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Non più vecchi. I novantenni sono sempre di più e stanno sempre meglio

Roberto Volpi

Grazie agli anziani, la speranza di vita in Italia non è mai stata così alta. Nonostante i quasi 27 mila morti in più dovuti al Covid, la marcia degli ultrasessantenni non si è interrotta

Non era chiaro il modo in cui saremmo saltati fuori, ammesso che ci riuscissimo, dalla grande crisi della mortalità conseguente alla pandemia di Covid del biennio 2020-2021. L’Istituto Superiore di Sanità aveva certificato in 138.099 il surplus di morti dovuti specificamente al Covid nei due anni: 138.099 morti mai così sbilanciati in relazione all’età come per nessun’altra causa di morte. Se infatti erano morti di Covid poco più di due italiani su mille, la mortalità per Covid era stata praticamente zero fino ai 40 anni e modestissima tra i 40 e i 60, cominciando ad assumere uno spessore solo dopo la soglia dei 60 quando tra i 60 e i 69 anni era stata proprio di 2 italiani morti ogni mille abitanti di quell’età. Dopodiché la mortalità di Covid si era impennata: 6 morti ogni mille abitanti di 70-79 anni; 15 morti ogni mille abitanti di 80-89 anni; e infine ben 34 morti ogni mille abitanti di 90 anni e più. I novantenni, poco più dell’1 per cento della popolazione, avevano contribuito quasi per il 20 per cento al totale dei morti di Covid. Parlare di falcidia è esagerazione, ma mai si era vista una causa di morte accanirsi fino a questo punto sui più vecchi. E dunque, non era chiaro come saremmo saltati fuori da una crisi di mortalità che mirava dritta ad anziani e vecchi – tantopiù a pensare che 6 morti di Covid su 10 avevano 80 anni e più. Era forse da attendersi, alla luce di questi numeri, un indebolimento, chiamiamolo pure fisiologico, rispetto al passato delle età ultime della vita? Dopo che per tanti anni proprio queste fasce d’età avevano beneficiato di straordinari miglioramenti in termini di allungamento della speranza di vita, di aumento degli anni ancora da vivere?

Non era chiaro il modo in cui saremmo saltati fuori, ammesso che ci riuscissimo, dalla grande crisi della mortalità conseguente alla pandemia di Covid del biennio 2020-2021

         

L’interrogativo era tanto più pertinente se si considera che la mortalità per Covid era intervenuta quando già sembrava profilarsi, da almeno un quinquennio prima dell’anno pandemico 2020, una contrazione dei ritmi di incremento della speranza di vita o vita media della popolazione italiana, cosicché un ridimensionamento dell’aumento degli italiani delle età più avanzate della vita appariva come l’ipotesi più realistica. Ma le cose non sono andate affatto in questo senso, e a innescare il turbo di una nuova crescita della durata della vita sono stati proprio loro: gli ultranovantenni. Ma andiamo con ordine.

Nel 2019, l’anno precedente la pandemia, la vita media degli italiani aveva superato di slancio, per la prima volta nella storia d’Italia e con uno dei più strepitosi risultati di tutti i tempi nel mondo, gli 83 anni: 83,16, per la precisione, pari a 83 anni e 2 mesi di speranza di vita alla nascita – quando, è bene precisare, la speranza di vita è al suo punto più basso, dovendo attraversare la strettoia del primo anno di vita, anno in cui la mortalità assume valori che verranno superati solo in prossimità dei cinquant’anni. Nel 2020, primo e più furioso anno pandemico, la vita media era scesa a 82,08 anni: 82 anni e 1 mese, con una perdita secca di un anno e un mese di vita in media a italiano – un risultato, per capirci, quasi da tempo di guerra. Ancora nel 2023, pur essendo tornata a superare di un soffio gli 83 anni, la vita media restava al di sotto del livello raggiunto nel 2019. Sarebbe occorso il 2024, e un aumento di ben 5 mesi di vita rispetto al 2023, perché la vita media, o speranza di vita degli italiani, tornasse sopra il livello prepandemico, spingendosi fino a 83 anni e 5 mesi: 3 mesi in più del 2019.

I novantenni, poco più dell’1 per cento della popolazione, avevano contribuito quasi per il 20 per cento al totale dei morti di Covid

     

Ora, questo risultato ha un aspetto molto peculiare: è il prodotto dell’allungamento della vita in prossimità e più ancora dopo i novant’anni. Detto in altre parole è soprattutto agli ultranovantenni che si deve il risultato di una speranza di vita o vita media mai così alta in Italia – e a parte poche eccezioni nel mondo – come nel 2024. Questa conclusione è doppiamente valida: è valida sia che si guardi al periodo 2019-2024, cioè nell’arco compreso tra l’anno prima della pandemia e il primo dopo la pandemia in cui la speranza di vita è tornata a superare la speranza di vita del 2019; sia che si guardi a un periodo più lungo, che va dal 1992 al 2024.

