Ansa

Populismo accademico

L'università di massa non democratizza il sapere. Alimenta la mediocrità

Tommaso Tuppini

La mole degli esami e il carattere teorico dei corsi sono tarati su chi studia per piacere e ha talento, e richiedono tempo. Ma poi ai ragazzi viene detto che non è necessario essere i primi della classe, perché il lavoro aspetta al varco. Le due logiche non stanno insieme. E alla fine vissero tutti ansiosi e scontenti

Se c’è una missione impossibile, è ricevere notizie incoraggianti dal mondo dell’istruzione. Sono quarant’anni che leggo giornali e non ne ricordo una. L’ultima, diffusa dall’Osservatorio sull’orientamento scolastico, dice una cosa abbastanza prevedibile ma accolta ovunque con stupefatta costernazione: i figli di genitori con basso titolo di studio non vedono nell’università uno strumento capace di garantire successo economico e, di solito, non ci vanno. Invece di stracciarci le vesti, cerchiamo di ricavarne una lezione: forse l’idea che tutti possano e debbano andare all’università è campata in aria. E premiare gli atenei pronti a qualunque compromesso pur di gonfiare il numero degli iscritti è sbagliato. In Io sono un autarchico Nanni Moretti recita a memoria l’Unità: “Ventimila tesserati in più quest’anno, per il nostro partito”, e commenta: “Come se fossero abbonamenti della Roma per lo stadio Olimpico”. La bandiera del populismo, prima che in politica, è stata piantata nelle aule dell’accademia.

 

Proviamo a scaldarci a un fuocherello di razionalità minima: se non è obbligatorio intendersene di taglio e cucito, perché dovrebbe esserlo passare anni sui libri? Una strada da esplorare è quella già battuta in Germania e in altri paesi europei: separare la universitas studiorum di tradizione medievale e humboldtiana dai percorsi professionalizzanti e tecnici, le Hochschule. Per non dire eresie, conviene partire dal mondo reale, non dal mondo che ci immaginiamo. E nella realtà accade questo: si va all’università o perché si vuole o perché si deve. Nel primo caso lo studio deve essere un tragitto lungo e, almeno in parte, fine a se stesso. Nel secondo caso serve solo a trovare un lavoro, e dovrebbe essere più breve. Confondere i piani è dannoso, ed è ciò che accade nei nostri corsi di laurea, dove la frustrazione è all’ordine del giorno. Un po’ perché la vita è fatta così, un po’ perché i conti non tornano: la mole degli esami e il carattere più teorico che pratico dei corsi sono tarati su chi studia per piacere e ha talento, e richiedono tempo. Ma poi i ragazzi vengono fatti correre come criceti sulla ruota, ficcandogli bene in testa che non è necessario essere i primi della classe, perché il lavoro aspetta al varco. Le due logiche non stanno insieme. Si pretende che una distanza da mezzofondo venga bruciata con scatto da centometrista. E alla fine vissero tutti ansiosi e scontenti.

 

L’università di massa è diventata una bottiglia da un litro dentro cui ci ostiniamo a versarne dieci. Lo aveva pronosticato nel 1969 il filosofo Raymond Ruyer, attirandosi l’ostracismo sempiterno della sinistra: “L’inflazione dell’insegnamento superiore non democratizza il sapere ma lo svaluta. Quando il numero degli studenti aumenta esponenzialmente, aumenta anche la mediocrità. La sovrapproduzione di intellettuali genera degli inetti al lavoro, e basta”. Sono passati cinquant’anni, è andata esattamente così, e c’è ancora chi fa finta di non capire.

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