Roma Capoccia

"A Roma con Pier Paolo Pasolini". Il saggio di Daniel Raffini

Andrea Venanzoni

Nello scrittore friuliano “i luoghi raccontati sono spesso gli stessi di quelli vissuti”. E la capitale di PPP è una profezia

"Descrivere la Roma di Pasolini vuol dire compiere un viaggio nello spazio, ma anche nel tempo, cioè nelle stratificazioni che compongono la città", così si apre il volume di Daniel Raffini "A Roma con Pier Paolo Pasolini", pubblicato da Giulio Perrone Editore. Ulteriore tassello della collana ‘Passaggi di dogana’, nella quale un autore ripercorre la topografia, la storia, la cultura di una determinata città prendendo come metro di paragone e quale Virgilio uno scrittore, un gruppo musicale, un filosofo, o anche dei personaggi di finzione: dalla Manchester vista attraverso gli occhi degli Smiths di cui scrive Giuseppina Borghese fino alla Detroit di Eminem, narrata da Gabriele Ludovici. E se Roma era già apparsa, "A Roma. Da Pasolini a Rosselli", per la penna di Giorgio Ghiotti, questa volta Pasolini rimane orizzonte unico, cantore ed esploratore, corpo ferito e sensibilità gnostica, come illustra Filippo La Porta nel suo saggio introduttivo. Percorrere la città di Pasolini, in cui il poeta vive, opera, si perde, si sdilinquisce tra quartieri alti e fetide borgate, tra campetti sassosi da calcio e mondo delle lettere, è cogliere la trasformazione radicale del tessuto di un luogo da fondo agrario a urbe, e società, più o meno contemporanea. ‘I luoghi raccontati’, rileva Raffini ‘ sono spesso gli stessi di quelli vissuti’. C’è un genoma, una mappatura evidente, una coincidenza tra la sublimazione letteraria, o cinematografica, e la metastasi urbanistica e antropologica che si ricombina nei sussulti della città della fede, delle baracche, dei cinema e del cinema, come industria di sogni e di incubi, per dirla alla Kenneth Anger: Roma, nella penna, nella visione, nella mente, nella sofferenza di Pasolini, è il luogo mistico e ordalico della resa dei conti con sé stesso. La Roma di Pasolini è molto raramente e forse solo incidentalmente una Roma ‘bella’, è piuttosto un gomitolo di tufo e di speranze, di palazzoni periferici e di orti, di esistenze campestri e di volti di fame. Fellini, ricorda l’autore, non per caso si rifiutò di produrre ‘Accattone’, dopo averne visto le prime scene. La Roma di Pasolini è una città che in origine si situa fuori dal tempo e dallo spazio, lontano dalla storia, è una ‘Roma che non era Roma’, e che poi, col passare del tempo, con il geologico stratificarsi della miseria e dell’incedere furtivo di una profezia autoavverante diventerà vera, reale, dolente. Un purgatorio dalle linee di fuga che ancora oggi celano e, al tempo stesso, schiudono direttrici negative, di fango e polvere, di abbrutimento. Un ‘guardare Roma dalle borgate’ che si instillerà come una goccia purpurea nella coscienza dello scrittore, sin dal suo trasferimento romano, nel 1950, al seguito della madre. Una cascata sensoriale che ottunde la mente, la eccita, la rende ebbra della febbre di questa novità fatta di marmo, cieli stellati e Tevere che tutto congiunge, come fosse vena principale di un sistema urbanistico e biologico. In ‘Ragazzi di vita’, scrive Raffini, si scorge quella voluttà sovrabbondante, bulimica, di nominare; nomi, toponimi, vie, quartieri, spesso anche in maniera eccessiva, scostata rispetto la necessità letteraria e che pure acquista senso proprio in questa congiunzione tra Pasolini, l’uomo, Pasolini, lo scrittore, e una città, Roma, teatro dell’azione letteraria e città della vita. Riccetto diventerà così personaggio-pretesto, secondo la fortunata espressione usata da Vincenzo Cerami, per immergersi nel lavacro fangoso del sottoproletariato capitolino. In questa prospettiva, quasi barthesiana, il centro rimane chiamato quasi fuori, come senso del limite: ombroso, nascosto, eppure fisicamente presente, vivo, segnaletico. A rimandare, forse, le contraddizioni umane, troppo umane dello stesso Pasolini.

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