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Cattivi scienziati

Quando gli interessi economici scavalcano il giudizio scientifico. La vicenda del test Galleri

Enrico Bucci

L’idea sviluppata dalla società statunitense Grail è affascinante: un’unica analisi di sangue capace di individuare più di cinquanta tipi di tumore, anche prima che producano sintomi. Dietro il racconto promozionale, un esempio didattico di deformazione commerciale dei risultati scientifici

La vicenda del test Galleri, un test di “biopsia liquida” asseritamente capace di individuare decine di tumori attraverso una semplice analisi del sangue, rappresenta uno dei casi più istruttivi degli ultimi anni su come la promessa tecnologica possa scavalcare il giudizio scientifico quando entrano in gioco interessi economici, aspettative politiche e una comunicazione pubblica costruita sull’entusiasmo più che sulle prove. Il risultato finale – il fallimento del trial nel raggiungere il suo endpoint primario  – non è stata una sorpresa per chi aveva esaminato con attenzione i dati disponibili da tempo.

Il test Galleri è stato sviluppato dalla società statunitense Grail e si basa sull’analisi del Dna libero circolante nel sangue (cell-free Dna). Le cellule tumorali rilasciano frammenti di Dna che presentano specifici pattern di metilazione; il test sequenzia questi frammenti e utilizza algoritmi di apprendimento automatico per inferire la presenza di un tumore e, in alcuni casi, il possibile tessuto di origine. L’idea è affascinante: un’unica analisi di sangue capace di individuare più di cinquanta tipi di tumore, anche prima che producano sintomi.

Proprio questa promessa ha reso la tecnologia oggetto di una narrazione quasi messianica. Nel 2021 il servizio sanitario inglese (Nhs) ha annunciato un trial su larga scala, finanziato dalla stessa azienda produttrice, per valutare il test in oltre centomila persone asintomatiche. L’obiettivo dichiarato era verificare se l’introduzione del test potesse ridurre la quota di tumori diagnosticati negli stadi avanzati, contribuendo così alla strategia nazionale di diagnosi precoce. Il programma prevedeva una possibile espansione fino a milioni di test e un accordo industriale con la costruzione di un grande centro di sequenziamento nel Regno Unito.

Fin dall’inizio, però, numerosi epidemiologi e oncologi avevano espresso dubbi profondi. Il problema non riguardava la tecnologia in sé – che rappresenta una direzione promettente della diagnostica molecolare – ma i dati disponibili sulla sua efficacia. Studi di qualche anno fa hanno mostrato infatti una sensibilità molto modesta proprio nelle fasi iniziali della malattia, quelle in cui uno screening dovrebbe essere più utile. In pazienti già noti per avere un tumore, il test individuava meno della metà dei tumori di stadio I-III; per i tumori di stadio I la sensibilità scendeva addirittura sotto il 20%.

Questi numeri sono cruciali. Uno screening efficace deve individuare la malattia quando è ancora curabile e deve farlo con un’accuratezza sufficientemente alta da non generare un numero eccessivo di falsi allarmi. Se la sensibilità nelle fasi iniziali è bassa, lo screening perde gran parte del suo valore. Se la specificità non è elevata, si apre invece il problema opposto: una massa di falsi positivi che avvia migliaia di persone sane in percorsi diagnostici invasivi.

Ed è qui che entra in gioco il concetto di sovradiagnosi, uno dei problemi più delicati della medicina preventiva. La sovradiagnosi non consiste semplicemente nel trovare tumori in più; consiste nel diagnosticare malattie che non avrebbero mai dato sintomi o causato morte durante la vita del paziente. In altre parole, si trasforma una persona sana in un malato attraverso una diagnosi che non produce un beneficio clinico reale. Il risultato sono trattamenti inutili, ansia, complicazioni chirurgiche o farmacologiche, e un enorme spreco di risorse sanitarie.

Quando uno screening viene applicato a popolazioni molto ampie, anche un piccolo tasso di falsi positivi può produrre conseguenze gigantesche. Studi condotti su popolazioni asintomatiche avevano già indicato che una parte consistente dei risultati positivi del test non corrispondeva a tumori reali: nel trial Pathfinder, per esempio, oltre il 60 per cento dei risultati positivi si è rivelato falso allarme dopo gli accertamenti diagnostici.

Questo significa che centinaia o migliaia di persone vengono sottoposte a tac, biopsie, endoscopie o interventi chirurgici per tumori che non esistono. Il danno non è teorico: è clinico, psicologico ed economico. Il sistema sanitario deve sostenere costi enormi, mentre i pazienti affrontano procedure invasive e mesi di incertezza.

                                       

La comunicatrice scientifica Roberta Villa ha dedicato anni e un recente libro a spiegare questo problema al grande pubblico, denunciando gli abusi della retorica della “diagnosi precoce a ogni costo”. La medicina preventiva funziona solo quando è sostenuta da prove solide di beneficio netto. Senza queste prove, lo screening può diventare una fabbrica di diagnosi inutili.

