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Perché i droni americani partiti da Sigonella non avevano bisogno del sì italiano
Negli accordi bilaterali firmati tra Italia e Stati Uniti esistono dei casi in cui l'esercito americano può operare senza alcun via libera da parte di Roma. Come per esempio quando le operazioni non sono "cinetiche", cioè non prevedono bombardamenti
La polemica sull’eventuale impiego delle basi militari americane in territorio italiano per l’attacco all’Iran ha mostrato, ancora una volta, tutta l’irrilevanza del nostro paese. La politica discute e si divide, ma lo fa su basi senza fondamento. Gli aeroporti e le infrastrutture americane presenti in Italia infatti sono già state utilizzate per supportare la campagna aerea contro Teheran, ma non come intende l’opposizione. Mercoledì e sabato dalla base aeronavale di Sigonella sono infatti decollati due droni MQ-4C Triton della Us Navy, diretti verso il Golfo Persico, dove hanno sorvolato per ore le acque tra la penisola arabica e l’Iran. Si tratta di pattugliatori marittimi non armati che, grazie ai loro sensori a lungo raggio, sono in grado di identificare obiettivi in mare e raccogliere informazioni operative. Il loro impiego è avvenuto proprio nei giorni in cui il Comando centrale americano ha annunciato di aver distrutto gran parte della flotta militare iraniana. Pur non essendo velivoli da combattimento, è verosimile che il loro contributo sia stato prezioso per le operazioni statunitensi.
Nonostante questo, è molto probabile che un impiego operativo di questo tipo non richieda agli americani alcuna autorizzazione preventiva da parte del governo italiano. L’utilizzo delle basi Usa nel nostro paese è regolato da una serie di accordi bilaterali, in gran parte secretati, a partire dal Bilateral Infrastructure Agreement firmato nel 1954. Questi testi stabiliscono che le basi sono territorio sovrano italiano, e che il comandante delle forze armate americane è tenuto a informare la propria controparte italiana delle attività in corso. Esistono però casi in cui gli Stati Uniti possono operare senza alcun via libera da parte di Roma. Il primo riguarda le operazioni Nato: in quel caso le attività sono considerate già autorizzate nel quadro dell’Alleanza atlantica. E’ possibile che i droni Triton siano stati lanciati nell’ambito del programma di sorveglianza dell’Alleanza? Al Foglio un portavoce Nato lo esclude categoricamente: “Non ci sono velivoli Nato di questo tipo oggi operativi in medio oriente”. Resta dunque l’ipotesi più plausibile: che i droni di perlustrazione siano stati impiegati sotto comando esclusivamente americano per supportare la campagna sull’Iran. Ma esiste anche un secondo caso in cui Washington non è tenuta ad avvertire Roma: quando le operazioni non sono “cinetiche”, cioè non prevedono bombardamenti, come ha ricordato anche la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. I Triton, in effetti, non sono armati.
Questo però non significa che non facciano parte del dispositivo militare impegnato contro l’Iran. La raccolta di dati e di intelligence è oggi una delle componenti decisive della guerra. Sensori, sorveglianza e analisi delle informazioni sono diventati strumenti essenziali quanto le armi stesse. E questi sistemi sono infinitamente più sofisticati e diffusi rispetto al 1954, quando furono scritte le regole sull’uso delle basi americane in Italia. Un’evidenza ancora più chiara se pensiamo a un’altra infrastruttura strategica americana sul nostro territorio: il Muos. Il sistema di comunicazioni satellitari in provincia di provincia di Caltanissetta, composto da gigantesche parabole, rappresenta l’anello di collegamento delle comunicazioni delle forze armate americane tra Europa, Africa e medio oriente. Il sito siciliano è uno dei quattro nodi terrestri globali del sistema di comunicazione satellitare geostazionario Usa (gli altri sono in Virginia, alle Hawaii e in Australia). E’ verosimile che le enormi antenne trasmettano anche i dati e i segnali in arrivo dall’armata Usa che colpisce l’Iran. Ma anche in questo caso il governo italiano non deve autorizzare alcunché, e probabilmente nemmeno essere informato.
La discussione politica appare ancora più paradossale se si considera un dato geografico. E’ improbabile che gli Stati Uniti possano chiedere di usare le basi italiane per bombardare l’Iran. Teheran dista oltre 3.000 chilometri da Sigonella. Troppo distante per i cacciabombardieri, che decollano invece dalle portaerei e dalla Giordania. Inutile per i bombardieri strategici, che partono direttamente dalla costa americana e vengono riforniti in volo. Washington dispone di infrastrutture molto più adatte delle nostre, come spiega al Foglio un ex capo di Stato maggiore della Difesa italiana. Per di più, ora che Londra ha concesso l’uso delle basi britanniche, non hanno alcun bisogno di altre infrastrutture nell’immediato. La politica italiana si divide da giorni su presupposti superati, mentre gli americani già utilizzano le infrastrutture nel nostro paese. Un ulteriore, deprimente, segno dell’irrilevanza italiana nello scacchiere internazionale.