Dieci giorni per evitare l’Italia zona rossa

"Proteggiamoci con quello che abbiamo, non con quello che un giorno potremmo avere. Aspettiamo dieci giorni per capire se le misure adottate avranno un effetto. E ricordiamoci che facendo squadra e rinunciando al superfluo alla fine questo virus saremo in grado di dominarlo”
10 NOV 20
Ultimo aggiornamento: 05:18
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“Direi ancora dieci giorni”. Per fare cosa? “Per capire se questa situazione è sostenibile oppure no”. E dopo di che? “Dopo di che non so se sarà ancora possibile avere regioni con un colore diverso dal rosso”. Flavia Petrini è un personaggio cruciale di questa pandemia e da presidente della Società italiana di anestesia, rianimazione e terapia intensiva è il medico che ogni giorno tutti cercano per provare a fotografare lo stato di salute del nostro paese. Petrini, che è componente anche del Cts, è conosciuta da molti osservatori per il suo essere ottimista. Ma arrivati a questo punto della pandemia Petrini confessa di essere estremamente preoccupata. Non solo per questioni legate ai numeri, ai numeri delle terapie intensive, che da giorni hanno superato la soglia del 30 per cento dei posti occupati a livello nazionale, con picchi del 35 in Emilia-Romagna, del 39 in Liguria, del 52 in Lombardia, del 41 nelle Marche, del 53 in Piemonte, del 61 a Bolzano, del 32 in Sardegna, del 44 per cento in Toscana, del 60 in Umbria, del 47 in Valle d’Aosta. Ma anche per questioni legate a un senso di confusione generale che, secondo Petrini, riguarda almeno quattro ambiti diversi: lo sfilacciamento del rapporto tra regioni e stato, la comunicazione deficitaria dei dati sulla pandemia, i messaggi fuorvianti offerti da alcuni esperti, la scarsa consapevolezza della gravità della situazione da parte dei cittadini.
“Non voglio occuparmi di politica, ma credo che in questo momento sia necessario a ogni livello non nascondersi la verità: il virus oggi uccide anche perché non facciamo squadra. Trovo inconcepibile che durante un’emergenza sanitaria ci possa essere lo spazio per le polemiche. E trovo assurdo che vi possano essere atteggiamenti di qualsiasi genere finalizzati ad alimentare la perdita di coscienza civica. Lo dico sapendo che quello che sto per dire non è popolare ma il punto oggi non è discutere se sia necessario o meno un lockdown nazionale. Il punto è capire che allo stato in cui ci troviamo oggi per provare a rallentare l’epidemia non abbiamo altra soluzione che mettere argini. E purtroppo ho l’impressione che nonostante i numeri la situazione non sia chiara per i cittadini”. In che senso? “Io capisco che in molti siano ogni giorno alla ricerca di una qualche buona notizia che possa offrire una speranza sul futuro. E io capisco che, oltre a cercare notizie sul vaccino, in molti siano ogni giorno alla ricerca di un qualche virologo che possa dimostrare che i problemi che abbiamo oggi sono superabili con un po’ di buon senso e senza alimentare il panico. Nessuno qui vuole alimentare il panico ma ai cittadini occorre dire la verità: senza una piena assunzione di responsabilità di tutti, anche da parte dei cittadini, così non si può andare avanti”. E dunque, che fare? “Nella prima fase, ho pensato che fare subito un lockdown nazionale fosse l’unica scelta da prendere. Ora che conosco meglio i meccanismi, penso che l’approccio sartoriale, fino a che gli indicatori lo consentiranno, sia corretto. Ma ciò che non è corretto invece è il tipo di messaggio che purtroppo non sta arrivando a molti cittadini: bisogna eliminare il superfluo e non bisogna aspettare che arrivino divieti più stringenti per cambiare in modo drastico il proprio modello di vita. Certo. Avere più personale medico aiuterebbe. Ma la verità è che in Italia non c’è, in assoluto, un problema legato ai posti in terapia intensiva, oggi gli attivabili sono circa 10 mila, ma c’è un problema legato alle risorse umane che non si riescono a trovare per rendere utilizzabili tutti quei posti potenziali: il personale non lo formi in qualche mese, ci vogliono anni”. E dunque, insistiamo, che fare?
“Innanzitutto, dimentichiamoci per un attimo del vaccino (la Pfizer ieri ha detto che il vaccino testato è efficace al 90 per cento e che entro l’anno potrebbero essere pronte 50 milioni di dosi) e non pensiamo che ci possa essere nel giro di poco tempo una soluzione capace di cancellare i problemi che abbiamo oggi come se fosse una bacchetta magica. Pensiamo a come non illudere le persone, pensiamo a come vivere in questa fase di mezzo, pensiamo a fare quello che possiamo fare per proteggere noi stessi. Per esempio i vaccini contro l’influenza. Per esempio i vaccini contro la polmonite. Per esempio, certo, Immuni non è perfetta, ma tutti coloro che non scaricano Immuni capiscono o no che il problema principale di Immuni è che ci si ostina a non scaricarla? Lo stato può fare ancora molto, certo, ma la verità è che nella fase in cui ci troviamo oggi bisognerebbe occuparsi di non alimentare gli scontri, bisognerebbe chiedere ad alcuni colleghi di non alimentare contrapposizioni eccessive e bisognerebbe avere il coraggio di dire che in questo momento la palla è in mano ai cittadini e che mai come oggi ribellarsi contro chi sta provando a risolvere i problemi significa solo creare le condizioni per aggravare i guai della pandemia. Proteggiamoci con quello che abbiamo, non con quello che un giorno potremmo avere. Aspettiamo dieci giorni per capire se le misure adottate avranno un effetto. E ricordiamoci che facendo squadra e rinunciando al superfluo alla fine questo virus saremo in grado di dominarlo”.