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Cattivi Scienziati

Agrofarmaci e intossicazioni: numeri che non tornano

Enrico Bucci

Su alcuni media e siti web sono state riportate intossicazioni globali annue da agrofarmaci pari a 385 milioni di casi. Una cifra emotivamente impattante che non corrisponde però al vero

Solo a livello numerico 385 milioni di persone rappresentano una cifra di tutto rispetto. La somma di Stati Uniti e Canada non va infatti oltre i 370 milioni di abitanti. Facile quindi immaginare quanto l’impatto emotivo possa rivelarsi devastante a livello popolare se tale cifra viene riferita al tema delle intossicazioni acute da agrofarmaci. Di fatto, la notizia dei 385 milioni di intossicati annui da agrofarmaci circola da quasi tre anni, ma è tornata a dilagare nel mese di ottobre 2023 tramite una molteplicità di media e siti web che l’hanno nuovamente rilanciata quasi fosse tema di estrema attualità. L’origine risiede in una pubblicazione apparsa nel dicembre 2020 sulla rivista BMC Public Health dal titolo “The global distribution of acute unintentional pesticide poisoning: estimations based on a systematic review”. Gli autori, non a caso, sono quattro esponenti dell’associazione ambientalista PAN, acronimo di Pesticide Action Network, la quale da sempre esercita la propria azione di lobby verso l’abolizione degli agrofarmaci impiegati in agricoltura. Dal punto di vista metodologico gli autori sono partiti da alcuni documenti ufficiali dell’Organizzazione mondiale della Sanità e da 157 articoli pubblicati su riviste scientifiche elaborando poi le proprie stime. Diverse però le criticità di tale processo, ma le più importanti sono la definizione di “intossicazione” e la significatività dei numeri presi in considerazione. Per quanto riguarda i cosiddetti casi di “intossicazione” si tratta sovente di risposte a questionari con generiche descrizioni di sintomi arbitrariamente attribuiti a intossicazione o di chiamate a centri antiveleni che spesso si riferiscono a richieste di informazioni per eventi accidentali senza alcuna conseguenza sanitaria. Appare evidente che in questo modo le statistiche risultano arbitrariamente gonfiate. Dal punto di vista della significatività dei numeri, ad esempio, alcuni dati, anche potenzialmente affidabili ma registrati in ben specifiche e ridotte parti del Mondo, sono stati poi estesi all’intera popolazione di quelle aree geografiche e perfino ad aree diverse, ove mancava ogni statistica in tal senso. Inoltre, studi diversi nelle stesse aree del mondo hanno dato risultati grandemente diversi, ma gli autori della pubblicazione non hanno fatto alcuno sforzo per capire queste enormi differenze. È, quindi, facile intuire quanto sia di scarsa significatività rapportare a miliardi di persone le statistiche elaborate su questi campioni spesso risicati dal punto di vista numerico e grandemente variabili. Nella stima degli attivisti del PAN, giusto per citare un esempio, i casi attribuiti all’intera Africa occidentale sono stati desunti da quanto avvenuto all’interno dello 0,15% della popolazione presente. In sostanza, sono stati moltiplicati per circa 666 volte i casi misurati, ipotizzando che tali numeri fossero omogenei in tutta l’area considerata. In aggiunta, secondo la FAO, l’Africa, che è il secondo continente per popolazione, consuma una quantità irrisoria di agrofarmaci, e non perché non servano, bensì perché non possono acquistarli . Ma dalle tabelle 7 e 8 della review citata si vede come una massa spaventosa di Africani avrebbero intossicazioni (114 milioni), mentre i casi mortali in Europa si contano sulle dita di una mano. Se gli autori avessero riguardato in maniera critica i loro stessi dati avrebbero capito che tutto il loro sistema di analisi era fallimentare. Analogamente, i casi totali attribuiti all’America Centrale sarebbero in realtà ricavati dalle statistiche relative solo al 2% della popolazione dell’area all’oggetto. Non sono cioè numeri frutto di una misurazione, bensì di una