Detto in altre parole è soprattutto agli ultranovantenni che si deve il risultato di una speranza di vita o vita media mai così alta in Italia – e a parte poche eccezioni nel mondo – come nel 2024

         

Nel primo caso – il quinquennio 2019-2024 – l’aumento dei novantenni tra il 2019 e il 2024 è stato di oltre 113 mila unità, che avrebbe raggiunto le 140 mila unità se non ci fossero stati i quasi 27 mila ultranovantenni morti di Covid, per un incremento – che si sarebbe registrato in assenza di Covid – pari al 18,3 per cento dei novantenni del 2019. Calcoli analoghi portano a incrementi, sempre che non ci fossero stati i morti di Covid, del 5,3 per cento dei settantenni e del 5,2 per cento degli ottantenni. Ma, intendiamoci, anche considerando i morti di Covid, e dunque tutti i morti effettivamente registrati, i divari cambiano di poco: in termini percentuali l’incremento dei novantenni resta pur sempre di oltre tre volte l’incremento percentuale dei settantenni e degli ottantenni.

Il trionfo quantitativo dei novantenni, perché tale è alla luce dei dati statistici, è ancor più evidente nel lungo periodo 1992-2024. In quest’arco di tempo di oltre tre decenni infatti gli ultranovantenni passano in cifre assolute dai 197 mila del 1992 agli 879 mila del 2024, con un incremento del 347 per cento; mentre aumentano: del 29 per cento i sessantenni, del 64 per cento i settantenni e del 108 per cento gli ottantenni. Ora, si lasci pure perdere l’ultimo quinquennio, dove pur con la super mortalità per Covid gli ultranovantenni hanno fatto registrare incrementi percentuali di oltre tre volte gli incrementi percentuali dei settantenni e degli ottantenni, e si concentri l’attenzione su queste ultime cifre: il ritmo di crescita degli ultranovantenni è stato negli ultimi trent’anni di oltre dodici volte quello dei sessantenni, di quasi sei volte quello dei settantenni, di tre volte e mezza quello degli ottantenni. In una parola, e concludendo, ritmi di crescita incomparabili che ci portano a una conclusione incontrovertibile: gli aumenti della vita media o speranza di vita alla nascita degli ultimi trent’anni in Italia si sono avuti in buona parte per merito degli ultranovantenni. Come dobbiamo intendere quest’ultima conclusione? Che valore vogliamo attribuirle?

Non sono domande da poco. Per intenderci: c’è una lunga retorica che viene dal profondo dei tempi e pure dall’idea secondo la quale a contare non è tanto la lunghezza quanto piuttosto la qualità della vita. Tradotta in termini moderni, questa retorica porta a considerare, più che il numero di anni di vita in termini assoluti, il numero di anni vissuti in buona salute. Ora, parafrasando la teoria della relatività, una concezione ristretta della “buona salute”, ch’è quella propugnata nelRapporto Bes 2024. Il Benessere Equo e Sostenibile in Italia nel 2024”, dell’Istat, porta a concludere che nel 2024 la speranza di vita in buona salute è scesa in Italia a 58,1 anni, rispetto ai 59,1 anni del 2023 e ai 58,6 anni del 2019. Insomma, secondo questo rapporto la speranza di vita nel 2024 è sì aumentata di 5 mesi rispetto al 2023, ma è diminuita di un anno secco la speranza di vita in buona salute. Ci abbiamo guadagnato, dunque, o non ci abbiamo piuttosto rimesso? A stare a una certa interpretazione ci abbiamo rimesso, perché l’aumento di 5 mesi di speranza di vita sul 2023 è stato più che compensato dalla perdita di un anno di buona salute nel 2024.

La speranza di vita nel 2024 è sì aumentata di 5 mesi rispetto al 2023, ma è diminuita di un anno secco la speranza di vita in buona salute

 

Ma le cose non stanno precisamente così, innanzi tutto in quanto sugli anni in buona salute pesa il peggioramento della salute percepita dai più di 40 mila intervistati nell’ambito della “Indagine multiscopo sugli aspetti della vita quotidiana” – sempre dell’Istat. La percezione soggettiva della salute peggiora mentre “oggettivamente” diminuiscono la mortalità infantile, la mortalità per tumori, la mortalità evitabile – la mortalità per la quale, ci si scusi l’ossimorico gioco di parole, non si dovrebbe morire – e non cresce né la mortalità per incidenti stradali né quella per cause violente. E allora? E allora siamo nell’ambito di quella statistica un tantino tafazziana che ci fa dire che in Italia c’è poco meno di un italiano su dieci in povertà assoluta, dicasi “assoluta”, nel mentre la vita media degli italiani è arrivata a 83,5 anni, ha superato di slancio la depressione causata dal Covid ed è lanciata verso nuovi traguardi che il mondo letteralmente si sogna; quella stessa statistica che permette a Save the children di colpevolizzarci un giorno sì e l’altro pure ammonendoci che un bambino italiano su tre è a rischio di povertà mentre la mortalità infantile in Italia scende ai livelli più bassi di sempre e appena un nato ogni 250 nati non arriva in Italia alla maggiore età – e se non è un record mondiale, questo, poco ci manca. Così è anche per gli anni di vita in buona salute, influenzati come sono da una percezione della salute, parametro che più soggettivo non si può, legata da un lato all’invecchiamento della popolazione italiana (e dunque del campione sul quale la percezione è calcolata) e dall’altro alle vicissitudini non necessariamente nel segno dell’efficienza di un servizio sanitario nazionale che paga, tra l’altro, proprio l’incessante aumento del numero di italiani delle età più avanzate della vita.

