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roma capoccia

Roma vista da chi se n'è andato (e ha imparato a guardarla)

Andrea Venanzoni

Nel volume-guida "Roma", Eleonora Marangoni intreccia la dimensione della classica guida con lo sguardo narrativo della scrittrice. La particolarità sta in quel raccontare la città non "troppo da dentro", che a volte diventa un cinico disincanto, impermeabile alla bellezza

Roma. “Roma è un playboy con la camicia macchiata, una bella donna dalle lunghe dita e lo smalto sbeccato”, così Eleonora Marangoni descrive la Città eterna nel suo “Roma”, volume-guida che la Ediciclo Editore pubblica nella collana “Bon Voyage”. Progetto interessante perché embrica la dimensione della classica guida con lo sguardo narrativo della scrittrice. Più uno spirito affine a “Isole. Guida vagabonda di Roma” di Marco Lodoli che non a una Lonely Planet, per intenderci. A partire dalla deliziosa copertina che effigia la monumentale vista di cui il visitatore, più che il turista, gode dal Giardino degli aranci, tutte le pagine sono esplorazione intima della vita e delle memorie romane dell’autrice, a beneficio sì del lettore e dell’auspicato futuro esploratore della Capitale ma anche di sé. D’altronde l’autrice è nata e vissuta a Roma ma se ne è distaccata, prima per studio, in Francia, e poi per lavoro, a Milano. Expat capitolina che è tornata a navigare nel ventre di tenebra e di monumenti di Roma, con occhio tanto partecipe quanto, ormai, esterno, riuscendo così a sfuggire a quella assuefazione oppiacea che invece maledice noi indigeni da troppo tempo residenti. Il volume stesso è apparso prima in Francia, in lingua francese, a consolidare questa impressione di un libro che ambisce a narrare sì da dentro ma non troppo da dentro. Quel “troppo da dentro” che diventa, a volte, cinico disincanto e cecità, impermeabilità alla bellezza.

 

 

Noi che se ci inerpichiamo sulla pendice verdeggiante del “Tibet capitolino”, l’Aventino che tutto scruta e da cui Cristina Campo tesseva la sua azzurrina tela lirica scrutando il profilo mistico di Sant’Anselmo, non vediamo nemmeno più quel verdeggiare poetico e claustrale, non percepiamo il tintinnare argenteo che già aveva commosso Simone Weil: inorridiamo solo perché i monopattini son arrivati pure qui, assieme a sciamanti comitive di turisti in braghette. “L’Aventino” scrive Marangoni “è un quartiere sognante e pieno di miraggi, è l’unica area urbana in cui Roma riflette sulla sua spiritualità”. E osserva, poi, parlando proprio di Cristina Campo ‘è impossibile, leggendola, non pensare a questo colle, alla sua aria rarefatta’. Il contrasto con il digradante e sanguigno Testaccio, e persino con San Saba, quartiere gemello ma vocato alla realtà della città, col suo mercatino, i suoi negozi; nulla di tutto questo all’Aventino, solo quella vista incantata che piacque al pittore William Turner, silenzio sposato al vento di cui volle fare tela. Troviamo poi un lungo capitolo sul Palatino, area che sintetizza alla perfezione il tentativo romano di fondere alchemicamente empirismo materico e bellezza eterna: il capitolo si apre con una gustosa rassegna gergale della indolente filosofia romana del “ma che te metti a fa’”, trasvolata dalle chiacchiere piccine dei romani per finire a ornare, col suo gesto delle mani poste a carciofo, la copertina del supplemento al “Dizionario dei gesti” di Bruno Munari.

 

 

Autentico inno ontologico del romano, svogliato ma vocato alla bellezza eterna, destinato a muoversi lungo la dorsale della storia nella continua speranza di poter rimanere fermo. Il Palatino, dicevamo, zona nobile e patrizia, ha mantenuto quella grave aura lontana dalla burocraticità standardizzata della mostra delle atrocità chiamata “fila per entrare nel Colosseo”, uno di quegli spettacoli a cui noi romani disillusi, mentre caracolliamo pendolari a bordo dei bus, assistiamo domandandoci in foro interiore “ma chi je lo fa fa’’. Moto di spontanea pietà, ma anche di giudizio, per quei turisti rosolati dal sole che si abbronzano nella calura, o si ghiacciano nel gelo. C’è il Celio, poi, “colle di campane e campanili, di suore, di giardini segreti, di visioni e immagini sacre”. Ogni capitolo è interpolato non solo con la storia e la mitografia della zona, ma anche con le personali reminiscenze di vita dell’autrice e con i personaggi storici, artisti, letterati, filosofi, politici, che hanno popolato un determinato quartiere o un rione o un colle. Quirinale, Viminale, Esquilino, una discesa dall’altissimo, istituzionale e architettonico, al popolano, caotico vociare del quartiere che si dipana al fianco della stazione Termini. Il volume contiene poi una appendice con consigli di lettura, cinematografici, musicali legati a Roma, e mappe e infografiche.

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