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Editoriali

Sulla spesa farmaceutica serve una politica vera

Redazione

Il costo per farmaci cresce per molti motivi. Programmare e non litigare

La crescita della spesa farmaceutica non è una sorpresa. E’ un fenomeno strutturale, legato all’invecchiamento della popolazione, all’arrivo di farmaci innovativi ad alto costo, al progressivo spostamento di alcune terapie dall’ospedale al territorio. Tutte variabili note, prevedibili, studiate da anni. Proprio per questo, però, lo sforamento dei tetti e le tensioni che ne sono seguite aprono una questione che non può essere archiviata come un incidente tecnico. La lettera con cui il ministro della Salute ha chiesto chiarimenti urgenti ai vertici dell’Aifa segna un passaggio politico. Non soltanto per i contenuti — richiesta di documentazione metodologica, evidenze sulle scelte autorizzative, report bimestrali sull’andamento della spesa — ma per il contesto in cui arriva: polemiche interne all’Agenzia finite sui giornali, divergenze con le Regioni sulla sostenibilità del sistema, e ora un confronto pubblico tra ministro e sottosegretario sulla governance stessa dell’ente.

Quando la discussione si sposta dal merito dei numeri alla legittimazione di chi quei numeri deve governarli, il problema diventa più ampio. Non riguarda solo i conti, ma la credibilità dell’intero sistema di regolazione. E in gioco non c’è un capitolo marginale del bilancio dello stato, bensì una delle voci più sensibili per la tenuta del Ssn. Il punto non è se servano controlli più stringenti o una valutazione obiettiva delle performance: servono, ed è giusto pretenderli. Il punto è se la politica sia in grado di offrire una visione che vada oltre la logica della “tirata d’orecchie”. Perché la sostenibilità della spesa farmaceutica richiede programmazione pluriennale, capacità negoziale con l’industria, investimenti nella produzione nazionale, criteri trasparenti di valutazione dell’innovazione. La sfida è governare quel cambiamento senza scaricarne il peso sui territori o sui pazienti. In un contesto internazionale instabile e con conti pubblici sotto pressione, il margine di errore si assottiglia. E il confronto non può ridursi a un regolamento di conti nella maggioranza.

 

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