Nell'Ucraina degli sradicati. I droni, le borse vuote e l'evacuazione, una scelta fra passato e futuro

La fuga dall'esercito di Mosca inizia con una richiesta: venite a prendermi. A rispondere sono i volontari per le evacuazioni, arrivano ai confini dell'occupazione per salvare chi è rimasto fino all'ultimo colpo di drone

Micol Flammini

Voloske (oblast di Dnipropetrovsk), dalla nostra inviata. Il mezzo di trasporto su cui viaggiano Andri e Vitali è un furgoncino comune, non blindato. Sotto i colpi di un drone russo rimarrebbe trafitto. Tutti i giorni persone come Andri e Vitali fanno avanti e indietro, si avvicinano alla linea del fronte, portano via gli intrappolati, coloro che hanno atteso, hanno sentito l’occupazione avvicinarsi e alla fine hanno fatto la telefonata per chiedere: venite a prendermi. Vitali, Andri e altri volontari della missione umanitaria Proliska partono, si coordinano con la polizia e con i militari, ricevono le istruzioni sulle condizioni per entrare in alcune aree particolarmente pericolose. Quando arrivano, raccolgono vite, pezzi di storia, sentono il peso di tutto ciò che rimane indietro. Ci sono persone che hanno chiamato dopo aver trascorso mesi in cantina e quel “venite a prendermi” è una preghiera, non un ordine. Loro arrivano, con i giubbotti antiproiettile e i caschi, con la scritta “evacuazione” ben visibile sulle loro macchine, sapendo che la letalità dei droni che volano non lontano dipende unicamente da chi li manovra: “Non sai mai che tipo di russo c’è dall’altra parte. Se è un operatore umanamente normale capisce che stiamo portando via civili e non spara, un altro invece spara anche se abbiamo con noi vecchi, bambini e donne incinte”. L’evacuazione dura pochi minuti, le persone attendono l’arrivo dei volontari e hanno tutto già pronto, “a volte montano in macchina e chiedono di tornare indietro per una borsa, ma non le lasciamo scendere. Spieghiamo: ‘La tua borsa ha un costo, costa la vita a cinque, sei persone, non le vale’”. Chiudono le portiere e filano via, sui sedili dei loro furgoncini i pianti sono più frequenti delle risa. Nessuno si porta dietro un senso di liberazione, quasi tutti si sentono appesantiti dall’incertezza. Non sanno dove andare, arrivano ai centri di transito, come quello di Voloske, aspettano qualche giorno, e vanno avanti: transitano, verso il nulla.


Quando entriamo nel centro di Voloske ci sono persone appena arrivate, altre in procinto di partire, alcune ferme da qualche giorno. Volodymyr è un omone, un volontario che sembra conoscere la storia di chiunque entra nel centro: in media sessanta persone al giorno. Volodymyr parla con calma agli altri volontari, a un anziano che chiede una birra dice con cortesia che non ci sono alcolici nel centro. Tutti i volontari hanno cambiato la loro vita per salvare altri ucraini, portarli via, lontano dal fronte e non sempre vengono ringraziati. “A volte riceviamo segnalazioni, ci chiedono: andate a prendere mia mamma. Arriviamo e la mamma non vuole venire. Non possiamo obbligare nessuno. Spieghiamo quanto è pericoloso restare, ma loro parlano della loro mucca che non possono non nutrire, delle galline che è un peccato lasciare indietro, dei campi, della casa. Non ci rimane altre che dire loro: tutto questo se sopravvivi lo puoi riavere, una mucca, le galline, un campo. Se rimani qui, muori e non puoi avere più nulla”. La scelta è tra il passato e il futuro. Con il passato si ha sempre confidenza, con il futuro mai, “sono soprattutto i più vecchi a non voler lasciare le loro case”. Una signora nella stanza degli anziani racconta di essere arrivata da tre giorni dal villaggio del distretto di Pokrovsk, nel Donetsk, Zelena Dolyna, tradotto: Valle Verde. Per lei, la vita è stata quel villaggio, non se ne era mai andata, tanto che ha bisogno dei documenti per proseguire il viaggio. E’ arrivata con la famiglia, ha settantotto anni e ne dimostra venti di più. Per parlare si toglie lo scialle dalla testa e inizia a raccontare: “Mi chiamo Olena Pantileevna, Pantileevna è molto raro”, le piace sottolineare quanto sia raro. “Nessuno di noi voleva andare via, sotto i bombardamenti ci rifugiavamo tutti dentro una macchina, abbiamo una Opel, una macchina forte”, dice con orgoglio. Tutti i membri della sua famiglia, cinque in tutto, stretti dentro, mentre attorno avanzava soltanto la distruzione. La macchina diventava un universo dell’illusione, proteggeva più della casa e ora è rimasta indietro, assieme al marito di Olena, che ha scelto di badare agli animali: “Dobbiamo trovare il modo di venderli”, dice. Con la famiglia si è decisa ad accettare l’evacuazione quando i bombardamenti si sono fatti quotidiani e loro erano rimasti senza gas. Olena è partita con un sacchetto, il suo futuro è tutto lì dentro.


