Perché l’esperimento Sassuolo è diventato un modello calcistico di successo

I soldi parlano. A Sassuolo parlano quelli del nuovo stipendio del calciatore croato Sime Vrsaljko: 1,2 milioni di euro all’anno fino al 2019. Non è un dettaglio. E’ la certezza che qualcosa lì, a Sassuolo, sia cambiato. Perché quello è un ingaggio da Fiorentina, da Sampdoria, da Genoa, da Torino.

23 Agosto 2015 alle 06:18

Perché l’esperimento Sassuolo è diventato un modello calcistico di successo

I soldi parlano. A Sassuolo parlano quelli del nuovo stipendio del calciatore croato Sime Vrsaljko: 1,2 milioni di euro all’anno fino al 2019. Non è un dettaglio. E’ la certezza che qualcosa lì, a Sassuolo, sia cambiato. Perché quello è un ingaggio da Fiorentina, da Sampdoria, da Genoa, da Torino. Da squadre, quindi, di un’altra categoria. E’ l’evoluzione. E’ la trasformazione da micro-club in qualcosa d’altro. Perché Sassuolo fino a oggi era il simbolo del pallone dei piccoli più di ogni altro: dell’Empoli, del Chievo, del Frosinone o del Carpi. Per numero di abitanti (la più piccola città delle serie A), per storia del club, per risultati. Un milione e duecentomila euro significa stare sul mercato con l’idea di trattenere i giocatori non solo di allevarli e venderli. Perché questo è stato il destino delle mini squadre: organizzazione, programmazione, prestiti dalle grandi, valorizzazione dei calciatori, cessione. Così, a ripetizione. Così ogni anno. Significava poter fare una politica di ingaggi contenuta: stai qui un anno, al massimo due, ti fai notare, io ti do poco, ma poi quando ti vuole una grande la tua vita cambia. Vrsaljco è il muro. Vrsaljco resta comunque in vendita, ma a patto che arrivino 15 milioni, se no resta a Sassuolo. E guadagna come se andasse in un club più grande.

 

La rivoluzione è silenziosa e progressiva. Sta nella strategia di comprarsi uno stadio (unica squadra con la Juve ad averlo totalmente privato, quello dell’Udinese invece è un misto pubblico-privato), nel portare sugli spalti una media di 12.831 spettatori per una città di 41 mila persone, nel fare a oggi 7 mila abbonati, ovvero più di quelli che al momento ha fatto il Napoli. Sta anche nell’aver cambiato lo sponsor tecnico: da Sportika a Kappa, ovvero da un brand sconosciuto al produttore italiano di kit da calcio più grande. E’ un percorso, una strategia. Si cresce. Sassuolo va con se stesso. Vende, compra, investe. Non conta che il bilancio sia in negativo: 13 milioni di passivo dalla chiusura 2014. Non conta perché poi sono arrivate le cessioni di Zaza e di un pezzo di Berardi, passati entrambi alla Juventus (anche se il secondo è rimasto in Emilia). Contabilizzando le due operazioni oggi, più le vendite di Pavoletti e Kurtic, il Sassuolo sarebbe in utile per quasi 8 milioni. Per questo ha comprato ancora: Defrel, Pellegrini, Sbrissa.

 

Il gioco funziona. Sin dal suo ingresso nel mondo del calcio, Giorgio Squinzi aveva dato mandato ai suoi manager di gestire la squadra con un’idea precisa: Mapei investiva ogni anno un tot, punto. Il resto doveva essere autogestione del club. L’autogestione ha portato la serie A e quello che c’è oggi. Compreso un aumento di fatturato del 76 per cento in un anno: da 31,6 milioni di euro a 55,7 milioni. Ed è vero che 22 di questi sono della Mapei che controlla la società e ne è pure lo sponsor, ma è vero anche che il resto dipende dal mercato e dagli introiti, ovvero stadio e diritti tv. C’è di più: alla Mapei dicono con relativa nonchalance che la sponsorizzazione del Sassuolo, i naming rights dello stadio che si chiama Mapei Stadium, ha contribuito all’aumento del volume d’affari dell’azienda di Squinzi che l’anno scorso ha chiuso il bilancio con un attivo di 943 milioni di euro.

 

E’ il circolo virtuoso, è l’inversione di tendenza, è appunto l’evoluzione. E’ passare da caso simpatico a caso interessante. E’ passare da club naïve, a club modello. Perché i micro-club non sono modelli, ma esperimenti che devono diventare qualcosa, altrimenti spariscono. Sassuolo ha preso una la strada. Sua, indipendente da altri, diversa. Ha scelto che cosa vuole essere: una società che deve stare in piedi, che possibilmente deve produrre utili restando in serie A. Ha un’idea di come vuole crescere, soprattutto di come può crescere. Così soldi si parte, ma poi ai soldi ci si arriva. Il campo è arrivato nel mezzo a sostenere gli investimenti e quindi a scatenarne altri. I risultati ottenuti dalla squadra di Di Francesco negli ultimi due anni sono attraenti per i giocatori che a Sassuolo vanno volentieri. Significa poter lavorare. Significa avere materiale umano. La scelta di Berardi di restare almeno un altro anno a giocare lì anziché andare nella Juve o in un altro club è simbolica: a Sassuolo, giocando e segnando, si può prendere l’Europeo del 2016. A Sassuolo, giocando e segnando, resta sul mercato.

 

[**Video_box_2**]L’organizzazione è complessa, contrariamente a quanto uno potrebbe pensare. Qui non c’è il calcio di provincia da cartolina anni Ottanta. C’è metodo, c’è scienza, c’è ricerca. Già tre anni fa, il Sassuolo aveva uno staff e un laboratorio che lavoravano per preparare bene e singolarmente i calciatori. Di Francesco ne fu addirittura sorpreso. Oggi strutture e staff sono aumentati e migliorati. L’anno scorso il Sassuolo ha chiuso il campionato con una media di 5 infortunati. La media globale, stimata dalla Fifa, è di 10. Conta anche questo. Più di quanto si pensi. Non sono numeri, sono punti in campionato.

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