L’olandese malsopportato: storia di Van Gaal, un gran vincente di insuccesso

Il tecnico del Manchester United nella sua carriera ha vinto tutto quello che c'era da vincere, ma è sempre stato poco apprezato dalle sue tifoserie. Dalla Champions League vinta con l'Ajax ai dissapori con Cruijff, ritratto di un allenatore pignolo e ossessionato dalla tattica che non è mai riuscito a comunicare la sua filosofia calcistica.

10 Marzo 2016 alle 15:18

L’olandese malsopportato: storia di Van Gaal, un gran vincente di insuccesso

Louis Van Gaal (foto LaPresse)

Può un allenatore che ha vinto tutto, campionati (sette), coppe nazionali (tre), Coppa Uefa, Champions League, Coppa Intercontinentale, che ha vinto ovunque si sia seduto in panchina, non comparire mai tra i tecnici più amati della storia recente? Sì, se si considera se stessi l’unico artefice del proprio successo e tutto il resto solo una variante totalmente controllabile di una personale idea di calcio. Insomma, se ci si chiama Louis Van Gaal.

 

Il problema è che "il calcio è una questione di risultati, ma l’essere ricordati dai tifosi è soprattutto una questione di pelle. E io ce l’ho dura e molto coriacea", disse al Guerin sportivo l’ex tecnico della Nazionale italiana, Gipo Viani, uno che nella sua carriera non è mai stato particolarmente amato dalle tifoserie delle squadre che ha allenato.

 

Dello stesso problema di Viani soffre anche l’attuale allenatore del Manchester United. La dimostrazione (parziale) l’ha data un recente sondaggio del Mundo Deportivo: secondo i risultati pubblicati dal giornale sportivo di Barcellona, Van Gaal è il tecnico della storia recente del club ad avere ricevuto meno preferenze all’interno della tifoseria blaugrana, anzi a non averne ricevuta nessuna. Peggio ancora di Gerardo Martino, l’unico allenatore che nell’ultimo decennio non ha vinto nulla con il Barça. Eppure l’olandese in Catalogna ha conquistato due campionati e una Coppa di Spagna e ha, soprattutto, gettato le basi per le vittorie future, da quelle di Frank Rijkaard a quelle di Pep Guardiola.

 

 

Ma le vittorie contano poco se non si sa farle fruttare. Ed è proprio questo il punto debole di Van Gaal: riuscire a rendersi simpatico alla tifoseria, prima che alla stampa, riuscire a creare quel clima inclusivo che fa sentire i tifosi parte integrante delle vittorie della squadra, saper utilizzare i giornalisti per veicolare un messaggio, qualunque esso sia, che possa creare un’epopea, un racconto dei propri successi.

 

Se José Mourinho ha sempre trasformato le conferenze stampa in uno show per allentare la tensione sulla squadra, trasformando ogni sua vittoria in un’impresa; se Carlo Ancelotti le ha utilizzate per incrementare la fiducia dei suoi uomini, cercando di creare un clima cameratesco ed esclusivo tra squadra e tifoseria; se Jürgen Klopp ride e scherza, cerca di sdrammatizzare, capovolgendo le critiche in siparietti comici, il tecnico olandese si è sempre trovato a disagio al di fuori del campo di gioco, e in ogni dichiarazione ha involontariamente creato un muro tra lui, la squadra e il mondo esterno.

 

E’ per questo atteggiamento che a Van Gaal difficilmente vengono riconosciuti i meriti che ha conquistato sul campo. Dal “sono io troppo intelligente o lei troppo stupido?" rivolto a un giornalista olandese alla metà degli anni Novanta, sino al "si è accorto che questa è una domanda stupida?", detto a un cronista inglese nei primi mesi alla guida del Manchester United, il tecnico olandese si è sempre dimostrato poco capace a gestire i rapporti con chi gravita attorno al mondo calcistico. Un limite che non si è visto solo con la stampa.

 


Louis Van Gaal durante la sua avventura al Barcellona


 

