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cattivi scienziati

Se la pseudoscienza entra in un centro oncologico d'eccellenza

Enrico Bucci

Nel Centro di riferimento oncologico di Aviano si lascia spazio alla riflessologia plantare, attività priva di plausibilità biologica e di evidenze cliniche robuste. Una traiettoria che modifica progressivamente il perimetro di ciò che è considerato accettabile all’interno delle istituzioni scientifiche

All’ingresso di un ambulatorio del Centro di riferimento oncologico di Aviano, uno dei principali Irccs oncologici italiani, compare un cartello che informa che quello spazio è occupato il giovedì dalle 16:30 alle 18:30 per attività di riflessologia plantare. Sotto, una nota aggiunge che l’attività è concordata con la direzione Cro.

Il Cro di Aviano è una struttura di eccellenza nella cura e nella ricerca oncologica. La sua identità istituzionale si fonda sull’integrazione tra assistenza clinica e ricerca scientifica, sull’adozione di protocolli validati, sulla valutazione sistematica degli esiti e sull’adesione alla medicina basata su prove. Non è un ospedale qualsiasi, ma un Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico, cioè un presidio che riceve riconoscimento e finanziamenti anche in base alla qualità della propria produzione scientifica e alla coerenza delle attività che ospita rispetto ai criteri della sperimentazione controllata e della verifica indipendente.

In questo contesto, la presenza di un’attività di riflessologia plantare non è un dettaglio neutro. La riflessologia si fonda sull’idea che esista una corrispondenza topografica tra specifiche aree del piede e organi interni, e che la loro stimolazione possa influenzare il funzionamento di questi ultimi. Questa mappa non trova riscontro anatomico né fisiologico nelle conoscenze attuali della medicina. Le revisioni sistematiche disponibili in letteratura riportano risultati eterogenei, spesso derivanti da studi di piccole dimensioni, con disegni metodologici deboli, endpoint soggettivi e alto rischio di bias. In ambito oncologico non esistono prove cliniche solide che dimostrino un beneficio specifico oltre eventuali effetti aspecifici legati al rilassamento o alla relazione interpersonale.

L’iniziativa è organizzata da Associazione Angolo OdV, un’associazione di volontariato nata nel 1994 e composta da pazienti, ex pazienti oncologici e familiari. L’associazione svolge molte attività di supporto, dall’assistenza logistica a iniziative rivolte al benessere psico-fisico e alla socialità. Il contributo delle associazioni di pazienti nel percorso di cura è spesso prezioso e colma bisogni che il sistema sanitario fatica a coprire. Qui, tuttavia, il problema non riguarda la buona fede o l’impegno dei volontari, ma il perimetro entro cui una struttura scientifica decide di collocare ciò che avviene al proprio interno e il significato pubblico che quella collocazione assume.

Quando un’attività priva di plausibilità biologica e di evidenze cliniche robuste viene ospitata nei locali di un Irccs oncologico, con un esplicito riferimento alla direzione sanitaria, il messaggio che ne deriva non è quello di una semplice iniziativa accessoria, ma quello di una legittimazione istituzionale. In una struttura che in altri contesti espone cartelli contro la pseudoscienza e contro le frodi, la coesistenza di questi due livelli produce una frattura evidente tra ciò che si afferma come criterio guida e ciò che si autorizza nella pratica quotidiana.

                               

Il punto non è mettere in discussione il valore del sostegno psicologico, del contatto umano o del sollievo soggettivo. Esistono interventi con basi fisiologiche e cliniche documentate per la gestione dell’ansia, del dolore e della qualità della vita nei pazienti oncologici; esistono protocolli validati, figure professionali formate, linee guida internazionali che definiscono standard di intervento e criteri di appropriatezza. Inserire nello stesso spazio istituzionale una pratica che si fonda su presupposti non verificati significa abbassare la soglia di coerenza scientifica e rendere meno nitido il confine tra ciò che è stato dimostrato e ciò che non lo è.

Nel tempo, questo processo ha seguito una traiettoria riconoscibile. Le pratiche prive di fondamento scientifico entrano inizialmente come iniziative collaterali, presentate come attività di contorno, dichiarate estranee al nucleo della terapia medica e giustificate con l’argomento del benessere generale. Vengono collocate in orari periferici, in spazi marginali, accompagnate dall’idea che non interferiscano con i trattamenti oncologici e che non pretendano di sostituirli. In questa fase la loro presenza appare innocua e limitata.

Successivamente assumono la forma di offerte complementari e vengono incluse nei programmi rivolti ai pazienti, nei materiali informativi, talvolta nella comunicazione istituzionale. Il lessico cambia e si parla di integrazione, di approccio globale alla persona, di attenzione alla dimensione psico-fisica. L’integrazione, nella percezione pubblica, suggerisce che ciò che viene integrato abbia superato un vaglio comparabile a quello delle terapie convenzionali. La distinzione tra interventi basati su prove e pratiche prive di evidenze robuste tende così ad attenuarsi, non per effetto di nuove scoperte scientifiche, ma per effetto della loro collocazione dentro strutture sanitarie autorevoli.

Infine si arriva alla stabilizzazione. Le attività non sono più episodiche ma strutturate, con calendario, spazi dedicati e riconoscimento organizzativo. In alcuni contesti pratiche come l’omeopatia o altre tecniche non validate hanno trovato posto in ospedali pubblici come servizi aggiuntivi; la loro presenza nei reparti ha prodotto un effetto di normalizzazione culturale, perché ciò che avviene dentro un ospedale viene percepito come parte della medicina. Il cittadino che entra in un Irccs tende a ritenere che tutto ciò che vi si svolge abbia attraversato lo stesso percorso di verifica e validazione delle terapie oncologiche, anche quando non è così.

Ogni singola decisione appare minima, circoscritta, giustificata dall’intento di offrire qualcosa in più ai pazienti. Tuttavia la somma di queste scelte modifica progressivamente il perimetro di ciò che è considerato accettabile all’interno delle istituzioni scientifiche. Ciò che un tempo sarebbe stato escluso per mancanza di plausibilità e di dati viene prima tollerato come eccezione, poi accettato come complemento, infine percepito come parte del panorama sanitario. Non si tratta di un cambiamento improvviso, ma di una lenta ridefinizione del confine tra pratiche validate e pratiche prive di fondamento scientifico.

Per questo la questione non può essere ridotta a un dettaglio organizzativo di due ore settimanali. Riguarda la responsabilità istituzionale e la coerenza di una struttura che fonda la propria autorevolezza sul rigore della ricerca e sull’aderenza alle prove. Se, come recita il cartello, l’attività è stata concordata con la direzione del Cro, è legittimo chiedere se la direzione sanitaria sia effettivamente a conoscenza di questa iniziativa e, in caso affermativo, quale sia la base scientifica che ha motivato l’autorizzazione all’uso di un ambulatorio in un Irccs oncologico per una pratica classificata dalla comunità scientifica come pseudoscientifica. La risposta a questa domanda riguarda non solo un’associazione o un singolo spazio, ma la credibilità complessiva di un’istituzione che si presenta come presidio del metodo scientifico nella lotta contro il cancro.