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Cattivi scienziati

Dietro al Covid non c'era un laboratorio, ma soltanto la natura. Un nuovo studio

Enrico Bucci

Un lavoro di Nature Communications smentisce nuovamente le dubbie teorie che pretendevano di dimostrare l’origine di Sars-CoV-2 come opera di ingegneria genetica. E rivela come funzionano dal punto di vista evolutivo i “salti di specie”

Ricordate la famosa argomentazione che pretendeva di dimostrare l’origine di Sars-CoV-2 come opera di ingegneria genetica, sulla base di calcoli sbagliati e utilizzo dubbio di software per l’analisi di sequenza? Su queste pagine ce ne eravamo occupati già a suo tempo, dimostrando come la teoria dietro i calcoli, nonché gli assunti e le conclusioni, erano semplicemente arbitrari ed erronei: il famoso sito di taglio per la furina, nella proteina Spike, appariva un naturalissimo prodotto di evoluzione naturale. Non per nulla, l’articolo scientifico che annunciava la prodigiosa “scoperta” ha trovato successivamente ha trovato pronta smentita nei suoi metodi e nei suoi assunti; e gli autori dei calcoli originari, tra cui il professor Palù, non risulta abbiano avuto più nulla da obiettare, nonostante le dichiarazioni avventate con cui avevano presentate al pubblico le loro erronee analisi e conclusioni.

 

Adesso, a distanza di poco più di un anno da quelle dichiarazioni sui giornali nazionali, è uscito un nuovo lavoro, pubblicato su Nature Communications, che aggiunge alle considerazioni su calcoli erronei e teorie sbagliate la forza dei fatti, a smentire l’idea che la sequenza di taglio della furina sia un prodotto di ingegneria genetica e a supportare ulteriormente l’idea che sarbecovirus simili a Sars-CoV-2 possano evolvere spontaneamente versioni della proteina Spike, capaci di legare Ace-2 umana e così conferire favorire possibili spillover. In particolare, campionando solo 48 campioni di feci di pipistrelli corrispondenti a 16 delle 17 specie presenti nel Regno Unito, sono stati trovati 9 coronavirus, di cui sin qui 2 ignoti alla scienza, comprendenti anche 4 sarbecovirus, cioè virus del gruppo di Sars-CoV-2. Tutti e 4 questi ultimi possiedono nel posto giusto una sequenza di nucleotidi che, a meno di un singolo nucleotide, è identica al sito di taglio della furina trovato in Sars-CoV-2, a dimostrazione del fatto che in natura tale sequenza non solo esiste (come si era già dimostrato), ma la si ritrova proprio nel gruppo di virus cui appartiene l’agente dell’ultima pandemia.

 

In aggiunta, uno dei 4 sarbecovirus identificati possiede una Spike che è in grado di legare Ace-2 umana e promuovere l’ingresso del virus in cellula, come è stato dimostrato inserendo la proteina di questo sarbecovirus in un virus diverso (per motivi di sicurezza). L’affinità di questa Spike per Ace-2 umana è 17 volte inferiore a quella del ceppo Wuhan di Sars-CoV-2, il che rende piuttosto difficile infettare cellule umane, visto il livello di Ace-2 che quelle esprimono; ma i dati dimostrano un preadattamento comunemente diffuso nei sarbecovirus dei pipistrelli, dal quale è facile vedere come possa conseguire uno spillover e un successivo adattamento a nuovi ospiti. Vi è poi un dato, davvero interessante, che gli autori presentano: la Spike che consente al nuovo sarbecovirus il legame con Ace-2 umano e l’infezione susseguente, non è in realtà in grado di legare Ace-2 nei pipistrelli che sono i suoi ospiti naturali.

 

Questo significa che probabilmente la capacità di legame del recettore umano è una conseguenza accidentale di altri adattamenti nell’ospite di partenza, o di semplice deriva genetica casuale; si tratta cioè di un preadattamento, che può essere guidato dalla selezione di altri tratti nel pipistrello oppure può essere frutto di cambiamento neutrale e libero della sequenza di Spike in una regione non particolarmente vincolata da selezione. Per scegliere fra queste due ipotesi, bisognerà studiare meglio la biologia del virus nel suo ospite originale, il pipistrello; ma intanto, vi è la plastica illustrazione di come funzionino da un punto di vista evolutivo gli spillover, con mutazioni guidate dalla selezione per altri tratti o dal caso, che generano accidentalmente proteine in grado di allargare lo spettro d’ospite del virus. Se pipistrelli che portano queste versioni sono in frequente e massivo contatto con esseri umani, avviene il passaggio di specie, e la successiva ottimizzazione per selezione; ecco perché la cosa è successa in Cina, con le sue caverne con milioni di pipistrelli e i minatori di guano, e non in Gran Bretagna, dove il preadattamento è sì presente, ma i contatti tra esseri umani e pipistrelli sono ridottissimi.

 

Quanto abbiamo qui brevemente esaminato, ovviamente, non esclude affatto che un incidente sia alla base della pandemia; esclude, però, che le “prove” sin qui addotte esaminando avventatamente la sequenza genomica di Sars-CoV-2 siano di alcun significato, e mostra come la scienza non può esser piegata alle dichiarazioni di qualsivoglia autorità, ma solo all’analisi accurata dei dati disponibili e della compatibilità di una teoria con il resto dell’edificio scientifico. Forse un giorno troveremo un nastro registrato con la confessione di un ricercatore, di aver causato un incidente alla base della pandemia; ma la natura, come tutti i dati e particolarmente questi ultimi dimostrano, è perfettamente in grado di produrre Sars-CoV-3, Sars-CoV-4 e pure Sars-CoV-100, e non solo in Cina, ma ovunque; per questo, faremmo bene a non rifugiarci nell’idea che il problema sia nei laboratori, quando miliardi di esperimenti genetici, tutti in grado di dare origine al prossimo virus zoonotico, avvengono intorno a noi in ogni specie animale.

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