“Ci sono zone in cui non possiamo entrare”, ammette Vitali. Quando un territorio è sotto occupazione, i volontari ovviamente non entrano. Alcune persone prendono la decisione di andarsene quando ormai è troppo tardi. Sono queste le chiamate più complesse, quando alla richiesta “venite a prendermi”, devono rispondere: “Non possiamo”. Qualcuno invece dopo l’evacuazione vuole tornare indietro, al passato. E al passato si torna da soli.
Per chi ha figli scegliere è più facile, la soluzione è una sola: partire. Tanja ha riempito un borsone in cui ci sono più pannolini che vestiti. E’ contenta di raccontare la sua storia, si muove molto velocemente, sembra che il suo corpo abbia trattenuto la velocità richiesta al momento dell’evacuazione. Si sposta, si organizza, chiama i bambini. “Non potevamo più rimanere a Nikopol, diventerà come Bakhmut”. Nikopol si trova nell’oblast di Dnipropetrovsk, Tanja non ha mai lasciato la città, ma la sua famiglia è rimasta senza luce né riscaldamento, sotto i bombardamenti che si fanno più intensi. Ha avuto paura della distruzione totale, così come l’ha vista dalle immagini di città come Bakhmut, nella regione di Donetsk, presa dai russi dopo un assedio di sette mesi. Bakhmut è diventata il simbolo della devastazione, più di Mariupol, più di Avdiivka, la visione di cumuli di macerie, neve, nulla, di una città verticale ridotta al suolo terrorizza Tanja: “A Nikopol un uomo è stato colpito mentre andava sul monopattino, era al mercato. E’ stata centrato da un drone”. I droni russi si sono fatti più vicini nella regione di Dnipropetrovsk e in più di un caso hanno dato la caccia ai civili, come accade a Kherson, la città liberata nel novembre del 2022, in cui chi è rimasto vive relegato in casa, ha paura di uscire per timore dei droni. Tanja non vuole vivere così, ha preso i bambini, suo marito è rimasto.


Sono poche le persone che vengono evacuate e sanno dove andare, la maggior parte rimane in un limbo, sognando casa, sognando di tornare. Spesso, se possono scegliere, gli evacuati preferiscono non allontanarsi troppo, vogliono sentire il cordone del ricordo, vogliono pensare di avere la scelta di fare ritorno. Ma la possibilità di scelta per adesso non c’è, esiste soltanto la possibilità di salvezza e Vitali lo sa più di chiunque altro. Lui, Andri, Volodymyr e tutti i volontari di Proliska sono lo spartiacque di una vita altrui: per chi è pronto a guardarsi avanti sono Virgilio, per coloro che non fanno che voltarsi indietro sono Caronte. La signora Olena, Tanja con i suoi bambini, chiunque è salito sulle loro macchine, è entrato nell’Ucraina dei rifugiati, degli sradicati. Vitali, che oggi guida verso la salvezza, è di Luhansk, faceva parte della polizia e quando i separatisti iniziarono a stabilire la dittatura di Mosca nella città capoluogo dell’oblast omonima, è stato fra i primi a doversene andare. Un uomo arrivò alla stazione di polizia e disse che ora tutti avrebbero dovuto prendere ordini da lui. Non era nessuno per darne. Chi non obbediva, e Vitali non aveva intenzione di obbedire, doveva scegliere la fuga, nottetempo. Vitali se ne andò. Ma non fuggì a Leopoli, o a Kyiv, o a Kharkiv o a Dnipro. Andò a Severodonetsk, sempre nella regione di Luhansk, conservando anche lui quel desiderio nascosto, quell’ambizione struggente di tornare un giorno a casa. Severodonetsk è stata occupata dai russi nel giugno del 2022, e Vitali oggi è uno dei motori dell’evacuazione nella regione di Dnipropetrovsk. Ogni tanto si informa su cosa accade dentro alla sua Luhansk occupata, ha qualcuno che può raccontarglielo, non dice chi. Sa che è iniziata la ricostruzione, la città sembra un luna park post sovietico, più simile a Tiraspol che a Mosca. E ormai da lì non si può più evacuare.

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  • Micol Flammini
  • Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Nel Foglio cura la rubrica EuPorn, un romanzo a puntate sull'Unione europea, scritto su carta e "a voce". E' autrice del podcast "Diventare Zelensky". In libreria con "La cortina di vetro" (Mondadori)