Un momento della manifestazione organizzata dai lavoratori della scuola a Milano (foto LaPresse)

Difendere gli insegnanti dai loro sindacati

Claudio Cerasa

Il flop dello sciopero delle sigle sindacali (partecipazione: 0,49 per cento) è il segno di una svolta e l’indizio di una rivolta contro il modello della scuola intesa come ammortizzatore sociale. Anticipazioni sulle linee guida e rivoluzioni possibili

Nell’appassionante dibattito relativo al futuro della scuola andato in scena negli ultimi mesi in Italia, l’opinione pubblica ha scelto di dedicare molta attenzione al tema-non-tema della non riapertura della scuola, complice un numero non indifferente di genitori preoccupati per il proprio ritorno al lavoro, e ha scelto di chiudere gli occhi di fronte a una serie di problematiche non indifferenti che avrebbero dovuto colpire tutti coloro che ancora non considerano la scuola primaria e secondaria come un semplice luogo dove parcheggiare i bambini durante le ore di lavoro di mamma e papà.

 

L’anno della pandemia, come abbiamo già scritto su queste pagine, verrà ricordato non solo come l’anno in cui la scuola è finita sotto esame ma anche come l’anno in cui molti insegnanti hanno dimostrato di essere migliori dei propri sindacati nella misura in cui hanno tentato con i pochi mezzi a loro disposizione di mettersi per quanto possibile a servizio dei propri studenti. E se sono veri i risultati di un sondaggi condotto qualche giorno fa da una famosa onlus italiana, Cittadinanzattiva, non si può dire che gli insegnanti non abbiamo fatto il possibile per stare vicini ai propri studenti: il 92 per cento delle scuole, secondo questo sondaggio, avrebbe attivato la didattica a distanza, per lo più con lezioni in diretta su varie piattaforme (85 per cento) e una durata media a lezione fra i 40 e i 60 minuti (69 per cento), con un 48 per cento di studenti che però per ragioni legate a connessioni inadeguate e mancanza di device non sono riuscite a seguire con regolarità le videolezioni.

 

In un contesto del genere, ci si sarebbe aspettato da parte dei sindacati uno scatto di responsabilità finalizzato a spendere buona parte delle proprie energie per spingere il governo a investire sulla ricerca, sull'innovazione e sulla formazione dei docenti (secondo un report pubblicato nel 2019 da Agcom, prima che scoppiasse il virus meno della metà dei docenti italiani svolgeva attività didattiche tramite tecnologia su base quotidiana). In questi mesi, invece, i sindacati hanno fatto una scelta diversa e hanno deciso di commettere lo stesso errore osceno commesso negli ultimi decenni: occuparsi della scuola con l'idea di mettere i diritti degli insegnanti su un piedistallo più alto rispetto a quello degli studenti.

 

In molti non se ne sono accorti, ma qualche giorno fa tutti i sindacati della scuola, a partire da Cgil, Cisl e Uil, hanno convocato in pompa magna uno sciopero di tutto il personale della scuola statale, per l’intera giornata di lunedì 8 giugno, e lo hanno fatto prevalentemente per rivendicare il diritto da parte di 32 mila aspiranti docenti di ruolo, quelli che di fatto già insegnano da tre anni ma attendono l’assunzione a tempo indeterminato, di partecipare a una gigantesca sanatoria senza concorso (“In un paese dove la corruzione e l’evasione la fanno da padrone – ha affermato con serietà la Uil – chi può affermare che i concorsi abbiano selezionato i migliori?”). Il tema del corpo docente da rafforzare, alla luce anche di un numero di pensionamenti alto con cui complice quota 100 farà i conti quest’anno la scuola (circa 49 mila), sarebbe un tema importante se non fosse che al centro del dibattito c’è semplicemente la questione di “come assumere” i docenti precari e non “se assumerli”.

 

Le richieste poco comprensibili dei sindacati – che nei mesi della pandemia hanno trovato il modo di protestare per gli eccessivi sforzi a cui sarebbero stati sottoposti gli insegnanti con il telelavoro, “non esiste alcun obbligo contrattuale da parte dei docenti a rispettare le circolari che vengono quotidianamente emesse da parte dei dirigenti scolastici, sollecitando il corpo docente a lavori spesso fuori da ogni impegno contrattuale considerando che la didattica a distanza comporta spesso un aggravio burocratico relativo alla compilazione di modulistica, aggiornamenti in tempo reale di dati, di verifiche, di assenze degli alunni, svolgimento delle stesse attività che sottraggono molto tempo al lavoro dei docenti” ha vergato nero su bianco durante il lockdown una delle diramazioni regionali della Cgil scuola – hanno registrato una bocciatura solenne da parte del corpo docenti. Che lunedì scorso, dimostrando di essere migliore dei loro sindacati, ha scelto di sabotare in massa lo sciopero indetto dalle principali sigle di categoria. Risultato: in tutta Italia lo sciopero è stato fatto da 3.977 persone, mentre 810.689 sono rimaste in servizio, e in totale ad aver aderito alla protesta del sindacato è stato lo 0,49 per cento del corpo docente.

 

Un sindacato con la testa sulle spalle avrebbe trasformato il pit stop generato dalla pandemia – a proposito: in Francia il 70 per cento dei genitori ha scelto di non mandare i figli a scuola; nel Regno Unito solo l’11 per cento degli alunni è rientrato nelle scuole primarie; in Spagna le comunità regionali hanno deciso in larga parte di non accogliere l’invito del primo ministro di riaprire i centri educativi per i minori di sei anni – in una grande occasione per occuparsi finalmente del diritto allo studio degli studenti e per offrire agli insegnanti e ai ragazzi strumenti e competenze per fare quello che potrebbe essere necessario quando la scuola riaprirà: fare dell’insegnamento a distanza e della didattica d’emergenza non un’attività legata allo spirito volontaristico degli insegnanti ma un valore aggiunto e integrativo della scuola. Specie in uno scenario come quello che si andrà a delineare a settembre quando le scuole riapriranno e quando tra le misure contenute nelle linee guida che saranno presentate dal governo (dove dovrebbe esserci anche una novità sulla concessione delle assegnazioni provvisorie sul sostegno per docenti senza titolo, che dovrebbero essere bloccate per evitare spostamenti eccessivi da parte degli insegnanti) verrà delineata una riapertura a fisarmonica: se vi saranno ondate di ritorno del virus, ogni regione potrà scegliere di far leva sulla sua autonomia, chiudendo laddove si deve e lasciando aperto laddove si può. E se mai questo scenario si dovesse verificare non servirebbe un tampone per capire quanto possa essere malato un sindacato interessato più alla tutela dei propri iscritti che alla tutela della scuola.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.