Ansa
punti di forza e fragilità
Ode alla resistenza di Schillaci, un argine alla deriva populista nella sanità
Le pressioni non sono mancate, ma il ministro ha contenuto queste spinte, mantenendo un profilo basso e riuscendo, non senza fatica, a frenare le esuberanze e le gaffe di chi, anche all’interno del suo stesso dicastero, si muove in una permanente lotta di correnti per visibilità e potere
Schivo, riservato, lontano tanto dalle luci della ribalta quanto dalle polemiche. Il tratto distintivo del carattere di Orazio Schillaci è emerso fin dalle sue prime apparizioni pubbliche, quando era poco più di uno sconosciuto persino per molti addetti ai lavori. Lo sguardo fisso sugli appunti, gli occhi bassi che raramente incrociano quelli delle telecamere: un profilo atipico per un ministro della Salute in tempi di esposizione permanente. Eppure, più nei fatti che nelle parole, il tecnico chiamato da Fratelli d’Italia a guidare il dicastero ha mostrato, in questi anni di governo Meloni, punti di forza e fragilità.
Schillaci ha affrontato il nodo dei medici “gettonisti”, un fenomeno che stava producendo sperequazioni sempre più difficili da giustificare all’interno degli ospedali e drenava risorse ingenti dai bilanci delle aziende sanitarie. Ha provato a intervenire sulla piaga delle liste d’attesa, con risultati disomogenei e non senza attriti con le regioni, chiamate a tradurre sul territorio le decisioni assunte a livello centrale. Tensioni fisiologiche, ma che hanno spesso messo a nudo i limiti di un sistema sanitario frammentato e cronicamente sottofinanziato. Di certo, il ministero da lui guidato non ha brillato per trasparenza sulle vicende opache che hanno accompagnato le ultime nomine – e le altrettanto significative rinunce – all’Agenzia italiana del farmaco.
Ora, con il disegno di legge delega sulla riorganizzazione del Servizio sanitario nazionale, Schillaci tenta di delineare una riforma complessiva che tenga insieme ospedale e territorio. Forse troppo poco, forse troppo tardi. Di certo non una rivoluzione, piuttosto un tentativo di riordino che, per la prima volta, lascia intravedere un disegno di medio periodo che non si limita alla contingenza. I nodi critici, però, non mancano. Il primo è quello delle risorse: senza nuovi finanziamenti strutturali, il rischio concreto è che la riforma resti un esercizio di ingegneria normativa, poco più di un libro dei desideri. Colpisce inoltre la difficoltà di fare davvero tesoro della lezione del Covid: ancora una volta l’asse dell’intervento appare sbilanciato sull’offerta ospedaliera, mentre il rafforzamento dell’assistenza territoriale resta più evocato che costruito. E stupisce come, su un tema che il ministro ha spesso indicato come centrale – la prevenzione – emergano più dichiarazioni d’intenti che standard vincolanti e obiettivi misurabili.
Eppure, al netto delle critiche, a Schillaci va riconosciuto un merito difficilmente contestabile: essere stato un argine alla deriva populista in sanità. Le pressioni non sono mancate, provenienti tanto da una parte della stampa di riferimento di una certa destra – dal quotidiano La Verità al “retequattrismo” militante – quanto da settori della maggioranza inclini a suggestioni complottiste e antiscientifiche, che in più di un’occasione ne hanno messo in discussione la permanenza al ministero. Schillaci ha contenuto queste spinte, mantenendo un profilo basso e riuscendo, non senza fatica, a frenare le esuberanze e le gaffe di chi, anche all’interno del suo stesso dicastero, si muove in una permanente lotta di correnti per visibilità e potere.
Soprattutto, è stato l’argine che ha limitato gli effetti della declinazione “all’amatriciana” del Maga statunitense. Se l’abolizione dell’obbligo vaccinale introdotto dalla legge Lorenzin è rimasta una bandiera agitata ma mai tradotta in atti concreti; se le campagne vaccinali contro influenza e Covid proseguono; se, pur con ritardo rispetto ad altri Paesi europei, l’Italia ha avviato un accesso universale al vaccino contro il virus respiratorio sinciziale per neonati e donne in gravidanza, lo si deve anche alla resistenza silenziosa di Schillaci verso chi ha osteggiato ciascuno di questi passaggi. In altre parole, se oggi il ministero della Salute non è diventato il palcoscenico di una idiocracy sanitaria, è perché a guidarlo c’è ancora un medico e professore universitario, non un aspirante Robert F. Kennedy Jr. all’italiana. Figure, queste ultime, relegate ai margini della scena politica – almeno per ora – con incarichi di facciata nella commissione d’inchiesta sul Covid offerti loro dalla maggioranza.
Tutto questo può sembrare poco. E lo sarebbe, se si ignorasse il contesto. Ma tenendo conto dello Zeitgeist e della Weltanschauung dell’ondata sovranista che attraversa Stati Uniti ed Europa, il giudizio cambia prospettiva. Perché il meglio continua a essere nemico del bene, soprattutto in certi momenti storici. E allora sì, questo testo può essere letto come un’ode alla resilienza del ministro Schillaci. Anzi, forse è più corretto usare un termine che farà storcere ulteriormente il naso a quella parte della destra di governo che ne auspica la defenestrazione: un’ode alla resistenza.