Roma Capoccia
Il bottone mancante, Valentino al museo Barberini
Giovedì 12 marzo al museo Barberini, dov'è in corso un'imperdibile mostra su Bernini, sfila la maison romana. Per il direttore artistico Alessandro Michele non è la prima volta, il ministero del Tursimo dovrebbe premiarlo
Immaginiamo già la faccia contrita degli influencer asiatici che atterrano a Roma ospiti della sfilata di Valentino di stasera, al museo Barberini dove è in corso un’imperdibile mostra su Lorenzo Bernini, aprono freneticamente il pacchettino dell’invito (l’unboxing in diretta con la piccola coreografia delle unghie ticchettanti sulla scatola è uno dei passaggi fondamentali della narrativa social alla quale migliaia di follower attendono di assistere per poter sospirare di invidia) e in luogo di una borsetta o di una spilla trovano un bottone smaltato effetto marmo apuano e l’iscrizione latina a caratteri dorati “quod est perenne gaudium, requirere”. L’invito alla ricerca dell’eterna felicità, o della felicità eterna che non è proprio la stessa cosa ma il latino è una meraviglia proprio per lo spazio lasciato all’interpretazione e dunque alla discussione, potrebbe essere uscito dalla costituzione pastorale di Paolo VI, la “Gaudium et spes” del 1965, ma in realtà assomiglia molto all’estetica naturale di chi l’ha concepito e che è l’attuale direttore creativo della maison romana, Alessandro Michele, affiancato dal compagno, Giovanni Attili, professore associato di urbanistica alla Sapienza e regista, al quale si devono in buona parte le infinite annotazioni, le mille invenzioni lessicali e tutte le cartelle stampa scritte a macchina di questi undici anni di invenzioni drammaturgiche declinate nel format sempre un po’ ripetitivo delle sfilate. Dunque, qualunque cosa si possa pensare di Michele e della sua moda e nonostante in queste settimane tutti parlino della nuova Chanel-mania perché le collezioni di Matthieu Blazy sono oggettivamente imperdibili nell’estetica e inimitabili per interpretazione dei codici storici, non si può negare che questo romano diplomato in scenografia e conservatore filologo di paesi in pericolo (nella fattispecie, Civita Castellana) abbia avuto il merito di far conoscere a centinaia di milioni di persone musei e luoghi di cui non sospettavano l’esistenza meglio di una qualunque Venere di carta “open to meraviglia”, il ministero del turismo dovrebbe pensarci perché non ci sono dubbi che la moda arrivi, anche per gusto e stile, dove un’agenzia mass market non potrà mai. Breve elenco del Michele-tour dal 2015 della sua nomina a direttore creativo di Gucci a oggi, dopo due anni in Valentino ed escludendo la sfilata detta “dei bagni pubblici” all’Institut du Monde Arabe di Parigi, vituperio delle genti: chiostro dell’abbazia di Westminster, Les Alyscamps di Arles (in provenzale, Champs Elysées), i musei Capitolini di Roma, la Galleria di Palazzo Pitti (con passaggio lungo il Corridoio Vasariano e sosta agli Uffizi, influencer tutte a fotografarsi accanto alla Venere del Botticelli qualche anno prima di Chiara Ferragni), Castel del Monte (ospiti distribuiti fino a Matera causa ricettività limitata della zona, per ciascuno il dono nominale di una stella, americani debitamente “amazed” ancorché ignari dell’esistenza di un tizio chiamato Federico II anche dopo la sfilata) più qualche puntata a Hollywood e un interessante film romano durante la pandemia. Per la collezione che si presenta stasera, e che verrà trasmessa anche sui megaschermi di Urban Vision nel centro di Roma, di Milano e di Napoli, l’approccio è più sottile del solito e richiede un ragionamento che presuppone i famosi studi classici in via di abolizione e una certa conoscenza della sensibilità del Barocco, del valore che attribuisce all’eccentrico, al non finito, alla vulnerabilità, perché il bottone dell’invito rappresenta, idealmente, quello mancante, cioè non allacciato, della mozzetta del cardinale Pietro Valier, straordinaria scultura attribuita a Bernini, conservato al Seminario Patriarcale a Venezia e ora in mostra. Un uomo potente, ritratto in un monito di pietra nella sua umana imperfezione. Una delle tante piccole “interferenze” – questo il titolo della sfilata- della vita reale nell’estetica del successo. Tanti butteranno via il bottone senza pensarci.