(foto di Kelsey Chance su Unsplash)

È qui la festa?

Prima sconvolgimento, poi assembramento. Contatti stretti con il mondo intero 

Annalena Benini

L'attenzione alle misure sanitarie torna a farsi da parte di fronte al nuovo irrompere della socialità. I pensieri del giorno dopo

La prima reazione è di sconvolgimento: mano sul petto, l’altra mano sulla bocca, sguardo stupito, e un passo indietro  timido ma esibito. Non sono preparata, non sono pronto, non me la sento, tutta questa gente, mi gira la testa. Vai prima tu, che hai già avuto il Covid. Alcuni, i più esibizionisti, accennano a rimettersi la mascherina. Dopo cinque, a volte dieci minuti di ritorno tra la gente trascorsi così, a dirci che non ce la facciamo, che non ci aspettavamo questa folla ammassata e incosciente, questi baci con lo schiocco, e scusate ma io scappo (non scappano mai), e scusate ma io ho il tampone fatto (non ce l’hanno mai), si sente come un rumore di palloncini che scoppiano.

 

E’ l’inizio della festa. E’ la fine della prudenza, o forse la fine della paura. Che si tratti di una cena, una fiera del libro, un brindisi con quelli dell’ufficio, un compleanno, una cresima, un dopo teatro, la calamita di tutti è verso il centro dell’umanità assiepata. Più si suda, tra l’altro, più ci si sente vivi. Più si parla da molto vicino con sconosciuti, più si dimentica l’inquietudine di domani. L’uomo con la barba grigia che diceva, dopo avermi salutato con il pugnetto, che lui non vede nessuno da due anni e mezzo e che vive in totale paranoia, adesso, trenta secondi dopo, si è già slacciato la camicia fino alla cintura e balla con gli occhi chiusi, esagitato, con i pantaloni in bilico, cercando di non perdersi nessun contatto fisico, meglio se casuale, meglio se prolungato fin sull’orlo della decenza.

 

La prima reazione è di sconvolgimento, ma la seconda è di assembramento. Gioioso, rischioso, sconsiderato. Ci si butta gli uni nelle braccia degli altri, ci si scambiano battute sceme, sigarette, mozziconi, bicchieri, rossetti, fette di salame, si ficca la forchetta nel piatto di un altro come gesto di fiducia. Ci si ubriaca di gente, anche quelli che ti stavano antipatici adesso hanno una seconda possibilità: sono comunque persone in carne e ossa che si muovono, tendono le braccia, cantano, mimano una corrida, improvvisano confessioni con le facce troppo vicine, è un “bagno d’amore”, l’ha detto Blanco ma lo sanno tutti.

 

Il giorno dopo, anzi poco prima dell’alba, ricominceranno le paranoie: sono spacciato, che ho fatto, non ero io, mi hanno drogato, sento un pizzicore in gola, forse è allergia, ho mal di testa, è  stato il vino o è stato il ballo di gruppo? Ecco il conto alla rovescia del contagio, ma già le parole contatti stretti, contatti diretti, sbiadiscono, si perdono. Le minacce si mescolano alle promesse, i tamponi casalinghi all’aspirina. Dopo il tramonto qualcuno forse dirà: vieni a una festa, saremo in pochi. Ma perché pochi? Il mio contatto stretto, ormai, è il mondo intero.

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  • Annalena Benini
  • Annalena Benini, nata a Ferrara nel 1975, vive a Roma. Giornalista e scrittrice, è al Foglio dal 2001 e scrive di cultura, persone, storie. La rubrica di libri Lettere rubate esce ogni sabato, l’inserto Il Figlio esce ogni venerdì ed è anche un podcast. Ha scritto e condotto il programma tivù “Romanzo italiano” per Rai3. Il suo ultimo libro è “I racconti delle donne”. E’ sposata e ha due figli.