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Estate con Ester

Più degli indifferenti, odio gli indignati occasionali, inutili e performativi

Ester Viola

Il ciclo dell’indignazione si è fatto ripetitivo: stories indignate, commenti che sono varianti di “non possiamo tacere”, editoriale. Risultato successivo: niente. Ma i corsari dei social ci guadagnano, e pure bene

C’è un giorno preciso, per diventare coerenti. Ognuno ha il suo, ognuno si ricorda quand’è che ha lasciato perdere, quand’è sceso dalle giostre per adulti – i social – quando ha bruciato le filippiche sulle ingiustizie del mondo che gli moltiplicavano le fiches. Me lo ricordo, il giorno in cui ho deposto l’indignazione ché tanto non solo non serviva a niente, era pure una pratica ipocrita e vanitosa: i like sui social, con la giusta causa, vengono gratis. E forse era meglio faticarseli col lavoro, invece

Era il mese dell’insediamento di Biden, e l’attentato al Campidoglio. Dicono le fonti: “L’attacco fu orchestrato nel tentativo di fermare e ritardare la certificazione del voto elettorale che decretava la vittoria di Joe Biden nelle elezioni del 2020, basato su false accuse di brogli elettorali diffuse da Trump e dai suoi alleati. Gruppi estremisti tra cui Proud Boys, Oath Keepers, e seguaci di QAnon parteciparono all’evento con l’obiettivo di sovvertire il risultato elettorale”. Questo era. Morirono delle persone, ne furono ferite altre. Guardammo in diretta sui social sotto shock, convintissimi di cose logiche: che fosse un fatto gravissimo, e che le conseguenze sarebbero state ovvie, in termini di reazione. L’appoggio di Trump non era nemmeno allo stadio di sospetto, c’erano aperte dichiarazioni del mitomane. Pareva che dovessero alzarsi le fiamme dell’inferno giudiziario, dopo l’onda atterrita dei social, e invece acqua. Quello fu una specie di punto di non ritorno, una manifestazione perfetta di ciò che avremmo visto dopo. Se urli online, se alzi abbastanza la voce, se produci contenuto sufficiente a smuovere milioni di persone il risultato sarà: niente. 

Il ciclo dell’indignazione si è fatto ripetitivo, ormai nemmeno ci si bada più. Il rito accanto alla tragedia ha proprio il suo script: stories indignate, commenti che sono varianti di “non possiamo tacere”, editoriale. Risultato successivo: ancora niente. O meglio, niente per gli altri, qualcosa per qualche scaltro. Corsari dei social ci guadagnano e pure bene. Prima di tutto una posizione sul piedistallo dei giusti dove ti intervistano, ti fanno partecipare al dibattito anche in tv, varie altre monetizzabili.

C’è una coreografia scientifica, curata, pure il linguaggio ha profili suoi, specifici, di marketing etico. E’ un’indignazione che resta immobile, fatta di parole, di accuse e pretese che altri parlino, e che pure loro aggiungano la voce vassalla. Ma lo sfondo resta estetico, con la gara a chi trova le migliori parole adatte, meglio se contrite, commoventi, precisine, e le migliori di tutte, quelle accusatorie (penso a Emanuela Fanelli, che a Venezia ha solo espresso quello che può limitarsi a dire una persona intelligente).

L’indignazione va come un karaoke, basta avere voce e canto anch’io, alzo la manina digitale, così faccio la mia parte. Cosa hai cambiato? Niente. Hai fatto il tuo bravo commento sul catalogo di scandali stagionali. Sarebbe già abbastanza profondo il fondo, se non avessimo dato pure il colpo di grazia: l’indignazione comincia a diventare più redditizia del prodotto contestato. Con le bricioline solidali si costruiscono personaggi, in questo secolo. E’ il disastro che pochi considerano, qui va bene essere noncuranti, mi pare.

Passiamo dall’indignazione Ferragni a quella per l’ultima chat delinquenziale su Whatsapp, il cantante sul volo privato che non si cura del riscaldamento globale al caro vacanza, siamo furiosi a parole, a comando e a cottimo. E’ il nuovo servizio pubblico dei social. A che serve? A nulla per la società, a molto per i masanielli.

Non li odio più gli indifferenti, li capisco. Se ne stanno fuori dal campionato performativo e qualcuno magari dal lato luminoso della storia, in mezzo a quelli che fanno qualcosa in silenzio e al riparo dall’approvazione altrui. Per la rivoluzione morale si attenderanno tempi migliori.

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