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Salvate il classico! Studenti in calo, liceo a picco: una tragedia, perché è la miglior scuola del mondo
Dal 2010 al ‘23, il numero delle matricole si è dimezzato. Salvare questi luoghi sì che sarebbe una vera battaglia culturale “di destra”
Ecco una vera battaglia culturale “di destra”, certo più identitaria e tradizionale e nazional-sovranista che trovare un programma a Pino Insegno o un teatro a Beatrice Venezi. Il liceo classico agonizza e va salvato. Informa il Corriere che nell’anno scolastico 26-27 è stato scelto da appena il 5,2 per cento degli studenti: dieci anni fa, nel 16-17, era il 6,1. Dal 2010 al ‘23, il numero delle matricole si è dimezzato. Per chi è convinto che gli unici requisiti per l’educazione di un gentiluomo siano il latino, il greco e la frusta (tutto il resto è inutile nel migliore dei casi e dannoso nel peggiore), si tratta di una tragedia, anche perché al terzo può provvedere la famiglia, per i primi due è necessaria la scuola. Il liceo classico “in purezza”, quello insomma della legge Casati del 1859 e della riforma Gentile del 1923, senza stravolgimenti e sperimentazioni, è la miglior scuola del mondo, a patto naturalmente di avere insegnanti all’altezza. La sentenza di Agnes Heller è notissima, ma repetita iuvant: “Se qualcuno dovesse chiedermi, come filosofa, che cosa si dovrebbe imparare al liceo, risponderei: prima di tutto, solo cose ‘inutili’, greco antico, latino, matematica pura e filosofia. Tutto quello che è inutile nella vita. Il bello è che così, all’età di 18 anni, si ha un bagaglio di sapere inutile con cui si può fare tutto. Mentre col sapere utile si possono fare solo piccole cose”. Dunque, Senofonte e Cicerone fino allo sfinimento, con docenti pagati bene, preparati meglio e che non fanno sconti: “Occorrono educatori in cui la forza prevalga alla dolcezza, e risoluti a presentare così la scienza come la vita governata da una legge che non si piega ai mezzi termini cari alla pietà dei cuori teneri”, scriveva Gentile, per la verità per negare che le donne potessero fornire “la forza” necessaria. E qui invece si sbagliava perché, come insegnava invece Kipling, la femmina della specie è più micidiale del maschio.
Ricordo quindi la bravissima docente di greco, italiano, latino, storia e geografia, insomma di vita, del ginnasio (a proposito: ripristinare immediatamente anche le definizioni di quarta e quinta ginnasio, il classico non è un istituto tecnico) mentre apre la grammatica greca su due pagine fitte di aoristi irregolari e fa a noi brufolosi questo discorso tacitiano: “Sono irregolari perché sono irregolari. Non c’è niente da capire. Dovete soltanto impararli a memoria. Avete due giorni”. E’ chiaro che chi ha vissuto questo può affrontare qualsiasi calamità, da Trump a Sanremo, con animo forte. Poi tutti sul Rocci, il mitico dizionario greco scritto a caratteri così piccoli da infliggere alla futura classe dirigente una strage di diottrie peggio che Edwige Fenech; avanti con compiti in classe dove ogni errore era mezzo punto in meno, e partendo dall’8; forza con l’Eneide e La divina commedia, e con congrui passaggi da mandare a memoria. Del resto, per aver conferma degli effetti nefasti della scomparsa del classico basta assistere a un qualsiasi talk-show. A consecutio dadaiste e congiuntivi sbagliati corrispondono pensieri confusi, idee sballate, pietismi e accanimenti egualmente sproporzionati, discorsi così prolissi da causare il prolasso (più Tacito per tutti!). E’ il sonno del liceo classico a generare i Toninelli.
(Post scriptum per gli indignati speciali, che ogni volta che si parla di scuola lo sono di più: è un paradosso, non siamo davvero favorevoli alle punizioni corporali e sì, l’inglese ci vuole e Gentile era fascista. Ma l’Italia è il liceo classico, e viceversa: simul stabunt, simul cadent, tiè, ve lo diciamo in latino).