Era la stagione 1999/2000 e il suo Barcellona, allora secondo in classifica, perse alla 26esima giornata per 3-0 contro il Real Madrid al Bernabeu. Al ritorno in Catalogna un centinaio di tifosi accolsero i giocatori fuori dal centro sportivo per chiedere spiegazioni sull’inattesa sconfitta. Molti dei blaugrana si fermarono con gli ultras, chiedendo loro di continuare a supportare la squadra. Il solito teatrino extra calcistico, nulla da segnalare. Almeno sino a quando scese dal pullman Van Gaal che ignorò tutti e scuro in volto si diresse verso la sede del club. Fu allora che un tifoso urlò all’allenatore che far giocare Rivaldo largo a sinistra non era una buona idea. In molti avrebbero sorvolato, lui si bloccò, si voltò e disse: "Io sono l’allenatore, lei non è nessuno, perché se fosse qualcuno starebbe al mio posto. Solo io so come questa squadra deve giocare, perché io l’ho creata". Questa risposta venne ripresa da Marca e da quel giorno la curva del Barça, che già non aveva mai amato il tecnico, iniziò a fischiarlo a ogni partita. La squadra regalò il campionato al Deportivo La Coruña perdendo in casa con il Mallorca e il Rayo Vallecano, arrivò seconda, decretando così la fine della pax armata tra il tifo e quell’allenatore che aveva portato in bacheca tre titoli (due campionati e una Coppa del Re) nei primi due anni di gestione. Van Gaal se ne andò in estate e in molti, tifosi in primis, furono sollevati da quell’addio.

 

Questo episodio dice molto dell’incapacità di Van Gaal di mediare, di scherzare su se stesso e sul suo lavoro, rendendo palese la pignoleria di uomo abituato a studiare nei dettagli il suo sistema di gioco, di abbandonarsi a esso con l’atteggiamento del fisico alle prese con un esperimento, con la certezza dell’esattezza e dell’infallibilità del suo metodo di ricerca. Perché il calcio di Van Gaal è questo: studio approfondito delle dinamiche di gioco, attenzione spasmodica alle distanze tra i reparti, alla posizione che i suoi giocatori devono tenere in campo. Le sue squadre sono la riproduzione esatta del suo inseparabile quaderno d’appunti: tutto è funzionale al gioco corale espresso, nulla è lasciato al caso, pochissimo alla libertà individuale. Perché il calcio di Van Gaal è maieutica, si basa sulla necessità di creare nel giocatore la consapevolezza di avere una funzione precisa all’interno della squadra e di esistere solo all’interno di essa: un modo di giocare che annichilisce la libertà personale di creare, e impone a tutti il concedersi totalmente a una precisa dinamica di gruppo, dove tutti i movimenti sono studiati. Lo ha detto lui stesso nel 1996 a un quotidiano olandese: “Ogni giocatore deve comprendere a fondo la geometria del gioco e del campo e deve inserirsi in una squadra che pensa e si muove come un corpo unico. L’obiettivo a cui deve tendere un allenatore non è altro che quello di creare un sistema dinamico di posizioni ben definite, in modo che ogni giocatore, quando ha il pallone tra i piedi, conosca in anticipo il posizionamento dei compagni e possa distribuire la palla più velocemente dando all’avversario la sensazione che il campo sia troppo largo e troppo lungo per essere difeso”.

 

 

Tiki-taka ante litteram, dove però ogni personalismo è bandito. “Il dribbling è la negazione dell’efficacia di un sistema di gioco”, disse a Dennis Bergkamp ai tempi dell’Ajax. Quella di Van Gaal è scienza applicata al calcio, ai suoi giocatori chiede abnegazione e intelligenza, volontà di consegnarsi totalmente alla tattica e di considerare la tecnica individuale un qualcosa di utile solamente a dare velocità al gioco. E’ allo stesso tempo l’evoluzione del Calcio Totale dell’Olanda di Cruijff e la sua negazione. E’ l’esasperazione del gioco di posizione con il quale l’Ajax degli anni Sessanta rivoluzionò il calcio europeo, ossia quel sistema di gioco che prevede che ogni giocatore sia in grado di prendere il posto di un altro all’interno del campo. Ma che questo ha eliminato qualsiasi tendenza personalistica e rivoluzionaria.

 

Questa cieca fiducia nel suo credo lo ha però posto sempre dietro una cattedra, a difesa più che di un modo di giocare, di una filosofia calcistica. E come ogni persona attaccata morbosamente alla propria idea del mondo, si è sempre posto a gli altri con la spocchia del bambino più intelligente che si stupisce della stupidità altrui. Van Gaal è l’antitesi del tifoso, in lui non c’è nulla di sentimentale, tutto è razionalità. E la “razionalità stanca, opprime e relega il calcio a un giochino da malati di pignoleria. La mia Olanda - ha detto Cruijff poche settimane dopo il "golpe” riuscito per rivoltare la struttura dirigenziale dell’Ajax - ha stupito tutti perché faceva combaciare individualità strabordanti con un preciso modo di giocare. Tutti noi eravamo disposti al sacrificio perché sapevamo che ognuno di noi aveva le capacità di risolvere le partite. Eravamo un collettivo, non un esercito di cloni come mi è capitato di vedere recentemente". Quell-esercito di cloni” erano le giovanili dell’Ajax che Van Gaal aveva restaurato a partire dagli anni Novanta.

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