Una cosa degradante che non farò mai più. Diario di un elettore precario

Confessione di un astensionista convinto con il padre candidato

17 Giugno 2018 alle 06:12

Una cosa degradante che non farò mai più. Diario di un elettore precario

Foto LaPresse

Dei dieci comandamenti che il Signore si è premurato di farci recapitare, il quarto mi è sempre parso il più ragionevole. Pronti, via, t’investe la richiesta d’esclusiva, “non avrai altro Dio all’infuori di me”: pretesa tutt’altro che banale, per un primo appuntamento. L’esortazione a “non nominare il nome di Dio invano” ha il sapore del braccio di ferro – ne sono provvidenzialmente dispensato in quanto veneto – mentre l’onere di “santificare le feste” è il classico comandamento trabocchetto. Dunque, i precetti più puntuali: “non uccidere”, “non rubare”, “non pronunciare falsa testimonianza” (come dite? ne scordo uno? la carne è debole): divieti di sì ovvia osservanza che abbiamo dovuto versarli nel codice penale. Infine, la donna e la roba d’altri, splendido distico dei desideri proibiti: e se debole è la carne, figuriamoci lo spirito. Onorare il genitore 1 e il genitore 2, invece, non solo si deve: si può. Questo, almeno, è quel che credevo prima che mio padre annunciasse la propria discesa in campo.

 

Spiazzato, reagisco come fece – di fronte all’analogo proposito del suo Silvio – la compianta e delicata mamma Rosa: e non nel ’93 (“se ritieni di farlo, devi trovare il coraggio di farlo”), ma già trent’anni prima (“inorridii: per persone come me e mio marito Luigi la politica è sempre stata una cosa sporca per gente che non ha niente da fare”). Poi accantono bruscamente il mio sconcerto per esaminare un più pressante dilemma: come comportarmi? Mi chiamo Massimiliano e sono un astensionista. Per trentatré anni abbondanti ho aggirato i barbarici rituali che chiamano elezioni – e l’ho fatto per ragioni antropologiche (l’insofferenza ai cerimoniali collettivi ambientati all’esterno di San Siro), programmatiche (il quasi omogeneo disdegno per le piattaforme dei partiti italiani), economiche (l’impietoso raffronto tra costi, risibili, e benefici, impalpabili) e ideologiche (il radicale rifiuto della logica della sovranità, sia pur mediata dalla ciclica auscultazione dei sudditi).

 

A questo signorile disimpegno – a dire il vero – mi sento piuttosto devoto: ma come posso pensare di restare avvinto a una verginità elettorale che contrasta con le mie responsabilità di figlio? Non posso, appunto: ed eccomi tutto preso a giustificare l’orrenda giravolta. Intanto, mi dico, la gestione degli asili non è mica la riforma delle pensioni: il sindaco somiglia più a un amministratore di condominio che non al presidente del Consiglio; in secondo luogo, mi ripeto che, come tutti sanno, sul territorio si vota la persona; infine, mi scaravolto addosso i miei stessi argomenti: va bene, di solito vado al mare perché uno vale zero e perché dal mio aventino libertario i partiti paiono tutti uguali: ma allora che danni potrà mai fare una scheda in più o in meno nell’urna? La decisione è presa; l’ufficializzo offrendo al Foglio la mia autodenuncia e procurandomi una tessera elettorale, a suo tempo pomposamente cestinata.

 