Nel caso Galleri, i dubbi scientifici non sono rimasti confinati alle discussioni accademiche. Documenti interni rivelati dal Bmj hanno a suo tempo mostrato che anche il comitato britannico responsabile della valutazione dei programmi di screening aveva espresso “serie preoccupazioni” sulla capacità del trial di dimostrare che i benefici superassero i possibili danni. Nonostante queste riserve, il programma è partito. Il trial ha arruolato oltre 140.000 adulti tra i 50 e i 77 anni e ha confrontato la diagnosi di tumori in una popolazione sottoposta al test con quella di un gruppo di controllo. L’endpoint principale era ambizioso ma appropriato: dimostrare una riduzione statisticamente significativa dei tumori diagnosticati negli stadi avanzati.

Nel 2026 sono arrivati i primi risultati: l’endpoint primario non è stato raggiunto. Il trial non ha mostrato una riduzione significativa dei tumori di stadio III-IV nella popolazione sottoposta al test. Nonostante questo esito, l’azienda ha presentato i risultati in modo ottimistico, sostenendo che altri indicatori suggerirebbero comunque un beneficio clinico.

Nel comunicato ufficiale con cui l’azienda Grail ha presentato i risultati del trial, il fallimento dell’endpoint primario non occupa il centro della narrazione. Il titolo parla invece di “sostanziale riduzione delle diagnosi di tumori di stadio IV”, di “aumento delle diagnosi di stadio I e II” e addirittura di un “tasso di individuazione dei tumori quattro volte superiore rispetto allo screening standard”. La struttura del messaggio è rivelatrice: il risultato metodologicamente decisivo – il mancato raggiungimento dell’obiettivo principale dello studio – viene relegato in secondo piano, mentre indicatori secondari o analisi parziali diventano il cuore della comunicazione.

Dal punto di vista della metodologia degli studi clinici, tuttavia, il punto resta semplice: lo studio è stato disegnato per dimostrare una riduzione dei tumori avanzati e questo risultato non è stato osservato. La distanza tra il dato scientifico e il racconto promozionale diventa così un esempio quasi didattico di deformazione commerciale del risultato scientifico: i dati non sono falsificati, ma selezionati e presentati in modo da sostenere una narrativa favorevole al prodotto.

Questa strategia comunicativa è stata criticata da diversi ricercatori, che hanno sottolineato come l’aumento delle diagnosi precoci non sia di per sé una prova di efficacia. Può essere semplicemente l’effetto della sovradiagnosi o della rilevazione di tumori biologicamente indolenti.

È un problema ben noto negli studi sullo screening oncologico. Anticipare la diagnosi non significa necessariamente salvare vite. L’unico criterio robusto per dimostrare il beneficio di uno screening è la riduzione della mortalità complessiva, non lo spostamento apparente degli stadi alla diagnosi.

La vicenda solleva anche un problema istituzionale più ampio. Il trial è stato avviato in un contesto in cui il governo britannico puntava a rafforzare il settore delle biotecnologie e della genomica. L’accordo con l’azienda prevedeva impegni economici molto consistenti e la possibilità di acquistare milioni di test nel caso di risultati positivi.

Molti osservatori hanno parlato apertamente di un modello di “rischio pubblico e profitto privato”: il sistema sanitario mette a disposizione popolazioni, infrastrutture e fondi pubblici per testare tecnologie ancora immature, mentre i benefici economici potenziali restano nelle mani dell’industria.

Il punto centrale non è demonizzare l’innovazione tecnologica. Le biopsie liquide rappresentano una frontiera reale della medicina oncologica e probabilmente avranno un ruolo importante nel futuro. Il problema nasce quando l’innovazione viene spinta troppo rapidamente nella pratica clinica, prima che le prove scientifiche siano sufficientemente solide.

La medicina preventiva è uno dei campi in cui l’errore può produrre più danni che benefici. Uno screening inefficace non è semplicemente inutile: può generare una cascata di diagnosi e trattamenti che colpiscono milioni di persone sane.

Il caso Galleri mostra cosa accade quando l’entusiasmo politico, la pressione industriale e la retorica della “rivoluzione tecnologica” si sovrappongono alla valutazione scientifica. Gli avvertimenti c’erano, e provenivano da ricercatori che conoscono bene la storia degli screening oncologici. Sono stati ignorati.

Quando questo accade, la scienza smette di essere il criterio che guida le decisioni pubbliche e diventa un mezzo retorico utilizzato per giustificarle. E la medicina preventiva, che dovrebbe essere uno degli strumenti più raffinati della sanità pubblica, rischia di trasformarsi in una promessa seducente, ma costosa e soprattutto pericolosa.

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