“Incredibile, ci siete cascati ancora”. Parla Vittorio Feltri

Salvatore Merlo

Il giornalista a ruota libera sulla volgarità, lo sberleffo, i titoli pazzi e lo stato etico del grillismo

Roma. “Certo che provoco. Lo faccio apposta”. E insomma, dice Vittorio Feltri, “non prendetemi troppo sul serio. Ci siete cascati ancora”. Tempeste su Twitter e su Facebook, dichiarazioni di fuoco di deputati e senatori, sottosegretari all’Editoria e vicepresidenti del Consiglio che annunciano la soppressione dei finanziamenti pubblici a Libero, aziende che cancellano contratti pubblicitari con il giornale. E tutto per quel titolo talmente paradossale che un po’ sembra Lercio e un po’ il Vernacoliere (che infatti l’ha ripreso): “C’è poco da stare allegri. Calano fatturato e Pil ma aumentano i gay”. Accostamento quantomeno spericolato.

     

Ti sei pentito? “Ma assolutamente no. Sono quarant’anni che sto dentro il codice dello sberleffo e della ribalderia. A me i gay stanno simpatici. Non ho nulla contro gli omosessuali. E sopratutto mi stanno simpatiche le lesbiche, che condividono i miei stessi gusti”. Adesso però, direttore, non fare Libero qui sul Foglio. “Guarda che io posso anche esagerare, ma poi ci sono una sintassi e una semantica che rispetto perché la lingua italiana – almeno io, Di Maio non so – la conosco abbastanza. Se c’è chi invece non capisce il codice dell’ironia, della provocazione, anche eccessiva e paradossale sono problemi suoi. E comunque…”. Comunque? “Comunque non me ne frega un cazzo. Sai una cosa?”. Dimmela. “Io per natura sarei sempre tentato di scrivere in modo paludato. E invece scelgo professionalmente il linguaggio colloquiale e provocatorio. Ho cominciato a lavorare nel 1962, ho sempre fatto così, ho diretto nove giornali, e direi che ho avuto qualche successo”. Dunque la volgarità. “Se è popolare sì. E ti faccio notare che ci sono giornali che sono volgari senza essere spiritosi. Direi che sono volgari con serietà. Beceri senza nemmeno una strizzatina d’occhio, che sta lì a significare: ‘Guarda che lo sto facendo apposta’”.

   

Viene in mente un vecchio titolo di Libero, direzione Belpietro: “Bastardi islamici”. Quasi un programma politico. E poi c’è la parlata fatta di “slurp”, “lecca-lecca”, “lingua”, essudati, nomignoli, pernacchie e flatulenze di Travaglio. Ti riferisci alla Verità e al Fatto, giornali consanguinei? “Con loro non ho nessuna parentela. Cerco di non fare politica, mi annoia a morte. Però il Fatto mi piace”. E perché ti piace? “Perché fa più schifo di Libero”.

    

Però Belpietro è tuo figlioccio. “Non so se è mio figlioccio. Ha lavorato con me per tanti anni. Ma io ho un altro modo di fare. Non che il mio sia migliore, anche se lo penso”. E Travaglio? “Travaglio ha una certa personalità. E ha una buona capacità di scrittura. Solo che la tira troppo per le lunghe. E dopo cinquanta righe, anche noi che leggiamo i giornali con un occhio particolarmente interessato, ne abbiamo pieni i coglioni”. Dai, basta turpiloquio. “Eh”, esclama Feltri, con l’aria scanzonata di chi non esce mai dal personaggio.

    

Poche settimane fa hai fatto questo titolo: “Comandano i terroni”. Feltri ride. “Tutti i miei migliori amici sono terroni. E nessuna persona normale si offende se usi questa parola, che peraltro è di largo consumo per le strade d’Italia. Sotto quel titolo c’era un articolo di Azzurra Barbuto che era molto garbato. Scritto da una ragazza che poi è di Reggio Calabria. E a fianco c’era un pezzo di Paolo Isotta, che è mio amico da trent’anni, e che è napoletano come tutti sanno. Ma dai! E quello volgare sarei io?”.

    

Luigi Di Maio ha detto che ti tolgono i fondi pubblici. “Fanno un decreto apposta? Vuole trasformare l’Italia nell’Iran? Lo decidono loro qual è un titolo buono e un titolo che non lo è? Non tutto quello che vorrebbero fare lo possono fare. Questi qua sono dei poveracci. Agiscono così, ma li riconosciamo. E’ una roba da stato etico. E poi chiaramente fanno gli antifascisti. Ma sai che c’è? Chissenefrega”.

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  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.