Una volta si avevano a cuore, certi parametri, si capivano, si maneggiavano con delicatezza. Oggi che a momenti un italiano su cinque ha più di settant’anni, e che ci sono 4,6 milioni di ultraottantenni in una popolazione di neppure 59 milioni di abitanti, ci sentiamo in certo senso autorizzati a non capirli più. Ed ecco allora che ragazzini imberbi e ultra vecchi hanno uguali valori ritenuti normali della pressione arteriosa come del colesterolo, che prima venivano tarati in base all’età, ovviamente creando eserciti di pseudo ammalati di questa o di quella patologia che corrono a intasare i percorsi diagnostici e di cura e a dichiarare, intervistati per verificare se sono o meno in buona salute, di soffrire di ipertensione e ipercolesterolemia.

E’ un mondo buffo, in certo senso. Siamo alle prese con una sorta di immortalità in atto qui in terra, ma stentiamo a capire cosa significa e cosa comporta. No, non sono in buona salute gli ultraottantenni, meno ancora gli ultranovantenni. Perché dovrebbero esserlo, se la buona salute è ritenuta uguale e invariante a dieci come a cent’anni? Se non adeguiamo concetti e parametri?

I novantenni in Italia sono aumentati del 347 per cento dal 1992, alla media aritmetica stratosferica di un più dieci per cento tutti gli anni. Non c’è investimento che renda tanto, a stare alle statistiche che non consentono contorcimenti, per di più un rendimento sicuro. Nonostante i quasi 27 mila morti in più dovuti al Covid, la loro marcia non si è interrotta. Questo è il dato. E questo dato si erge pur sempre a indice di due inattaccabili verità.

La prima: c’è un sistema Italia che sta alla base di questi risultati, li consente e li sorregge quando, come nel caso del Covid, sono sotto attacco. E’ un sistema fatto di tante componenti: ospedali e strutture sanitarie e socio-sanitarie, reti e organizzazioni solidaristiche, sistemi pensionistici e assistenziali, ovviamente, nuove realtà di assistenza e accompagnamento degli anziani, come le organizzazioni sempre più diffuse ed efficienti dei badanti. Famiglie, anche, sebbene queste ultime non esercitino il ruolo prevalente di una volta, sia perché sono molto piccole, sia perché chiamate assai meno in causa proprio come conseguenza della crescita delle altre componenti. E’ un sistema complesso con non pochi punti critici, primo fra tutti quello di un difficile amalgama funzionale tra le diverse componenti, ma è un sistema che ha una sua indubbia forza complessiva – e l’aumento esponenziale degli ultranovantenni ne rappresenta la prova inconfutabile.

La seconda verità: l’aumento percentuale degli ultranovantenni, neppure paragonabile a quello, pur importante, delle altre età della vecchiaia lascia intendere che ci sono età critiche, dal punto di vista della sopravvivenza, superate le quali la biologia dell’età è paradossalmente una corazza più difficilmente attaccabile. Negli ultimi trent’anni l’aumento percentuale dei sessantenni è stato, si è detto, del 29 per cento, inferiore a quello dei cinquantenni, che è stato del 35 per cento – e questo, ripetiamolo, in un quadro di crescita che diventa proporzionalmente più alta al crescere dell’età. Gli anni sessanta della vita sembrano così quelli nei quali si annidano i rischi più consistenti che ne minacciano la durata. Superati quelli, l’aumento di settantenni, ottantenni, novantenni è spedito e proporzionalmente crescente. Con un’ulteriore precisazione, però: la differenza tra il 108 per cento di aumento degli ottantenni e il 347 per cento di aumento dei novantenni è troppo spiccata, troppo ampia per potersi attribuire in tutta tranquillità alla tendenza all’aumento relativo degli abitanti, sempre più consistente all’aumentare dell’età. E’ un aumento, questo del 347 per cento, che fa piuttosto pensare che siamo entrati in un tempo in cui superata una soglia d’età molto elevata, come gli ottanta anni, le difese organiche, fisiologiche e immunologiche, sono diventate così ingenti da rendere il fisico, pur in decadenza, attrezzato e resistente.

I novant’anni si preparano a essere gli attuali ottanta, per intenderci. Anche sotto il profilo strettamente numerico. Cosicché non resta altra strada: occorrerà preparare altri criteri per stimare gli anni in buona salute, a meno di non voler fare strame di vecchi, invece di rendere loro giustizia.

 

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