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Fuga dei laureati e pochi talenti stranieri: l'Italia perde capitale umano

Lorenzo Borga

Mentre il dibattito politico si concentra sugli sbarchi, il paese perde giovani laureati e non riesce ad attrarre talenti dall’estero: una doppia emorragia che frena produttività e crescita 

In Italia il dibattito sull’immigrazione continua a muoversi lungo un binario sbagliato. Si discute di numeri assoluti, di sbarchi e di flussi irregolari, mentre il vero nodo – quello che pesa sulla crescita, sulla produttività e sul futuro del paese – resta sullo sfondo: l’Italia perde sistematicamente giovani laureati e, allo stesso tempo, è tra i paesi avanzati meno capaci di attrarre capitale umano qualificato dall’estero. Una doppia emorragia, che aggrava la più grave crisi demografica che l’Italia affronta dall’ultima epidemia di peste.

I dati li ha presentati Fabio Panetta, governatore della Banca d’Italia. Negli ultimi anni circa un giovane laureato italiano su dieci ha scelto di trasferirsi all’estero con incidenze ancora più elevate tra ingegneri, informatici e profili tecnico-scientifici, cioè proprio le competenze che le imprese italiane dichiarano di non riuscire a trovare. Più è elevato il livello di studio, più è probabile che ci si trasferisca all’estero. Un fenomeno che impoverisce il nostro paese, già gravato da una delle più basse percentuali di laureati di tutta l’Unione europea: meno di un giovane italiano (25-34 anni) su tre ha un titolo di studio universitario; peggio di noi fa solo la Romania, mentre in Germania sono quasi il 40 per cento, in Spagna e in Francia oltre la metà. Il Cnel ha contato la perdita secca per l’economia italiana dell’emorragia: quasi 160 miliardi di euro. Questo è il costo sostenuto dalle famiglie e dallo stato per l’istruzione dei laureati trasferiti all’estero. E la stima non tiene conto della produttività che questi laureati genereranno nelle imprese in cui saranno assunti all’estero.

La spiegazione della fuga è nei salari. Un laureato tedesco under-40 nel 2012 guadagnava – tenendo conto del costo della vita – poco più di un italiano, mentre oggi il suo reddito è in media dell’80 per cento più alto; gli stipendi in Francia erano pari agli italiani un decennio fa, mentre oggi il differenziale è salito attorno al 30 per cento. Di particolare interesse è il caso spagnolo. Rispetto alla Spagna gli stipendi offerti ai laureati in Italia rimangono più elevati (ma saranno probabilmente superati entro la fine del decennio). Nonostante ciò i connazionali laureati che si trasferiscono a Barcellona o Madrid continuano a crescere. Evidentemente a chi espatria non interessa il solo salario, ma anche le prospettive di crescita e di carriera che un paese con un’economia dinamica come quella spagnola può offrire.

Di per sé, tuttavia, la mobilità dei giovani laureati non rappresenterebbe un problema. Se fosse compensata dall’arrivo di stranieri qualificati attratti dagli atenei e dalle imprese italiane, si tratterebbe di una virtuosa dimostrazione della libertà di movimento offerta dall’Unione europea. Ma la fuga non è compensata in ingresso. Al contrario: secondo l’Ocse l’Italia è il grande paese avanzato con la quota più bassa di immigrati laureati. In Italia la popolazione nata all’estero è concentrata prevalentemente nelle fasce di istruzione medio-basse. Appena il 15 per cento di chi si trasferisce in Italia ha un’educazione terziaria: in Germania e in Spagna è il doppio, per non parlare del Regno Unito in cui oltre il 90 per cento degli immigrati vanta una laurea. A scanso di equivoci, questi dati includono la sola immigrazione regolare, non certo chi arriva con mezzi di fortuna o via mare su cui la politica italiana concentra ogni propria attenzione.

In un mondo in cui la competizione per i talenti è diventata globale, l’Italia gioca con un handicap pesante. Forma capitale umano – spesso di buona qualità – e lo lascia andare. Poi non riesce ad attrarre profili equivalenti dall’estero. Il risultato è un impoverimento silenzioso ma progressivo della base produttiva, proprio mentre la demografia restringe la forza lavoro e rende la produttività l’unica vera leva di crescita. Il paradosso è che questo avviene mentre il dibattito pubblico continua a concentrarsi sull’“emergenza immigrazione” in senso quantitativo. Ma il problema non è quante persone arrivano. Il problema è chi arriva e chi se ne va. 
Le università potrebbero essere una parte della soluzione
. Negli altri grandi paesi europei gli studenti stranieri rappresentano oltre il 10 per cento degli iscritti; nei Paesi Bassi arrivano al 18, nel Regno Unito al 23. In Italia restano sotto il 5 per cento: una quota misera, al di là di alcuni centri di eccellenza.

Continuare a discutere di immigrazione ignorando la qualità del capitale umano è una comoda distrazione. Il vero squilibrio che l’Italia deve affrontare non è alle frontiere, ma nella struttura della sua economia. E finché questo dato resterà fuori dal dibattito politico, la fuga dei laureati continuerà a essere trattata come una fatalità, invece che come uno dei principali fallimenti delle politiche pubbliche degli ultimi vent’anni.

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