Foto di Jonathan Ybema, via Unsplash 

roma capoccia

"La memoria delle stazioni", una mostra all'Auditorium

Andrea Venanzoni

Fotografie in bianco e nero raccontano il viaggio di massa, i percorsi di emigrazione interna. La curatela di Chiara Sbarigia evidenzia l'estetica delle partenze, immortalando atmosfere di interni o di esterni con una connotazione quasi cinematografica 

“Sono partito perché mi sentivo un essere che nascondeva dentro di sé una perdita, una scomparsa nella quale si rispecchiava il proprio, personale, annientamento” ha scritto Tondelli, rimuginando in maniera icastica e sbilenca su quel senso accelerato di disperazione che sperimentiamo nella ricerca di un allontanamento da noi stessi, quando siamo a bordo di un treno diretto verso chissà dove. 
Ogni treno, e ogni stazione, rappresentano delle ferite vive che non cessano mai di sanguinare; e per quanto ogni viaggio possa in apparenza schiudere petali di una qualche speranza, in quei lucori mattutini, in quelle nebbie elettrizzate e in quegli annunci di gente che arriva e di gente che scompare lontano nell’orizzonte notturno nel viaggio c’è sempre una qualche tristezza abissale.

 

All’Auditorium, fino al primo novembre, in mostra novanta foto tratte dalla monumentale collezione degli Archivi dell’Istituto Luce proprio sulla memoria, ctonia e in altri casi esibita, di otto stazioni italiane. 
Fotografie in bianco/nero che snodano e dipanano la costruzione faticosa di una nazione la cui spina dorsale si è nutrita spesso di dolenti viaggi di massa, nei percorsi della emigrazione interna. Accompagnate dalla deliziosa sensibilità della giovane fotografa Anna Di Prospero, unica voce femminile tra i fotografi.
Assieme ai poderosi scatti messi a disposizione dall’Istituto Luce, trovano spazio altre fotografie appartenenti alla Fondazione fs.

 

La Mostra, “La memoria delle Stazioni”, curata dalla presidente di Cinecittà, Chiara Sbarigia, accorpa e accompagna l’estetica, spesso granulosa di partenze o di interni o esterni quasi cinematografici delle maggiori stazioni italiane, con il loro ventre sordo di umanità alla deriva, con alcuni scritti di letterati chiamati, ciascuno, a ricostruire il senso della stazione della propria città.
Covacich per Trieste, Scarpa per Venezia, Mazzucco per Roma, Veronesi per Firenze, Brizzi per Bologna, e altri. 
La sintesi ricostruttiva e l’impatto sensoriale di parole e scatti sono quelli di uno scavo archeologico nella memoria dell’identità italiana.
Alcune stazioni, come quella di Messina, appaiono desolate e assolate, desertiche, quasi primitive nella loro estasi di una faticosa modernità. 
Altre baluginano di un’aura fantasmatica prodotta dai lumini e dalla elettricità, un salotto da Chicago anni trenta con uomini furtivi e passeggeri affannati nei cappotti e nei cappelli di ogni foggia e guisa.
C’è il contrasto, vito, puntuto, tra la povertà di chi parte per tentare di assicurarsi un qualche futuro e le vestigia di una rituale premodernità, come il calesse con cavallo e vetturino in giacca e cravatta proprio fuori l’ingresso della stazione Termini.

 

Venezia, le rotaie a picco su gondole e acque immote, come in un affresco vittoriano.
Il dualismo quasi esoterico dei tabelloni degli arrivi e delle partenze, con donne e uomini con gli sguardi appuntati in alto, a scorgere ritardi, orari, intersezioni di direttrici e di esistenze.
Treni, poi. Di varie fatture, di varia tecnologia e modernità industriale. 
Il Vesuvio che veglia sui binari, in lontananza, gigante assopito su quello sfrecciare verso nord. 
Bologna, sventrata e ferita, accartocciata sui suoi detriti, nella pulviscolare e dolorosa quiete del post-esplosione. Il trauma irrisolto che spezza e disarticola la coscienza collettiva di un paese che ha trovato rifugio nel viaggio, di piacere, di speranza, di lavoro, di disperazione emotiva.

 

La solitudine del viaggiatore. Perso nel riflesso del suo volto, che scruta frammischiato al panorama accelerato parallelo al serpente di metallo su cui siede.
Il senso della perdita lamentato da Tondelli, quell’annientamento, è il senso di una mostra epocale, e che ci mette sotto gli occhi ciò che erano le stazioni e ciò che eravamo noi. E ciò che, invece, sono divenute ora, tra degrado, miseria, delinquenza, una umanità infernale che va alla deriva. Una deriva definitiva.
Anche se, come avvertiva José Saramago, mai nessun viaggio è davvero definitivo.

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