Mi costituisco all’ufficio deputato con la prospettiva di un’attesa biblica – mi sbaglio: la catena di montaggio degli elettori marcia impeccabilmente. “Smarrita o finita?”, m’interroga l’addetto; “smarrita”, ribatto sornione, omettendo le circostanze della scomparsa; e intanto rimugino sul fatto che esista chi la esaurisce, proprio come la raccolta punti della Conad; una quarantenne composta ed insicura raccoglie il mio assist muto borbottando: “se l’ho finita, perché ci stampigliate “duplicato”?”. Alle nostre spalle, una giovane madre reclama risoluta il suo lasciapassare: “sa, sono appena arrivata da Cremona”; ma quell’“appena” la esclude dalle liste; “è sicuro? controlli, controlli”. “Ci tiene davvero a votare”, le butto lì, per stemperare l’emergenza democratica. Mi guarda burbanzosa e per un attimo considero se cederle – si capisce, a fronte di compenso – il mio suffragio; ma ho una missione da compiere e mi dileguo, riscosso anche da un dettaglio sin lì trascurato: la tessera non mi entra nelle tasche e non ho alcun altro modo di occultarla. Ispirato, m’affaccio in biblioteca e la consegno a Saramago – empio segnalibro del “Saggio sulla lucidità”.

 

Giungo al seggio quasi in tutto impreparato: è vero che vi ho scortato M. una volta, ma l’ho fatto senza contaminarmi – lei “ha il dono di rendere onesto tutto ciò che fa” e, comunque, il mio ruolo accessorio mi metteva al riparo da ogni sospetto di connivenza. Al mio spaesamento contribuisce il fatto che la recita sia allestita nel teatro remoto dei miei studî elementari: nozione invero non sorretta dal ricordo, ma non per questo più blandamente avvertita. Mi chiedo perché si voti proprio nelle scuole. Perché hanno spazio e diffusione capillare, indubbiamente: ma non anche, forse, perché conciliano una regressione all’infanzia che, a propria volta, alimenta il transfert statalista? Sia come sia, non perlustro queste aule da allora: non potevo anticipare che vi sarei riapparso solo per compiere atti immondi dentro la cabina di un peep show.

 

Attendo pazientemente che mi schedino, mentre i carabinieri all’ingresso arrancano in società su un cruciverba semplificato. Nessuno dei presenti dà segno di riconoscermi, né io riconosco loro: la mia credibilità di astensionista è salva. Una volta al banco, indago gli scrutatori, camuffando per attenzione la mia diffidenza: hanno un aspetto ordinario, tutto sommato non sgradevole – dove sono i trinariciuti che mi erano stati promessi? Ma è il mio turno e già varco la tenda: sfido la matita copiativa e insieme ridiamo e ci schifiamo di chi l’ha ciucciata per scongiurare brogli. Di per sé, l’operazione è poca cosa; eppure, la gestualità sottesa mi è completamente estranea: e oltremodo scomoda. Per prima cosa, marco il simbolo, avendo cura di non violarne la circonferenza – premura magari eccessiva, ma non sopporterei di vanificare l’intero esercizio. Poi mi soffermo sulle due righe accanto. Perché due? Un uomo e una donna? Un caucasico e un africano? Uno juventino e un resto-del-mondo? Per fortuna, ho un solo padre candidato: annoto il suo (e mio) nome e richiudo il fagotto, benedicendo i mille bugiardini che mi hanno preparato a questo giorno.

 

Finalmente esco e mi rincorre un indecifrabile disagio: non so dire se questa mia prima e ultima volta sia stata un tradimento o una conferma. Jules Renard – gran sacerdote del paradosso – sosteneva che dire “non mi occupo di politica” equivalesse a dire “non mi occupo della vita”; e in un certo modo gli faceva eco Ralph Nader, invitandoci a occuparci di politica, perché certo la politica non avrebbe smesso di occuparsi di noi. Ribadire che non occorre votare per occuparsi di politica è ovvio, ma manca il punto: quel che rileva coltivare, ovviamente, non è l’utopia di una vita immune dalla politica, bensì l’abilità di limitare le sovrapposizioni tra i due ambiti. La portata intima dell’opzione astensionistica sta proprio in questo: nel tentativo scoperto di difendere brandelli di tempo e coscienza e affetti dall’idrovora democratica. Siamo uomini o cittadini? In questo senso, l’astensione è un mezzo, non un fine; e se, per una volta, il trucco per anteporre la vita alla politica è votare, vi prego: a me una matita copiativa – possibilmente senza tracce di saliva.

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