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Aiuti, un medico precursore

Fu tra i primi a capire che il lavoro dello scienziato non finisce in laboratorio

10 Gennaio 2019 alle 18:43

Aiuti, un medico precursore

Fernando Aiuti (foto Imagoeconomica)

Fernando Aiuti è stato un grande medico e un grande scienziato. Ho avuto la fortuna di conoscerlo quando ero giovane, in un momento complicato e decisivo della mia carriera. Era il 1990 ed ero incerto e spaesato, appena tornato dagli Stati Uniti dove di lì a poco sarei tornato. Non era il mio maestro, lo incontrai grazie a un amico comune dovuto alle sue origini urbinati, cittadina dove anche io sono cresciuto. Fu gentile, disponibile, generoso di consigli e incoraggiamenti come tutti i grandi medici e scienziati sono con i giovani appassionati, e incontrarlo per me fu davvero importante e l’affetto di quei giorni è rimasto intatto negli anni.

 

Si è occupato di Hiv quando essere infettati da quel virus significava andare incontro a una morte certa e terribile entro pochi anni. Ora è difficile immaginare quale fosse il terrore nei confronti di questa malattia, ma per rammentarlo basta ricordare che quando Rock Hudson comunicò di essere ammalato di Aids mentre si trovava a Parigi, immediatamente i pazienti ricoverati nella stessa sua clinica iniziarono a scappare per paura del contagio e l’attore, per ritornare negli Stati Uniti, fu costretto a pagare una somma esorbitante per volare da solo su un 747, perché nessun passeggero voleva viaggiare con lui.

 

In questa situazione Fernando Aiuti non si limitò a curare i pazienti e a cercare nuove terapie: capì che un problema gravissimo era l’emarginazione ingiustificata dei malati e che la medicina per curarla non sarebbe arrivata dai laboratori di ricerca. Mentre la gente, seguendo superstizioni e pregiudizi, scansava e discriminava i sieropositivi immaginando che ci si potesse contagiare anche solo toccandoli, lui davanti ai fotografi baciò una ragazza sieropositiva. Con quel gesto, che non aveva nulla di scientifico né di medico, riuscì a ribaltare completamente la percezione di questa malattia. Fu tra i primi a capire, in grandissimo anticipo, che il lavoro del medico e dello scienziato non finisce nella corsia e nel laboratorio, ma prosegue nella società, davanti alle telecamere, alla radio, nei luoghi di dibattito. Di questo tutti gliene siamo grati, e anche di questo – oltre che di tanto altro – gli siamo debitori in questo giorno tristissimo in cui siamo costretti a dirgli addio.

 

Roberto Burioni, Università San Raffaele, Milano

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