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Salvini e CasaPound

Il ministro arriva ultimo nella difesa dei fascisti. La sottovalutazione folcloristica viene da lontano

31 Gennaio 2019 alle 11:19

Salvini e CasaPound

Foto LaPresse

Roma. C’è stato un tempo in cui dialogare con CasaPound era tutt’altro che tabù. Un tempo in cui varcare il portone dello stabile di via Napoleone III che adesso una mozione approvata dall’assemblea capitolina con i voti di M5s e Pd vorrebbe far sgomberare “immediatamente” perché vi si svolgono “attività che alimentano un clima di tensione in città, rifacendosi alle ideologie fasciste e alle politiche di Benito Mussolini”, era tutt’altro che disdicevole. Anzi, quasi à la page in certi ambienti molto liberal, ma non solo. E d’altra parte in tanti, per tanto tempo, hanno guardato ai fascisti come qualcosa di folcloristico. Perché forse un po’ lo erano, folcloristici. Prima di diventare schiuma montante. Prima che quelle che potevano a taluni apparire stranezze, idee bislacche, persino inaccettabili ma del tutto minoritarie, non divenissero sdoganata nel nuovo mainstream. 

 

Del resto, se nel 2007 era stato l’allora sindaco della Capitale Walter Veltroni a inserire l’occupazione dei fascisti del terzo millennio fra quelle “storiche”, chi doveva porsi il problema della legalità frequentando un luogo in cui si tenevano conferenze stampa pre e post elettorali, nonché presentazioni di libri? Certo non Marcello Dell’Utri, che a via Napoleone III andò a leggere brani tratti dalle lettere di Mussolini. Forse un po’ di più giornalisti come Enrico Mentana o Corrado Formigli, che nel portone sotto la grande scritta in marmo che ha fatto infuriare anche la famiglia di Ezra Pound entrarono per partecipare a dibattiti con il segretario delle tartarughe Simone Di Stefano. “Confrontarsi con chi ha idee lontanissime dalle proprie è il sale della democrazia – spiegò il direttore del Tg di La7 – il vero errore è non confrontarsi”. E pazienza per quel retaggio post fascista ostentato e mai negato, quasi come si trattasse appunto di folklore ideologico e non anticamera di una legittimazione insinuatasi piano piano nel pensiero, di ospitata tv in ospitata tv.

 

Del resto fu proprio Beppe Grillo, quando ancora le sue parole dettavano la linea al Movimento Cinque Stelle, a dare il benvenuto a CasaPound perché “alcune delle loro idee sono condivisibili e l’antifascismo è un problema che non mi compete”. Niente in confronto all’accoglienza riservata a via Napoleone III a Anna Paola Concia, ai tempi deputata Pd, che ai camerati del terzo millennio riconobbe di avere posizioni “più avanti di quelle di Bersani” in tema di diritti omosessuali e adozioni.

 

Matteo Salvini, che nel 2015 in piazza del Popolo strinse un patto politico sotto le insegne di “Sovranità” facendosi poi fotografare attovagliato con lo stato maggiore di CasaPound, per certi versi è arrivato ultimo.

Massimo Solani

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