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cattivi scienziati
La foreste antiche sono infrastrutture climatiche di altissimo valore. Uno studio
Il solo suolo delle foreste primarie contiene più carbonio dell’insieme di alberi vivi, legno morto e suolo di quelle gestite: proteggerne i pochi lembi rimasti è una forma sostanziale di politica climatica
Per anni una parte della discussione pubblica sul clima ha trattato la foresta come una macchina da produzione: si taglia, si ripianta, il legno entra nei prodotti, la nuova crescita riassorbe anidride carbonica, e il bilancio dovrebbe tornare. Un lavoro pubblicato il 19 marzo su Science, basato su una ricognizione nazionale delle foreste primarie svedesi e su misure di campo estese, mette ordine nei numeri e mostra che nelle foreste boreali di Svezia il quadro è molto diverso: le foreste primarie, o old-growth, immagazzinano circa il 72 per cento di carbonio in più rispetto alle foreste gestite che le sostituiscono, e il vantaggio sale all’83 per cento quando dal confronto si tolgono i prodotti del legno ottenuti dal raccolto. In altre parole, anche concedendo alla gestione forestale tutto il credito possibile per carta, bioenergia e materiali da costruzione, la foresta vecchia resta largamente davanti.
La forza del lavoro sta anche in come è stato condotta la sperimentazione. I ricercatori hanno prima dovuto identificare e mappare le foreste svedesi poco o nulla toccate dall’interferenza umana diretta, perché una carta nazionale di queste foreste non esisteva; poi hanno lavorato per anni sul terreno, con più di 200 parcelle forestali campionate e quasi 220 fosse di suolo scavate fino a un metro di profondità, integrando queste misure con decenni di inventari forestali e pedologici nazionali e con modelli statistici. Il confronto non è dunque fra un bosco idealizzato e un altro immaginario, ma fra due assetti ecologici reali: da una parte foreste primarie con strutture di età diverse, legno morto, suoli poco disturbati e continuità ecologica secolare; dall’altra foreste secondarie gestite, in cui il taglio raso si ripete in genere ogni 60-120 anni e viene seguito da impianti coetanei, spesso monospecifici, pensati per la resa legnosa.
Il punto davvero importante, e anche il più istruttivo, sta sotto i piedi. Nelle foreste primarie boreali di pianura studiate dagli autori, il metro superficiale di suolo contiene in media circa il 64 per cento del carbonio totale dell’ecosistema, contro circa il 30 per cento contenuto negli alberi vivi e il 6 per cento nel legno morto. È qui che la contabilità forestale abituale tende a perdere il bersaglio: la foresta non è fatta solo di tronchi in piedi. Il serbatoio principale, in questi sistemi, è il suolo, e proprio il suolo sembra essere ciò che la gestione industriale impoverisce più duramente e più a lungo. Gli autori arrivano a una formulazione che vale quasi come un riassunto dell’intero studio: il solo suolo delle foreste primarie contiene più carbonio dell’insieme di alberi vivi, legno morto e suolo delle foreste gestite.
Le dimensioni del divario sono tali da cambiare la scala politica del problema. Secondo gli autori, la differenza totale di stoccaggio del carbonio fra foreste primarie e foreste gestite in Svezia è da 2,7 a 8 volte maggiore delle stime ufficiali o precedenti; sull’intero territorio svedese la differenza media è di 9,9 chilogrammi di carbonio per metro quadrato. Tradotta in termini climatici, la ricostituzione nelle foreste gestite di livelli di carbonio paragonabili a quelli mantenuti dalle foreste primarie significherebbe trattenere fuori dall’atmosfera quasi 8 miliardi di tonnellate di CO2, un ordine di grandezza che Stanford paragona alle emissioni fossili cumulative della Svezia negli ultimi due secoli e Lund University quantifica anche come circa 211 anni delle attuali emissioni fossili svedesi, oppure circa una volta e mezza tutte le emissioni fossili accumulate dal 1834.
A questo punto cambia anche il senso di molti discorsi correnti sul “buon uso” climatico delle foreste del Nord. Una parte dei modelli con cui si costruiscono gli scenari di stabilizzazione climatica assume un maggiore impiego delle foreste boreali, soprattutto per bioenergia. Questo studio suggerisce che quei benefici possono essere sovrastimati, perché confrontano troppo spesso i flussi annuali e troppo poco lo stock complessivo perduto quando una foresta primaria viene convertita in foresta gestita. Il legno raccolto conta, certo, ma conta meno di quanto si racconti, anche perché una parte rilevante dei prodotti è di vita breve e il carbonio ritorna rapidamente in atmosfera. Intanto, in Svezia il taglio delle foreste primarie continua, e una ricerca precedente citata dagli autori aveva già mostrato che fra il 2003 e il 2019 le vecchie foreste non protette sono state eliminate con taglio raso a un ritmo dell’1,4 per cento l’anno, circa sei volte il tasso attuale di perdita delle foreste primarie amazzoniche.
La lezione del lavoro svedese è evidente. Non si dice certo che ogni foresta del pianeta si comporti allo stesso modo, e infatti gli autori avvertono che servirà capire meglio il ruolo di drenaggi, arature forestali, incendi e comunità microbiche del suolo prima di estendere senza cautele questi risultati a Canada, Russia o Alaska. Si dice però qualcosa di molto preciso sul punto che interessa oggi: quando si misura seriamente il carbonio totale, compreso quello nel suolo e quello che la gestione fa perdere per tempi lunghi, la foresta antica emerge come un’infrastruttura climatica di altissimo valore. Proteggere i pochi lembi rimasti e lasciare recuperare le foreste degradate è quindi una forma sostanziale di politica climatica, con effetti che gli stessi autori giudicano molto più grandi di quanto si pensasse finora, e con un guadagno parallelo di biodiversità.
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