"Goethe nella campagna romana" di Johann H. W. Tischbein (Ansa)

Roma Capoccia

Il sesso, l'arte e l'addio: il lato segreto del viaggio romano di Goethe

Andrea Venanzoni

Il critico letterario Attilio Brilli racconta come lo scrittore tedesco fosse solito accompagnarsi a popolane e a modelle degli studi d'arte. A Roma ha intessuto così tante relazioni da finirne avviluppato, come nel centro di una ragnatela

Partire sarà pure un po’ morire, come recita la saggezza popolare, ma dopotutto la morte stessa non è altro che una declinazione dell’erotismo. Bataille, tra le pagine de “L’erotismo”, lo ha scritto in maniera cristallina e i francesi, quelli dell’orgasmo definito “piccola morte”, nella loro ellissi di filosofia libertina che va da Sade a Klossowski, la sapevano lunga. Ma non si parlerà qui di francesi ma del più famoso tra i tedeschi delle lettere; Goethe. E, nel particolare, di una porzione tra le più peculiari del celebre viaggio a Roma dell’autore del “Faust”. Ne scrive con dovizia di particolari Attilio Brilli, uno dei massimi conoscitori della letteratura di viaggio, che a questo episodio dedica un capitolo del suo bel volume “Storie segrete del viaggio in Italia”, edito da Il Mulino. Il libro denuda, appunto, i lati più scabrosi, libertini e lunari dei letterati che sciamavano in Italia, in ogni città, ad ogni latitudine, per abbeverarsi di storia, arte, cultura, mito e godimento sessuale. Non turismo sessuale, diremmo, ma parte essenziale del tutto, considerando che con sublime e suprema malinconia, riflettendo anni e anni dopo il suo soggiorno capitolino, Goethe annoterà “posso dire che solamente a Roma ho sentito cosa voglia dire essere un uomo”.

 

La frase, potente e suggestiva, se letta alla luce dei suoi resoconti di viaggio, gli stessi che ebbero modo di leggere Charlotte von Stein e i componenti della corte del Ducato di Weimar, appare come vigorosa sublimazione di una scoperta quasi mistica, di una elevazione e di una realizzazione individuale. Ma nell’ombra, tra le pieghe del non detto e del comunque storicamente acclarato, quel riferimento a cosa voglia davvero dire esser uomo assume anche altre connotazioni. Goethe era solito accompagnarsi a popolane e a modelle degli studi d’arte, che a quanto riportano le cronache locali, scandagliate con cura speleologica da Brilli, il letterato germanico manteneva con generosità e prodigalità. Goethe era giunto nella Capitale sotto falso nome, al fine di vivere e vedere la vera città e non esser così risucchiato dall’abisso dei salottini nobiliari e dai cenacoli intellettuali. Questa condizione di privilegio, unione di disponibilità economica, bellissima abitazione con vista a grandangolo sulle meraviglie del centro, vagare ramingo anche sotto l’ombra perlacea della luna, aveva fatto di Goethe non solo un raffinato osservatore delle bellezze e del carnale pulsare della città, di cui comunque annoterà anche i lati meno commendevoli, ma pure dei piaceri e del godimento che era possibile ricavare da conoscenze continue. L’unica apertura pubblica al rivelare parte dei suoi piaceri sessuali romani, la rinveniamo nel carteggio tra Goethe e il duca Carlo Augusto: il sesso, annota Goethe e il Duca vigorosamente concorda con lui, è un sano esercizio ginnico-spirituale, capace di rinfrancare la carne e la mente.

 

In una lettera datata 16 febbraio 1788, Goethe indossa le metaforiche e metafisiche vesti di Sade e, parlando di una donna di rara bellezza e di ancor più accentuata piacevolezza, espone l’impossibilità di rinunciare al fare “piacevoli passeggiate nel suo boschetto fiorito”. A Roma, Goethe intesserà talmente tante relazioni da finirne avviluppato, come nel centro di una ragnatela. Fili che si annodano e che sbrogliare si rende sempre più complesso. E la partenza si traduce in tristezza e in malinconia, innegabilmente acuite da un episodio in particolare: l’incandescente relazione con la milanese ma romana d’adozione Maddalena Riggi. La Riggi e Goethe legano in modo profondo, lui la introduce all’arte, alle letture, perfezionando la cultura della bella ragazza. Il tedesco inizia ad avvertire che quel legame è molto più profondo di quanto possa apparire. E poi, però, l’imprevisto crudele. Una sera, per caso, Goethe è a colloquio con alcune dame che ricamano un vestito nuziale. “E’ per la promessa sposa” dicono loro, e lui capisce che la promessa sposa è proprio la Riggi, che gli aveva nascosto il dolorosissimo particolare. Un precedente vincolo che spezza quell’amore. E sarà proprio quello smacco a far dire a Goethe “sarebbe singolare che ti toccasse, proprio qui a Roma, un destino come quello di Werther!”. E l’addio alla Riggi coinciderà con l’addio alla Città eterna. Fortunatamente però non alla vita e all’amore.

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