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Troppa Europa? No, troppe norme nazionali non armonizzate

Lorenzo Borga

Ogni governo mantiene specificità fiscali, tecniche o amministrative per tutelare interessi interni: il risultato è un mercato unico sulla carta e 27 mercati nazionali nei fatti

C’è un mantra che attraversa le capitali europee: Bruxelles regola troppo. Lo ripetono Giorgia Meloni, Friedrich Merz, il premier belga Bart De Wever. L’Unione soffocherebbe la competitività con un eccesso di norme, vincoli e standard. La diagnosi è rassicurante – il problema sarebbero le istituzioni europee – e la terapia implicita altrettanto semplice: meno regole comuni. Ma è una lettura parziale. Il vero freno alla competitività europea non sono tanto le regole condivise, che per definizione si applicano a tutti allo stesso modo, quanto la mancata armonizzazione delle troppe norme nazionali che continuano a frammentare il mercato unico. Lo sostengono, con accenti diversi, Mario Draghi ed Enrico Letta nei loro rapporti sulla competitività e sul mercato interno. Draghi lo ha detto a Lovanio a inizio febbraio: “Dove l’Europa si è federata – sul commercio, sulla concorrenza, sul mercato unico, sulla politica monetaria – siamo rispettati come potenza e negoziamo come un unico soggetto. Dove non lo abbiamo fatto – sulla difesa, sulla politica industriale, sugli affari esteri – siamo trattati come un’assemblea disomogenea di stati di medie dimensioni”. Letta, nel suo rapporto di due anni fa, ha descritto un mercato unico che esiste sulla carta ma che, nella pratica, resta un mosaico di normative fiscali, amministrative e tecniche.

 

Gli esempi sono concreti. Un cliente non può noleggiare un’auto in uno stato membro e restituirla in un altro a causa delle diverse tassazioni nazionali sui veicoli. Non è un divieto europeo, ma l’effetto di regimi fiscali divergenti che ogni paese difende. Un produttore di vino che esporta in un altro stato Ue deve districarsi tra accise differenti e adempimenti nazionali che gravano soprattutto sulle piccole aziende. Anche in questo caso non si tratta di “troppa Europa”, bensì dell’assenza di un’armonizzazione effettiva. Lo stesso vale per la spedizione transfrontaliera dei rifiuti destinati a impianti di trattamento: le autorizzazioni ambientali nazionali possono richiedere fino a dodici mesi, e alcuni paesi come la Germania utilizzano ancora il fax per rilasciarle. O per le ferrovie: Spagna e Portogallo utilizzano uno scartamento (la larghezza dei binari) diverso rispetto alla maggior parte dell’Europa, mentre nei Paesi baltici ne esiste un altro ancora. E’ una scelta storica, ma comporta costi permanenti per l’integrazione logistica. Persino il peso massimo consentito per i camion varia da stato a stato: 40 tonnellate in Germania e Francia, 44 in Italia e Belgio, 60 nei Paesi Bassi. Un trasportatore che attraversa più confini deve adeguarsi a regole diverse lungo lo stesso tragitto.

 

Queste non sono “iper-regolazioni europee”, bensì il loro opposto. Ogni governo mantiene specificità fiscali, tecniche o amministrative per tutelare interessi interni: autotrasportatori, operatori ferroviari, produttori locali, categorie organizzate. Il risultato è un mercato unico sulla carta e ventisette mercati nazionali nei fatti. L’Italia non fa eccezione: oggi conta 75 procedure di infrazione aperte, in larga parte per mancata o incompleta applicazione del diritto europeo. La contraddizione è evidente. Si invoca meno Europa mentre si difende la frammentazione che impedisce alle imprese di crescere di scala. Il mercato dei capitali resta incompleto, i servizi sono tra i meno integrati, le infrastrutture non dialogano pienamente. Non sorprende allora che le aziende europee siano mediamente più piccole e meno capitalizzate rispetto ai concorrenti americani o cinesi.

 

Le regole comuni possono essere migliorate e semplificate, ma hanno un merito fondamentale: creano un terreno uniforme. La frammentazione nazionale, invece, produce costi nascosti, duplicazioni e inefficienze che ricadono su imprese e consumatori. Se davvero si vuole rafforzare la competitività europea, la battaglia non è contro Bruxelles, ma contro la tentazione permanente dei governi nazionali di proteggere interessi particolari a scapito dell’integrazione. Il mercato unico non muore per eccesso di regole comuni. Muore per mancanza di coraggio politico nel renderle davvero uniche.

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