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Cattivi scienziati

Il filtro che manca alle riviste scientifiche che divulgano bufale

Enrico Bucci

È ora di dare nuove regole al business delle pubblicazioni scientifiche, troppo spesso pubblicate e ritirate poco dopo, quando il danno è già astato fatto

Il 25 marzo del 2020 inauguravo questo spazio sul Foglio con un articolo dedicato alla follia dell’Avigan, il farmaco miracoloso del momento che un esperto improvvisato, ovviamente senza alcun tipo di dati controllati e solidi, proponeva all’attenzione degli Italiani, tanto a far avviare in Veneto una sperimentazione su spinta politica a furor di popolo. Ebbene, è incredibile osservare come il 18 settembre 2021 l’ennesimo articolo immondizia su Avigan, un presunto studio clinico che ne decantava le virtù rispetto – udite udite – all’inefficace clorochina, sia stato ritrattato, sostanzialmente perché gli autori avevano inventato i dati pubblicati. Ora, io mi chiedo: è mai possibile che la comunità scientifica debba perdere tempo a combattere contro proprio esponenti innamorati di idee bislacche, a tal punto da fare letteralmente carte false per propagandarle, senza che vi sia un filtro davvero efficace da parte di chi pubblica gli articoli scientifici e ne fa un business gigantesco, uno dei più redditizi del pianeta, con costi irrisori e guadagni enormi?
È mai possibile che si debba continuare a ospitare falsità di ogni genere e forma da parte di scienziati che sanno benissimo ciò che stanno dicendo, a partire dai social forum e risalendo su su fino alle suddette riviste scientifiche?

 
Per quanto ancora dovremmo vedere rilanciate le tesi senza fondamento di un Montagnier, di un Malone, di un Raoult, solo per nominare i più reclamizzati sostenitori di sciocchezze, da riviste scientifiche di multinazionali come Springer (incluso Springer Nature)? Quanto potremo resistere, se lo sforzo per far ritrattare tali sciocchezze è di gran lunga maggiore di quello per pubblicarle? Forse è arrivato il momento di un appello, di un richiamo alla responsabilità che anche i proprietari delle riviste scientifiche hanno. Se ci scandalizziamo e ci scagliamo contro i Social Forum, se chiediamo che Facebook intervenga per limitare la diffusione della disinformazione letale che ogni giorno colpisce miliardi di individui durante una pandemia, forse a maggior ragione dovremmo chiedere a chi possiede Lancet, Nature o le altre migliaia riviste più o meno prestigiose di ricominciare a fare il proprio dovere, che non è quello di propagare acriticamente e quasi ad occhi chiusi ogni cosa che provenga da qualcuno che abbia un titolo accademico più o meno valido.

  

Non è vero che la responsabilità è solo delle istituzioni scientifiche, che intervengono poco per censurare certi comportamenti predatori dei loro membri la verità è che il mondo della pubblicazione scientifica si è ormai corrotto ad un punto intollerabile, tale da richiedere l’intervento dei governi – i cui cittadini mantengono con le loro tasse i costi degli abbonamenti a quelle riviste, che costituiscono il core-bussiness dei grandi editori scientifici. Elsevier, Wiley, Springer e tutte le altre multinazionali più o meno grandi stanno causando danni evidenti durante questa pandemia, propagando informazioni infondate su riviste anche prestigiose – si ricordino i casi della clorochina su Lancet, ma anche gli articoli ritrattati su Ivermectina su altre riviste prestigiose, giù giù fino a casi meno noti ma altrettanto gravi come quello segnalato in apertura di questo articolo; e si deve tener presente che gli articoli ritrattati costituiscono solo un piccolo sottoinsieme di quelli che dovrebbero esserlo, vista la proverbiale difficoltà nell’arrivare a questo tipo di correzione della letteratura scientifica.

  

La verità è che una porzione che costituisce probabilmente la maggioranza di ciò che ogni giorno è pubblicato costituisce sostanzialmente materiale futile, rumore che complica l’analisi scientifica complessiva e la formulazione di teorie robuste sulla base dei dati disponibili complessivamente; e un’altra parte di letteratura pubblicata, non così estesa ma molto più perniciosa, è concepita, supportata e quindi poi inviata sulla base di un’agenda preconcetta che non si fa scrupolo di produrre cattiva scienza e frodi belle e buone, impossibili da individuare se non con gran fatica, e ancora più difficilmente correggibile. Considerato, poi, che se anche la correzione interviene il danno della condivisione immediata di risultati fasulli è irreparabile (basta ricordare sempre Lancet e il caso Wakefield, sulla correlazione fra autismo e vaccini), è ora davvero di chiedere che il filtro agisca a monte, e sia migliore e più efficiente di quello attuale. I governi hanno il controllo dei soldi pubblici, che alimentano il business delle multinazionali dell’editoria scientifica: è ora che intervengano, dato che l’informazione di cui finanziano la pubblicazione è quella stessa che servirà da supporto per affrontare l’attuale pandemia, ma anche ulteriori improcrastinabili crisi, come quella climatica e come altre di cui non conosciamo oggi nemmeno l’esistenza.
Basta soldi pubblici per prodotti avariati: è ora che le pubblicazioni scientifiche recuperino affidabilità, e non siano solo carta per la progressione di carriera degli accademici.