Roma e i tuffi nella memoria provocati dal domicilio coatto

Gianluca Roselli

Che leggere? Che comprare? Cosa sognare? Una chiacchierata con Croppi, Abbate, D’Agostino e Montefoschi

Roma. “Sono appena stato fermato. Con la mia auto sto tornando a Palestrina, dove vivo. Ero venuto a Roma per lavoro. Per fortuna avevo con me il modulo di autocertificazione…”. Umberto Croppi, ex assessore alla Cultura, oggi presidente della Fondazione Quadriennale per Roma, accetta di parlare degli effetti dell’emergenza coronavirus in città. “Mi pare che, dopo un primo momento di sbandamento, anche i romani si stiano adeguando. Forse quelle immagini della gente a pranzo a Fregene o della folla di ragazzi a Ponte Milvio devono aver smosso le coscienze. Vedo i nostri concittadini più disciplinati, anche nel fatidico metro di distanza. Poi Roma è una città da 3 milioni di abitanti, tenere tutti ingabbiati è impossibile…”, continua l’ex assessore. “Quello che salta agli occhi, però, è che la città non è mai stata così pulita. Vedo meno carte per terra e i cassonetti vuoti. Forse perché entrano meno pendolari e i turisti sono quasi spariti, chissà… Forse il virus ha generato comportamenti più virtuosi in tutti i campi”, continua Croppi. Che è preoccupato soprattutto per i danni economici. “Se non ne usciamo presto, la crisi economica farà più vittime della malattia…”.

 

Preoccupazione condivisa pure da Roberto D’Agostino. “Se negozi e attività dovranno chiudere per mesi, si rischiano problemi di ordine pubblico, la rabbia sociale può esplodere. Non si può lasciare la gente senza stipendi. Andranno tutti in cassa integrazione?”, si chiede l’ideatore del sito Dagospia. Che poi torna su Roma. “Tutti noi, me compreso, all’inizio abbiamo sottovalutato la situazione, pensavamo fosse un’influenza più forte. Per alcuni malati è così, ma per altri purtroppo no. Poi il romano è disobbediente per definizione. Ma andare a farsi lo spaghetto a Fregene o la birra a Ponte Milvio è da irresponsabili. I ragazzi vanno tenuti a casa. Punto. Tutti noi abbiamo una responsabilità sociale verso gli altri prima che verso noi stessi”, afferma D’Agostino.

 

“Dopo un primo momento di assestamento, mi pare che i romani siano piuttosto rispettosi. A Villa Borghese ho visto persone passeggiare alla giusta distanza, file ordinate davanti ai negozi, molte mascherine. Le persone hanno paura e vogliono ridurre i rischi al minimo”, osserva lo scrittore Giorgio Montefoschi, che da poco ha pubblicato un nuovo romanzo, “Desiderio” (La Nave di Teseo). Piuttosto Montefoschi punta il dito verso Palazzo Chigi. “Manca totalmente una figura carismatica di cui fidarsi. Non basta la pochette, il capello in ordine e la cravatta ton sur ton per aver fiducia in Giuseppe Conte. Volete mettere un Mario Draghi? Forse ci vorrebbe qualcuno con più carattere da affiancare al premier, come Guido Bertolaso. Il pasticcio che abbiamo visto sul campionato di calcio, per esempio, la dice lunga pure sul resto…”, sottolinea lo scrittore romano. “Viviamo sospesi, come Giovanni Drogo alla Fortezza Bastiani, aspettando un nemico invisibile. Si è fatto il paragone con i bombardamenti durante la guerra o con l’Aids. Ma con l’Aids sai che, evitando certi comportamenti, non ti puoi infettare. Qui a ucciderti può essere un soffio di vento. Per stare sicuro dovresti uscir di casa vestito come un palombaro. Comunque nel mio quartiere s’inizia a vivere nel terrore perché, con i negozi cinesi chiusi, non si sa più dove comprare le lettiere per i gatti…”, racconta un altro scrittore, Fulvio Abbate, palermitano ma romano d’adozione. Che, per passare il tempo, in questi giorni sta riscrivendo un suo romanzo del 1996, La peste bis, che verrà ripubblicato prossimamente. “Io però trovo i romani totalmente indisciplinati – continua Abbate –. Il virus è un po’ come il marziano a Roma al contrario: all’inizio non se lo filava nessuno… E quando ho visto il Papa recitare l’Angelus dalla biblioteca vaticana, mi aspettavo che dietro di lui sbucasse il cardinale Voiello, della serie The New Pope di Paolo Sorrentino…”. Intanto, siamo tutti chiusi in casa. Come impegnare il tempo? “Leggere!”, risponde Montefoschi, “un libro costa meno di una pizza o di una cena portata a casa. Facciamo una quaresima letteraria”. “Il mio consiglio è di approfondire temi che riguardano la propria attività lavorativa. Insomma, non sbracare…”, dice Croppi. “Leggere, stare sui social, telefonare e pagare le tasse, lo dico soprattutto agli evasori che, se si ammalano, vengono curati pure loro dalla sanità pubblica”, sostiene D’Agostino. “Io andrò su eBay a vedere se trovo quel particolare modello di jeans che indossavo negli anni Settanta. O qualche oggetto perduto negli anni…”, risponde Abbate. Il domicilio coatto costringe anche a sorprendenti tuffi nella memoria.

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