messo solo l’anno in cui il corridore che la riceve andrà in pensione. Sono buste a sorpresa. Ieri ad esempio Valverde si è beccato la busta con dentro il 2060. Di solito questa bella abitudine viene fatta durante la cronometro. Le donne anziane a volte nella busta scrivono delle richieste tra le più belle. Tipo: “Può assumere mio nipote al Coni?”, oppure “Perché Vincenzo Nibali non mi saluta quando passa davanti a casa mia?” ecc. I ciclisti cortesemente prendono le buste e le danno ai direttori sportivi. Loro le leggono e le archiviano. Possono essere infatti consultate presso l’Archivio di Stato di Milano. Via Antonio Pigafetta n° 1 (chiedete di Toni).

 


 

B come BORRACCIA – Non è altro che un cilindro di plastica, ora, latta, un tempo. Conteneva mezzo litro, un tempo, seicento ml, ora. Quando si va a pedali però quel contenitore si trasforma in altro, in ancora di salvezza, ripartenza, libidine. E’ il discrimine tra la crisi più nera e la continuazione delle sofferenze, tra la deriva e la speranza di rimanere lì dove si è appesi con tutte le forze. E’ acqua. A volte nient’altro, molto spesso mista a zuccheri, maltodestrine che si assimiliano prima. Qualcuno un tempo la riempiva con un poco di vino, che combatte la sete. Poi c’era quella di scorta, la Bomba, un paio di gambe di riserva, “composta da ingredienti segreti, i principali dei quali sono la simpamina e la fiducia che funzioni”, almeno per Fausto Coppi. La borraccia è passaggio, da massaggiatore a gregario, da gregario a capitano, da chiunque quando la strada sale e con questa la sete. In gruppo durante il Giro se ne passano migliaia: ci sono corridori che ne riescono a portarne anche una ventina alla volta: nelle tasche posteriori, sotto la maglia, in bocca, tra le dita, ovunque. Una è diventata simbolo. Coppi e Bartali, Col du Galibier, Tour de France del 1952: Coppi davanti, Bartali dietro, quasi affiancato, una borraccia tra loro, da mano a mano. E poco importa se non fosse una borraccia ma una bottiglia. E’ il passaggio tra due rivali, anzi tra i due rivali, a fare notizia. E poco importa anche se fosse fatta a tavolino, se fosse stata studiata e inventata da Carlo Martini, professione fotografo. Chi la passa a chi? E’ la domanda a cui non c’è risposta. Nessuno dei tre protagonisti l’ha mai detto. Ma è un segreto di Pulcinella. Uscì per “Lo Sport illustrato” del 10 luglio, venne riproposta in copertina di “Un anno di sport”, dello stesso anno. Nella didascalia il mistero è svelato, basta trovare il numero. (g.b)

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