Roma Capoccia

Ora il termovalorizzatore è anche nel piano rifiuti della Regione

Gianluca De Rosa

La delibera regionale recepisce il piano del “commissario” Gualtieri: nessun veto sull’impianto di Santa Palomba

La regione Lazio ha deciso di non opporsi al piano rifiuti di Roma Capitale e di incorporarlo integralmente nel nuovo piano regionale 2026-2031. Con questa scelta, la giunta di centrodestra guidata da Francesco Rocca recepisce anche la previsione del termovalorizzatore da 600 mila tonnellate annue voluto dal sindaco di Roma Roberto Gualtieri, ponendo fine, già prima di un loro eventuale inizio, a possibili tensioni tra comune e regione. La conferma del piano della capitale – approvato nel 2022 dal sindaco nominato commissario straordinario per il Giubileo 2025 con poteri estesi anche alla materia rifiuti – è arriva ieri. Il nuovo piano regionaleè stato visionato da Agenzia Nova che ne ha anticipato i principali punti. Uno su tutti: il superamento del deficit impiantistico regionale grazie alla realizzazione del termovalorizzatore, l’impianto che anche a destra conta diversi nemici. Il piano dovrà essere ora adottato con delibera di giunta, per poi essere approvato in via definitiva da parte del Consiglio regionale.

Ma il recepimento dell’impianto di Santa Palomba nel nuovo piano regionale è una buona notizia. La capitale produce oltre oltre un milioni di tonnellate di rifiuti indifferenziati annui a fronte di una capacità di trattamento molto inferiore: circa 417 mila tonnellate, con un deficit impiantistico di oltre 630 mila tonnellate. In questo contesto, la deroga concessa a Gualtieri si è rivelata decisiva: normalmente la pianificazione è una competenza regionale, ma con i poteri straordinari affidati dal governo Draghi al sindaco è stato possibile approvare il piano comunale anticipando e determinando la strategia laziale, che infatti non ha potuto che seguire.

Il piano regionale prevede due impianti di recupero energetico: quello di Roma, in grado di trattare 600 mila tonnellate annue, e quello (già esistente) di San Vittore, nel Frusinate, da 400 mila tonnellate. Insieme questi impianti dovrebbero consentire di chiudere il ciclo dei rifiuti nel Lazio, azzerare i flussi esportati fuori regione o all’estero. Un altro elemento cardine del nuovo piano è la riduzione degli Ambiti territoriali ottimali (Ato) da cinque a due. Anche questo è fortemente collegato al piano capitolino. L’Ato 1 infatti comprende l’intero Lazio ad eccezione di Roma Capitale, mentre l’Ato 2 coincide con l’area metropolitana romana. Una ridifinizione motivata dai dati sull’autosufficienza impiantistica: la situazione attuale vede una forte disparità tra territori, con province dotate di impianti Tmb in eccesso rispetto alla domanda e altri , come Roma e Rieti, in grave deficit. La nuova strutturazione semplifica la gestione, permette di concentrare risorse e investimenti sugli impianti di trattamento necessari e riflette la realtà produttiva dei rifiuti: oltre metà dei rifiuti regionali proviene infatti dalla sola Capitale. Un dato che il precedente piano rifiuti, quello della giunta di centrosinistra di Nicola Zingaretti aveva non considerato con la giusta attenzione, per essere gentili con i giudizi.

Il nuovo piano regionale inoltre si pone anche obiettivi ambiziosi sulla raccolta differenziata: si punta al 72,3 per cento entro il 2031. Nel 2023 la media regionale si era attestata al 55,4 per cento.

La scelta di recepire il piano di Roma è anche politica. C’era infatti la possibilità che la Regione, guidata dal centrodestra, potesse opporsi alla decisione del sindaco Pd, a aprendo un fronte istituzionale su competenze e scelte impiantistiche. E’ noto che un pezzo di FdI non gradisca l’impianto così come pensato da Gualtieri. La deroga concessa dal governo però, inserendo la competenza sui rifiuti nel mandato commissariale per il Giubileo, ha consentito al sindaco di definire in anticipo una programmazione che la Regione non ha potuto che confermare senza modifiche sostanziali.

Questo passaggio chiude una lunga fase di incertezze. Per oltre dieci anni, dopo la chiusura della discarica di Malagrotta (2013) sotto la guida di Zingaretti, in un continuo rimpallo di responsabilità con Roma Capitale, il Lazio ha sofferto l’assenza di soluzioni strutturali efficaci per la gestione degli impianti e del ciclo dei rifiuti, con piani spesso rimasti sulla carta e poche risposte concrete.

 

 

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