L'interno di Santissima Trinità dei Pellegrini

Roma Capoccia

La terribile bellezza del sacro alla SS. Trinità dei Pellegrini

Andrea Venanzoni

Caratterizzata da un interno oscuro e punteggiato da candele, la cupa mitezza dei marmi e dei dipinti è la forma dell'attrazione sacra e della ascesa verso il tremendo

Non distante da Via Giulia e da Ponte Sisto, la Chiesa della Santissima Trinità dei Pellegrini se ne sta chiusa nel suo impenetrabile rigoglio di dipinti, colori crepuscolari e in un meriggio eterno dalla consistenza soffusa - nutrita da una essenziale penombra che sembra richiamare una dimensione atavica, e in parte ormai smarrita, del Cristianesimo, la Chiesa si staglia obliqua e severa all’occhio di chi sappia coglierne la forma.

 

Sin da quel rossino che ne inarca la facciata di ingresso, caligine di brace e di tempo trascorso, sorretta da paraste a capitello composito che svettano verso un cielo immoto nel suo azzurro, promette quella sacralità arcuata, puntuta, che ha qualcosa di scarsamente rassicurante e al tempo stesso di deliziosamente poetico. La bellezza degli interni si rende coltello, protezione dallo scorrere fulmineo dell’esistenza, nell’echeggiare quei versi, setosi e ombrosi, di San Giovanni della Croce, “al buio e più sicura / per la segreta scala, travestita, /oh, sorte fortunata”.

 

Dimensione di una liturgia di carne e sofferenza, di profonda, estatica bellezza che da quel teschio, memento mori su sfondo d’oro e di tenebra, si irradia come sinfonia di un sacro terribile, delizia di saetta e di potenza. Quel sacro perturbante e al tempo stesso mistico amore smarrito che atterrisce, atterrisce solo, lo smarrito viandante dello spirito, e che invece innamora e corrobora l’anima del fedele. Versi della sublime, campiana Missa romana intagliati, metaforicamente, in avorio e gemme, generati nell’officium dell’antico Rito Romano che qui si celebra in tutto il suo splendore. “Sulla pietra angolare/ ci spezza la morte / la eleva all’orizzonte delle lacrime / la posa / con materno terrore / su stimmate di labbra a medicare / la vita”.
Il credo che non è dei turisti in braghe corte, e che pure si affannano operosi tutto intorno per raggiungere i loro imperativi di movida a Campo dei Fiori e che trascolorano come immagini di una pellicola minacciata dalla ruggine.

 

Nell’interno, oscuro e sinuosamente punteggiato da candele, da ambrata, carnicina luminescenza e da una dimensione altra, in quella croce latina che ne forma sostanza di pianta da cui si ripartono sei cappelle rettangolari, intersecate tra loro in una stordente simmetria, irradia la monumentale sostanza del presbiterio, ellittico come lo sguardo di Dio: affacciano le cantorie, nella definizione sublime dei cori gregoriani, e di quelle volute di incenso che nella commemorazione dei morti richiamano il senso profondo del mistero di vita e morte. “L’incenso è inesprimibilmente misterioso. Esso è insieme preghiera e qualcosa di più fine, più acuto della preghiera. Compone l’aroma dell’eros con quello della rinuncia, è resa di grazie ed è, come il nardo, qualcosa di soavemente ferale”, così Cristina Campo, in “Sotto falso nome”. E là sopra, la cupola, dal gusto pienamente barocco e rinforzato da contrarchi e da otto colonne angolari, mirabilmente avvolge chi osi alzare la testa e confrontarsi con tanta vertigine di vetta - in quei sinuosi intagli si scorge l’inconfessabile, incontestabile verità proferita da Simon Weil, quando annotava, “c’è nell’intimo di ogni essere umano, dalla prima infanzia sino alla tomba e nonostante tutta l’esperienza dei crimini commessi, sofferti e osservati, qualcosa che ci si aspetta invincibilmente che gli faccia del bene e non del male. E’ questo, prima di tutto, che è sacro in ogni essere umano. Il bene è l’unica fonte del sacro.”

 

La cupa mitezza di questa poesia di marmi e dipinti è la forma dell’attrazione sacra e della ascesa verso il tremendo, congiunzione della sacralità non consolatoria ma vivida e della mistica estatica già cantata da Rudolf Otto. C’è qui la sensualità della rinuncia a quella malattia che è la modernità, poiché davvero “il moderno è un’enorme malattia cresciuta nello spazio del mancato evento escatologico, una malattia disperata perché consiste nella perdita della “naturale” rassegnazione alla sofferenza e alla morte”, per dirla in dolorosa consonanza con il Sergio Quinzio de “La croce e il nulla”.

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