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Perché contro i rischi idrogeologici ci si deve assicurare

Lorenzo Borga

Il cambiamento climatico non è un evento eccezionale, ma una condizione permanente. Per questo motivo la vera scelta politica non è se risarcire o meno, ma se spostare l’attenzione dalla ricostruzione alla prevenzione, dalla spesa emergenziale alla gestione del rischio

"Indennizzi senza ritardi”: sono state tra le prime parole pronunciate da Giorgia Meloni arrivando a Niscemi pochi giorni dopo la frana. Nulla di sorprendente: è la promessa che ogni presidente del Consiglio fa davanti a ogni calamità naturale. Che siano terremoti, alluvioni, frane: i cittadini e le aziende dallo stato pretendono risarcimenti. Poi arrivano i sindaci che protestano per anni contro i ritardi, le opposizioni che attaccano il governo in carica, la stampa che denuncia l’inefficienza della burocrazia. Una liturgia già vista decine di volte. Eppure in pochi si fermano a interrogarsi sulla legittimità, oltre che sulla sostenibilità, di questa richiesta di protezione totale.

 

I motivi per farlo non mancano. Prendiamo proprio il caso di Niscemi: il portale dell’Ispra (idrogeo.isprambiente.it, consultabile per ogni comune italiano) individuava da tempo con accuratezza l’area interessata dalla frana, classificata con il massimo livello di pericolosità. Ed elencava 47 famiglie e 143 edifici a rischio. Non solo: la stessa zona era già stata colpita da un altro smottamento nel 1997. Le informazioni c’erano, gli avvertimenti pure. La prima responsabilità resta delle istituzioni, nazionali e soprattutto locali, che non hanno vigilato né messo in sicurezza il territorio. Ma è difficile sostenere che i residenti non sapessero. Perché continuare ad abitare lì? E, quantomeno, perché non assicurare l’edificio contro il rischio frana?

 

Allargando lo sguardo all’intera penisola, le cifre sono eloquenti. Secondo Ispra sono 1,3 milioni gli italiani che abitano in aree ad alto rischio frana, e quasi 7 quelli che invece risiedono in regioni che vengono allagate con tempi di ritorno centennali. Gli edifici esposti sono rispettivamente 740 mila e 1,5 milioni. E poco meno di un’impresa su sette opera in territori a pericolosità idrogeologica o idraulica: un rischio sistemico spesso sottovalutato anche dal punto di vista economico. Eppure, nonostante due terzi delle frane censite in Europa si trovino in Italia, il nostro paese resta uno dei meno assicurati del continente. Secondo Ania, l’Associazione nazionale per le imprese assicuratrici, solo sette edifici residenziali privati su 100 sono coperti da una polizza contro le catastrofi naturali. Una copertura appena resa obbligatoria per tutte le imprese, dopo anni di rinvii, ma con risultati ancora modesti: a fine 2025 solo il 12 per cento delle aziende aveva adempiuto. E’ un classico caso di azzardo morale: se i privati sanno che lo Stato interverrà ex post, non hanno incentivo a prevenire il rischio. Il conto, inevitabilmente, finisce sulle tasche dei contribuenti.

 

La casa è un diritto, ma è anche una componente centrale del patrimonio familiare. Anzi, in Italia è la principale forma di ricchezza: oltre la metà del patrimonio degli italiani è nel mattone. E guardando all’abitazione come investimento, la richiesta di una protezione pubblica illimitata appare difficilmente difendibile. Oggi l’investimento immobiliare gode di tutele ben superiori rispetto ad altre forme di investimento. Se una famiglia investe tutta la propria ricchezza in azioni di un’unica società e questa fallisce, qualcuno forse sosterrebbe che debba essere risarcita con i soldi dei contribuenti? No. Eppure, quando un immobile subisce danni per eventi naturali, una parte rilevante del costo viene socializzata. Secondo l’Agenzia ambientale europea, in Italia solo il 4 per cento dei danni causati da eventi climatici e meteorologici tra il 1980 e il 2024 è stato coperto da assicurazioni. Tutto il resto è ricaduto soprattutto sullo stato e, in misura minore, sui privati. E’ uno dei valori più bassi d’Europa: in Spagna la quota assicurata è del 12 per cento, in Germania del 31, in Francia del 35. La divisione dei compiti dovrebbe essere più chiara. Allo stato spetta la prevenzione: pianificazione, messa in sicurezza del territorio, investimenti sulle infrastrutture. Ai privati, attraverso il mercato assicurativo, la copertura dei danni al proprio patrimonio. Rendere obbligatorie le polizze contro le catastrofi naturali anche per le abitazioni private è uno degli strumenti possibili. A patto, però, di evitare un azzardo morale di segno opposto: lo stato non può limitarsi a scaricare il rischio, ma deve investire di più e meglio nella riduzione della vulnerabilità del territorio. E non può mancare di proteggere le famiglie più povere, attraverso risarcimenti dedicati ai nuclei meno abbienti (che – tra l’altro – spesso una casa di proprietà non la hanno proprio).

 

Continuare a promettere “indennizzi senza ritardi” significa rinviare il problema alla prossima frana, alla prossima alluvione, al prossimo terremoto. In un paese fragile come l’Italia, l’idea che lo stato possa farsi carico ex post di ogni danno privato non è più realistica, né equa. La vera scelta politica non è se risarcire o meno, ma se spostare l’attenzione dalla ricostruzione alla prevenzione, dalla spesa emergenziale alla gestione del rischio. Perché il cambiamento climatico non è un evento eccezionale, ma una condizione permanente. E continuare a trattarlo come tale è l’illusione più costosa di tutte.

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