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Roma Capoccia
L'incubo dimenticato di Jack Lametta, lo sfregiatore romano
Colpì almeno otto persone nel 1983, poi sparì per dodici anni. Tornò nel 1995, e non è mai stato identificato
L’invisibile linea psicogeografica che connette il quartiere Appio Claudio di Roma a Whitechapel, Londra, ha le fattezze lucenti di una lama. E se nella Londra di epoca vittoriana il coltello fece scempio di donne, consolidando così l’incubo di Jack lo Squartatore, Roma ebbe nei primi anni Ottanta un suo mini emulo che per fortuna non arrivò a seminare morte, ma panico, quello sì. E molto. Venne soprannominato Jack Lametta, vezzo tipicamente romano di trasformare quasi alchemicamente una leggenda nera in feuilleton da avanspettacolo. Oggi pochi lo ricordano, e tra i fatti di sangue capitolini occupa un posto decisamente minore. Eppure in quegli anni il misterioso sfregiatore seriale si trasformò in una presenza spettrale capace di terrorizzare interi quartieri. Prima vittima il primo giugno del 1983, nel quartiere Appio Claudio. Una anziana si sta recando a fare la spesa, non sono nemmeno le dieci del mattino. Un ragazzo le sfila di fianco e le sfiora il volto con una mano. Dopo poco la signora, poggiandosi una mano sulla guancia, scopre che è stata sfregiata. La mano è rossa di sangue. Sembrerebbe l’incipit di un film di Dario Argento o di uno di Mario Bava o, volendo cambiare genere ma non toni di plumbea violenza metropolitana, uno di quei poliziotteschi che nell’epitome di una Roma violenta traevano linfa narrativa.
Nella stessa giornata, l’aggressore colpisce di nuovo. Questa volta a farne le spese è un uomo, nel quartiere di Don Bosco. E sarà proprio lui a riferire di essere stato sfregiato con una lametta da barba, di quelle usate dai barbieri. La notizia fa il giro dei giornali, e dei quartieri: non siamo ancora nell’epoca della replicabilità virale e pornografica dei fattacci di cronaca ma la voce delle strade, delle piazze, dei crocicchi di passanti è comunque efficace. Quella lametta diventa il simbolo dell’anonimo criminale. Nasce così “Jack Lametta”.
Nei quattro giorni seguenti le prime due aggressioni il Jack romano colpisce altre tre volte; due donne e un uomo, tutti anziani. Le notizie che trapelano sono scarne. L’identikit emerso dalle testimonianze delle vittime, tutte comprensibilmente sotto shock, rimanda il quadro di un ragazzo dal volto pulito, giovane, piuttosto alto, capelli castani e con indosso una camicia azzurra a righe. Gli elementi sono pochissimi e di moventi, al di là di speculazioni puramente astratte e teoriche, non ne circolano. Altro elemento, in un’epoca in cui il feticismo per i serial killer e la criminologia elevata a show non si erano ancora diffusi, che finisce per corroborare la leggenda nera di questa misteriosa figura che colpisce a caso e in maniera improvvisa. Nemmeno l’idea che attacchi solo persone anziane sembra indicare una strada precisa. Infatti, giusto il tempo di accennare una simile teoria ed ecco che Jack la smentisce subito, tagliuzzando il volto di una ragazza. La nuova vittima fornisce qualche elemento ulteriore. Il maniaco avrebbe i baffi e, soprattutto, le avrebbe rivolto delle minacciose parole. “Tanto la pagheranno tutte”. Poco dopo, Jack Lametta si fa vivo a Torpignattara dove aggredisce una ragazza di ventidue anni.
Il giorno seguente, ancora sangue. Una donna di trentatré anni che si sta recando al mercato rionale. In un clima del genere e mentre l’Italia è percorsa ancora da violenza politica e da una cronaca nera incandescente, la figura di Jack Lametta si trasforma in un incubo tutto rionale, localizzato nei quadranti Sud e Sud Est della città. Iniziano la trafila dei mitomani e quella delle false piste. Un anonimo telefona all’Ansa e rivendica le azioni violente con una motivazione quasi Incel, visto che a suo dire le donne sceglierebbero sempre e solo uomini belli. Cosa che si scontra però con tutte le prime aggressioni, ove figurano anche uomini. Jack poi si eclissa, non se ne sa più nulla fino al 1995, quando miete altre tre vittime. Non è mai stato identificato.