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Ti amo, ora muori

Un documentario Hbo racconta il dolore assoluto degli adolescenti e l’incomprensione degli adulti

13 Luglio 2019 alle 06:06

Ti amo, ora muori

Foto Pixabay

Ricordate “La Ballata dell’amore cieco” di De André, quella sull’uomo onesto e probo che si innamorò di una che non lo amava e gli chiese di portarle il cuore di sua madre per i suoi cani e lui lo fece? Nel Massachusetts è successo qualcosa di simile, ma più mostruoso, più controverso. O forse soltanto più complicato. Nel 2014, Conrad Roy, 18 anni, si è suicidato respirando monossido di carbonio in un furgoncino. Ci aveva già provato, soffriva di depressione, assumeva psicofarmaci controindicati, aveva una relazione tossica con una coetanea, Michelle Carter, anche lei affetta da disturbi psichici, che nel 2017 è stata condannata per omicidio colposo. Nei telefoni di entrambi sono stati trovati messaggi in cui, nelle settimane prima che Roy morisse, Michelle lo incitava a uccidersi (“Non devi pensarci, fallo e basta”), gli dava consigli e indicazioni su come farlo (“Bevi candeggina. Pugnalati”), gli diceva persino come congedarsi da tutto (“Nel tuo ultimo tweet puoi parlare di me, se vuoi”). E’ venuto fuori che dieci minuti prima di morire, lui era al telefono con lei e quando è scappato via dal furgoncino lei lo aveva convinto a tornarci. Dopo il funerale, a chi le scriveva per farle le condoglianze, Michelle rispondeva così: “Era l’uomo migliore che ho incontrato e ho vissuto con lui sentendomi ogni giorno la ragazza più fortunata del mondo”. Le stesse identiche parole che aveva usato Lea Michele, protagonista di “Glee”, la serie tv preferita di Michelle, quando aveva parlato in un’intervista del suo fidanzato Cory Monteith, anche lui protagonista della serie e anche lui morto, ma per un’overdose di eroina. Durante il processo, questo dettaglio ha fatto sostenere al pubblico ministero che Michelle aveva emulato la sua eroina per attirare l’attenzione. Sui giornali lei era una sociopatica dissociata che per trasformarsi nella sua attrice preferita aveva spinto il suo fidanzato a suicidarsi. Erin Lee Carr, la regista di “I love you, now die”, il documentario Hbo che ricostruisce tutta la storia e che è andato in onda nei giorni scorsi in America, ha detto al Rolling Stone che tutti, tanto i ragazzini quanto gli adulti, usano la cultura pop più o meno consapevolmente per fantasticare e, a volte, per trarre ispirazione, sapere come muoversi, cosa dire. Ma soprattutto la regista ha detto che studiando il caso di Michelle e Roy si è accorta che nessuna fissazione, ossessione, passione può indurre nessuno a spingere un altro ad ammazzarsi e che in questa storia l’amore, la tv, l’emulazione sono un contorno, uno sfondo, un dettaglio di congiuntura. Il punto, la ragione di tutto, è la malattia mentale.

 

Michelle è bionda, bellissima, di quella bellezza assente e aliena di Laura Palmer, ha un modo di vestire molto francese, non è mai spettinata, né sorridente. Tutto, in lei, dal corpo alla prossemica ai passatempi, ha alimentato un racconto morboso che ha cercato di rintracciare l’assassina assai più e assai prima della malata – nel paese occidentale con il più alto consumo di psicofarmaci tra i ragazzi e gli adulti, e i disturbi psichici e mentali hanno una portata epidemica. Ha scritto l’Atlantic che durante il processo Michelle “sembrava l’incarnazione del potere terribile che hanno certe ragazze”. Era il pubblico a disegnarla assai più che lei a disegnarsi per il pubblico e per riceverne il calore. I genitori di Roy, che nel documentario vengono intervistati, ritengono Michelle responsabile della morte del figlio: hanno anche loro ceduto all’intermediazione peggiore di tutte, quella della giustizia. In “I Love you, now die”, Erin Lee Carr mostra i messaggi molto precedenti alla morte di Roy, quelli in cui era lui a scrivere a Michelle cose terribili, a mandarle foto di cappi e pistole, a proporle di diventare i Romeo e Giulietta del millennio, e uccidersi insieme. A Lee Carr non interessa chi ha spinto chi nel burrone, il fatto finale. Le interessa dire all’America che due adolescenti disturbati sono stati lasciati soli, senza che nessuno si rendesse conto che venivano somministrati a entrambi farmaci che regolano l’umore di un adulto ma possono portare a tendenze suicide un ragazzo. In questa terribile ballata dell’amore cieco, chi non vede è un mondo adulto, non un innamorato.

Simonetta Sciandivasci

Nata a Tricarico nel 1985 e cresciuta tra Matera e Ferrandina, ora vive a Roma, senza patente. Libri, uno: La Domenica Lasciami Sola (Baldini&Castoldi, 2014). Scrive su Il Foglio, Linkiesta, Rolling Stone, La Verità. È redattrice di Nuovi Argomenti.
Tanto vale vivere.

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