Beate prostitute

Simonetta Sciandivasci

Proprio loro hanno salvato il mondo col senso pratico, e senza un briciolo di vergogna. Un libro

Chi c’era, durante la quarantena, ad alleviare i dolori di giovani e non giovani uomini di certo non caporali, annichiliti e, in certi casi estremi ma non infrequenti, quasi annientati dalla convivenza con le di loro mogli, fidanzate, congiunte? C’erano le amanti? E no. C’erano le puttane. Anche se non tutte, perché in molte non volevano prendersi il virus, quindi hanno chiuso bottega, sebbene i clienti le chiamassero, dai tinelli e dai supermercati, implorandole di dar loro un’ora d’amore a prezzo maggiorato. E chi c’è adesso, a blocco sbloccato, ad alleviare il trauma inferto dagli sposati che per quasi tre mesi han dovuto, per la prima volta, farsi bastare il loro matrimonio? Sempre loro, le puttane. Vere eroine civili, come sempre, più di sempre, e noi ancora non organizziamo una giornata mondiale per ringraziarle, che scandalo. A maggio, Repubblica riportava che, secondo il sito Escort Advisor, l’80 per cento delle escort ha scelto di non lavorare durante il lockdown, mentre dal quattro maggio hanno ripreso quasi tutte, richieste come non mai – e vuoi vedere che, quando i dati sui divorzi saranno più affidabili scopriremo che era tutto rumore, e che lorsignori ci hanno ripensato, e se ne staranno buoni a casa con le dilette mogli, perché a calmarli ci avranno pensato loro, le puttane?

 

 

In un reportage che sarebbe bello mostrare a reti unificate (“Coronavirus, viaggio nel mondo delle sex worker”), una prostituta dice a un certo punto di guadagnare 15 mila euro al mese, e di essere ricca perché non paga le tasse, che verserebbe molto volentieri se lo stato italiano glielo consentisse. E magari un appuntino, su questo, il governo potrebbe prenderlo, caso mai i piani di Colao non dovessero essere sufficienti.

 

Intanto, e quantomeno per avere una contezza minima di come le prostitute abbiano salvato il mondo, e le comunità, e le donne e gli uomini e la storia in parecchie occasioni, così come per il nostro diletto, cui va riconosciuta priorità assoluta sempre e in ogni luogo, una cosa che possiamo fare è leggere “Quella sporca donnina” (Utet) di Lia Celi, appena arrivato in libreria, che racconta dodici splendide prostitute che hanno fatto cose grandi. E lo fa con un intento preciso: raccontare le emarginate delle emarginate, in un momento in cui è di gran moda la meritevole operazione di riscoperta di donne eccezionali, e che il loro contributo al mondo l’hanno dato pur non essendo talentuose, o artiste, o studiose, o geniali, ed essendo, invece, semplicemente coraggiose, forti, appassionate, affamate. “Sono state le prime donne a truccarsi, a scegliersi gli uomini, a decidere quando e se sposarsi, avere figli, gestire autonomamente i loro guadagni”, scrive Celi nella prima pagina di questo viaggio che è un bellissimo cunto de li cunti, scritto con spasso, allegria, desiderio, e zeppo di storie sotterranee, e d’uomini spesso amabili e complici, spesso simili al protagonista di “Io le pago” di Chester Brown, che a puttane ci andava per amore.

  

Insieme alla storia di queste donnine, Celi ricostruisce quella del posto e del momento in cui hanno vissuto, il clima, la temperie culturale, e allora ci permettiamo di consigliare la lettura anche a bambine e bambini ribelli, di modo che valga pure come ripasso di storia. La prima allegra delle dodici donnine alle quali dobbiamo tutti molto è Rahab, prostituta di Gerico che, poco prima che in città arrivassero gli invasori “protetti da Jahvè, un dio così potente che ha aperto per loro le acque del mar Rosso”, ne accoglie un paio, si concede loro. Quando a casa sua irrompono i soldati che li cercano, lei, anziché consegnarli, li nasconde, li copre, e a pericolo scampato si fa promettere che, quando torneranno a mettere a ferro e fuoco Gerico, salveranno almeno casa sua – “sceglie il cerchiobottismo”. Succede però che gli israeliti non assediano Gerico, ma girano intorno alle sue mura per una settimana, fino a che quelle non si sbriciolano. Resta in piedi solo una casa, quella di Rahab, che ne esce illesa, applaudita da concittadini e invasori che battono in ritirata. Ecco come le prostitute hanno salvato il mondo: col senso pratico, e senza un briciolo di vergogna per il proprio istinto di sopravvivenza.

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