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CATTIVI SCIENZIATI
L'immaginazione degli animali
Un recente lavoro sperimentale ha rivelato come i grandi primati siano in grado di mantenere una traccia mentale stabile di un oggetto. Si delinea così la presenza di una struttura mentale capace di operare su due piani contemporaneamente: quello della percezione immediata e quello della rappresentazione evocata
I confini che abbiamo tracciato tra noi e gli altri animali si sono sempre presentati come linee nette solo a posteriori, quando li osserviamo attraverso il filtro delle nostre categorie mentali. Nel corso degli ultimi decenni queste linee hanno continuato a spostarsi, a perdere rigidità, a rivelarsi costruzioni storiche più che separazioni naturali. Ogni volta che una capacità ritenuta esclusivamente umana viene indagata con strumenti sperimentali più raffinati, emerge una continuità inattesa. Prima è toccato all’uso di strumenti, poi alla comprensione delle intenzioni, poi alla memoria episodica, poi alla comunicazione simbolica elementare. Ora la pressione dei dati si esercita su un altro territorio che sembrava particolarmente intimo: quello dell’immaginazione.
Un recente lavoro sperimentale ha messo alla prova, con una finezza metodologica notevole, la possibilità che un grande primate sia in grado di trattare mentalmente oggetti inesistenti, seguirne gli spostamenti e mantenere una rappresentazione coerente di qualcosa che non è presente. Il protocollo è semplice solo in apparenza. Gli sperimentatori simulano la presenza di un oggetto o di una sostanza che non c’è, fingono di spostarlo da un contenitore all’altro, e verificano se l’animale riesce a indicare dove si troverebbe, come se fosse reale. La forza del risultato emerge dalla coerenza delle scelte lungo sequenze ripetute di prove e dalla capacità di mantenere una traccia mentale stabile dell’oggetto evocato nella scena condivisa. Il comportamento osservato rivela una rappresentazione interna che accompagna l’intera sequenza delle azioni. L’animale segue la logica della situazione fittizia, conserva memoria della posizione dell’oggetto inesistente e orienta le proprie risposte in modo sistematico. Quando nello stesso contesto compare un elemento concreto, la distinzione tra i due livelli rimane salda e guida le scelte con precisione. Si delinea così la presenza di una struttura mentale capace di operare su due piani contemporaneamente: quello della percezione immediata e quello della rappresentazione evocata.
In termini cognitivi, questa facoltà corrisponde a ciò che nello sviluppo umano si manifesta nel gioco simbolico dei bambini. Quando un oggetto diventa qualcos’altro, quando una situazione viene trattata come se fosse diversa da quella che appare, entra in gioco una struttura mentale che consente di costruire rappresentazioni sganciate dal qui e ora. Da questa base si sviluppano progressivamente la pianificazione, la narrazione, la simulazione del futuro, la capacità di immaginare scenari alternativi. L’emergere di una competenza di questo tipo in un altro primate colloca la sua origine in una fase molto più antica della storia evolutiva. Il significato evolutivo è profondo. La presenza di una rappresentazione coerente di oggetti inesistenti e la gestione parallela di ciò che è percepito e di ciò che è evocato mentalmente indicano che le basi cognitive dell’immaginazione affondano in un terreno condiviso. Le differenze tra specie assumono così la forma di sviluppi progressivi, con livelli crescenti di complessità e di integrazione culturale. Questa dinamica è ormai familiare. Ogni volta che la ricerca si spinge a testare con rigore una capacità mentale, l’immagine dell’eccezionalità umana si trasforma. La nostra specie resta unica per l’ampiezza delle sue costruzioni simboliche, per la densità delle sue istituzioni culturali, per la potenza combinatoria del linguaggio. Tuttavia il terreno cognitivo su cui tutto questo poggia si rivela sempre più continuo con quello di altre specie. L’immaginazione entra a pieno titolo in questa traiettoria di avvicinamento.
In questa prospettiva, la possibilità di rappresentare mentalmente ciò che non è presente assume la forma di una capacità che si è sviluppata gradualmente. La manipolazione di queste rappresentazioni, la loro stabilità nel tempo, la loro integrazione con il comportamento costituiscono passaggi evolutivi di grande portata. Il fatto che se ne colga una versione operativa in un altro primate suggerisce che la nostra mente si sia formata su una base cognitiva già articolata. L’effetto complessivo è quello di un progressivo avvicinamento. Le distanze che avevamo tracciato per definire noi stessi si rivelano sempre più come linee provvisorie, utili per orientarsi ma incapaci di resistere alla pressione delle osservazioni. Ogni nuova evidenza aggiunge un tassello a un quadro in cui la continuità evolutiva diventa sempre più visibile. La nostra capacità di costruire mondi possibili, di immaginare ciò che non c’è, di proiettare scenari nel tempo resta straordinaria per ampiezza e per profondità, con radici che affondano in una storia comune, in cui le prime forme di rappresentazione sganciate dalla realtà hanno cominciato a emergere molto prima che comparisse la nostra specie.
Questa consapevolezza modifica il modo in cui pensiamo a noi stessi. L’identità umana trova una collocazione più precisa dentro una genealogia. L’immaginazione, che spesso consideriamo il nucleo più intimo della nostra esperienza mentale, appare come l’esito di un lungo processo evolutivo, fatto di continuità e trasformazioni. La linea che separa noi dagli altri animali resta, ma diventa sempre più sottile, sempre più permeabile, sempre più simile a una sfumatura che a un confine. Altro che animali non senzienti di lollobrigidiana memoria.
cattivi scienziati