estrapolazione a popolazioni molto numerose partendo da campioni statisticamente molto esigui. Vi è poi un uso strumentale nel riferire il dato globale, stimato in questo modo discutibile, alla realtà dei paesi quali l’Italia o dell’Unione Europea. Si pensi, ad esempio, a quanto sono diversi gli agrofarmaci impiegati e a quanto differiscano le modalità stesse di applicazione. Ha cioè senso pressoché nullo assumere questo presunto valore globale quale indicatore di gravi e diffusi danni alla salute in Europa o in Italia. Certamente, le immagini che circolano su web e media risultano di forte impatto emotivo, come quando vengono ripresi degli operatori agricoli del Sudest asiatico o del Sudamerica che applicano agrofarmaci nei campi, avanzando uno al fianco dell’altro e irrorando la coltura tramite lance a mano protetti solo da un fazzoletto calato su naso e bocca. Inoltre, in molte aree del Mondo sono ancora in uso sostanze attive da tempo revocate nei Paesi più moderni proprio per la loro elevata tossicità. Ancora, le attrezzature per l’irrorazione impiegate in Europa o in Nordamerica sono tali da ridurre a livelli trascurabili l’esposizione agli agrofarmaci, sia in relazione alla tossicità cronica e, a maggior ragione, acuta. A conferma, in Italia il Rapporto Istisan 18/6 del 2014 riporta come un solo agricoltore sia deceduto per esposizione accidentale a un agrofarmaco, che, per somma ironia della sorte, è a base di solfato di rame, pilastro di quell’agricoltura biologica supposta avulsa dall’uso di “pesticidi”. In generale, proseguendo e stando sempre ai più recenti rapporti dell’Istituto Superiore di Sanità, le segnalazioni di esposizione accidentale, non di effetti tossicologici, agli agrofarmaci raccolte dai Centri Antiveleni italiani risultano inferiori a quelle relative a prodotti di comune impiego domestico. Uno su tutti l’ipoclorito di sodio, la banale candeggina, oggetto da sola di un numero di segnalazioni superiore a quelle di tutti gli agrofarmaci messi insieme. Nel rapporto Istisan 23/2, infatti, la percentuale delle segnalazioni di esposizione certa agli agrofarmaci è pari al 2,39% del totale. Giova peraltro ripetere come per “segnalazione” non si debba intendere “intossicazione”, men che meno “acuta”. Infine, dei 1.290 casi segnalati relativi ad agrofarmaci in Italia su quasi 54mila totali, 148 (11,5%) sono risultati di tipo volontario, cioè autolesivo. In Europa siamo inoltre protetti dal sistema di allerta rapido RASFF che segnala i cibi pericolosi, di cui buona parte è inquinata da batteri e funghi, molto più che da agrofarmaci. Anche negli Stati Uniti le statistiche contraddicono fortemente il numero diffuso dal PAN, con i casi segnalati al locale Poison Control Center che si fermano a 109mila (anno 2010). Fra questi vanno segnalati gli oltre 24mila casi dovuti ai disinfettanti, come appunto la candeggina, i quasi 13mila dovuti ai rodenticidi impiegati a livello domestico e industriale, nonché gli oltre 5.000 casi di intossicazione da DEET, il noto repellente per zanzare. I rodenticidi, purtroppo, mostrano i numeri più alti fra i bambini: quasi 12mila casi di intossicazione da rodenticidi è infatti a carico di bambini dall’età inferiore ai cinque anni. Analogamente, sfiorano i 3.200 casi le intossicazioni da DEET per la medesima classe statistica anagrafica. In estrema sintesi, si possono trarre due differenti conclusioni. La prima è che i casi di intossicazione accidentale dovuti agli agrofarmaci sono ampiamente minoritari rispetto al totale e ad altre classi di prodotti. Questo per lo meno nei Paesi più evoluti come appunto quelli europei, Italia inclusa. Seconda conclusione: il dato globale di 385 milioni di intossicazioni acute, ampiamente diffuso da media e web, si scontra con evidenze numeriche di ben altro tenore, lasciando peraltro intatte le critiche scientifiche alle metodologie di calcolo adottate che lo rendono del tutto inaffidabile e grandemente sovrastimante la realtà.

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